La lanterna dei popoli e il viceré mariuolo: storie dell’altro Porto

Articolo di Vittorio Del Tufo
Fonte: www.ilmattino.it

Ah! Gigante mariuolo/ T’hai pigliato li quatto de lo muolo/ A mme? Io non songo stato/ Lo Vicerré se l’ha arrobbato

(satira comparsa sulla statua del Gigante, al Largo di Palazzo, all’indomani del ratto della fontana dei «Quattro del molo», furto con destrezza commesso dal vicerè Pedro Antonio de Aragon)

Il grande Anton Smink Van Pitloo la raffigurò nel 1825, dritta e solenne sulle acque del Golfo, uno dei simboli più potenti della città che stende le sue braccia nel mare. Alla fine dell’800 svolgeva ancora il compito per il quale era stata costruita, quattrocento anni prima, da re Ferrante d’Aragona: indicare la via ai naviganti ed accoglierli a Napoli, città che non ha mai chiuso le porte in faccia a nessuno. Eccola, ancora, in una cartolina degli anni Trenta, a presidio di un porto che era stato tra i più forti e attrezzati d’Europa.
Una meravigliosa, gigantesca Lanterna ha dominato Napoli nei secoli: la Lanterna del Molo, uno dei simboli della città aragonese, vicereale e borbonica, demolita tra il 1932 e il 1933 durante i lavori di costruzione della nuova Stazione Marittima, che prese il posto dell’antico Molo Grande e dei suoi prolungamenti verso oriente. L’attuale Faro del molo San Vincenzo, con tecniche al led di ultima generazione, illumina le notti del Golfo. La torre cilindrica è interamente ricoperta da mattonelle di maiolica rossa. La Lanterna del Molo, invece, è diventata un luogo della memoria.

Storia tribolatissima, quella della Lanterna che accoglieva i naviganti. A volerne la costruzione fu, nel 1487, il sovrano aragonese Ferrante, figlio di Alfonso I. Grazie ai nuovi scambi commerciali via mare, le strutture portuali vennero modernizzate, allargate e fortificate. Il Molo Grande diventò uno dei vanti della città che guardava all’Europa. Alla lungimiranza di Ferrante I si deve la costruzione del primo Faro di Napoli con «torre ad uso di lanterna». «Per molti secoli – spiega l’architetto Gabriella Pesacane – il Faro del porto di Napoli, edificato sulla parte terminale del molo (e costato alla città ben 20.000 ducati), è stato il più importante d’Europa. Basti considerare che altrove, per rischiarare la via ai naviganti, si faceva ancora ricorso a fuochi e falò. Per la costruzione del Faro venne chiamato a corte tal Luca Bengiamo, una persona piuttosto bizzarra, che chiese ed ottenne di costruire per sé un mulino a vento proprio sul molo». (Gabriella Pesacane, www.Napoliontheroad.com).
Il faro fu danneggiato nel 1495 durante gli scontri tra aragonesi e francesi e ricostruito sotto Federico I. Nel 1624 un incendio distrusse la lanterna e il viceré duca d’Alba la fece ricostruire. Lo stesso duca d’Alba nel 1625 fece costruire anche un fortino di difesa al termine del braccio orientale del molo.
A lato della Lanterna del Molo sorgeva, nel 500, la fontana detta «dei Quattro del Molo», uno dei monumenti più apprezzati della Napoli vicereale, «cara ai cittadini e ai forestieri – ha ricordato recentemente Pierluigi Leone de Castris in un articolo su
Napoli nobilissima – per la dovizia delle acque, per la qualità e l’invenzione delle sculture che la componevano e anche per il sito dilettevole dove essa si trovava, all’estremità del porto, subito a lato della lanterna del Molo grande e lì dove la città confinava col mare».

È una storia scabrosa, quella della Fontana dei Quattro del Molo, voluta dal duca di Alcalà per rendere più semplice e comodo l’approvvigionamento di acqua da parte delle navi spagnole ormeggiate al porto. Fu smontata e trasportata in Spagna per iniziativa di un altro vicerè, Pedro Antonio de Aragón (1666-1671), da allora additato dai napoletani come mariuolo. Quando finalmente don Antonio d’Aragona lasciò la città, a bordo di un vascello pieno di opere d’arte trafugate, i napoletani incazzatissimi se lo segnarono al dito. E sulla statua del Gigante al Largo di Palazzo, celebre per le sue pasquinate, comparve la scritta: «Se n’è ghiuto lo mbroglione, è benuto lo cuglione». Il cuglione era il successore del duca mariuolo: non poteva essere accolto in modo migliore. Anni dopo il Gigante rivolse i suoi strali contro il povero duca di Medinaceli, Luis de la Cerda, che divenne viceré nel 1695 e fu subito messo in croce per una tresca con tale Giorgina, procace e bella artista di teatro. Per i sudditi, che pur essendo abituati a soccombere non si facevano prendere per i fondelli da nessuno, il duca di Medinaceli «si teneva la Giorgina e non pensava alla farina».
Anche Carlo Celano, nella sua monumentale opera «Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli», commentò il ratto della fontana. «Sul Molo grande si vede un bellissimo fanale laterizio che da noi si chiama lanterna, forse dei belli che ne’ porti veder si possano (…). Presso di questo fanale vi era una gran fontana, e per delizia di chi andava a spaziarsi, e per commodità dei legni che stavano nel Porto. Fu fatta nel tempo del Duca di Alcalà circa gli anni 1559; era in forma ottangolare di angoli non uguali: nei minori sgorgava l’acqua dalla bocca di quattro delfini in alcuni piccoli ricettacoli, che uscivano fuori dal fonte maggiore per dar commodità a chi bere voleva; nel mezzo degli angoli maggiori vi si vedevano quattro statue tonde, che rappresentavano i quattro fiumi principali del mondo: questi dall’urne che tenevano sotto del braccio, versavano nel fonte acqua in quantità; e queste statue dai napolitani venivano chiamati i Quattro del Molo (…). Don Pietro Antonio d’Aragona la fece disfare sotto pretesto di volerla trasportare nella sua casa nelle Spagne, e così Napoli è rimasta priva d’un così delizioso fonte, opera delle più studiate del nostro Giovanni di Nola».
La scelta di costruire questa e altre due fontane più piccole nell’area del Molo faceva parte integrante di un progetto più ampio e lungimirante del duca di Alcalà «volto – come sottolineò il grande storico Bartolommeo Capasso – a rendere più semplice e comodo l’approvvigionamento di acqua da parte della navi spagnole ormeggiate al porto e allo stesso tempo a evitare che i marinai di quelle navi sciamassero per la città e procurassero disordini e liti con la popolazione locale».

Oggi la Lanterna del Molo sopravvive nei dipinti che la raffigurano, maestosa, sullo sfondo di innumerevoli panorami. Come la Veduta del porto di Napoli con il faro realizzata da Jacques Guiaud del 1838, o il dipinto di Anton Smink Van Pitloo – considerato, insieme a Giacinto Gigante, fra i maggiori esponenti della scuola di Posillipo – nel 1825.
Invece, quella che si vede nella famosa Tavola Strozzi – generalmente riconosciuta come la prima immagine realistica di Napoli, raffigurante la flotta aragonese mentre rientra vittoriosa nel porto di Napoli dopo la vittoria riportata nell’estate del 1465 al largo di Ischia contro il pretendente al trono Giovanni D’Angiò – non è la Lanterna del Molo ma la Torre San Vincenzo. Era stato Alfonso I, il padre di Ferrante d’Aragona, a realizzare un grande braccio diretto verso est, il cosiddetto braccio alfonsino; Alfonso, inoltre, aveva promosso la ricostruzione della torre di San Vincenzo. Nel 1487, da parte di Ferrante, l’incarico a Luca Bengiamo di costruire un faro che verrà chiamato da quel momento in poi la lanterna del Molo. Sopravvissuta a incendi, bombardamenti, rivoluzioni, dominazioni e tumulti. Ma non ai lavori di costruzione della nuova Stazione Marittima, esempio piuttosto clamoroso di una città che guarda al futuro ma si dimentica di salvaguardare i simboli e le vestigia del proprio passato.