La donna del Faro

Racconto di Sabrina Angiolilli
Fonte: circoloscrittorinstabili.wordpress.com

Quella sera, come tante altre: una giornata lavorativa alle spalle, temperature torride, una parola detta con un tono sbagliato e… il copione che si ripete, come se modificare anche solo una pausa o un respiro, potesse innescare meccanismi sconosciuti e imprevedibili.

“Basta, questa volta è davvero finita, vado a vivere in un Faro”, dissi sbottando furiosa.

“Sì, ti vedo come custode di un faro, sopratutto quando indossi il tuo paio preferito di scarpe rosse… da editrice a custode con i tacchi a spillo”, rispose Davide sghignazzando. Umorismo becero pensai e mi rinchiusi nel mio mutismo.

La mattina dopo, aprendo il giornale, vidi un annuncio che parlava della possibilità di prendere in concessione un Faro. Incredibile! Senza pensarci, fomentata da un impeto sconosciuto, mandai subito la mia candidatura e un attimo dopo l’invio ero già ripiombata nell’automatismo gestuale di una vita ormai vuota. Vuota fino alla tarda mattinata, quando l’arrivo di una mail mi confermò che avrei potuto prendere possesso del Faro! Non ci misi molto a preparare le mie cose, un’unica valigia, conteneva tutta la mia vita e… stranamente le mie scarpe rosse.

Arrivai presto quel giorno, per prendere confidenza con il luogo, e proprio in quella prima mattina sentii una voce proveniente dal mare, era un pescatore:

”È lei la nuova custode del Faro? La donna del nord?”

“Sì“, risposi.

“Strano una donna nel Faro”, replicò il pescatore

“Le ricordo che il Medioevo è passato da un po’ e al nord le donne guidano anche i tram”

“No… è che… mai una donna…”

“Non capisco, cosa vuole dire”

“Un giorno… forse”

Non avevo voglia di indagare, girai lo sguardo verso il cancello e notai la presenza di una donna con un libro in mano che cercava di richiamare la mia attenzione:

”Buongiorno, le serve qualcosa?”, chiesi.

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“In realtà sarei venuta per la mia ora di lettura nel Faro”

“Non capisco… ”

“Ogni giorno da un anno vengo qui… non la disturbo, salgo in cima, leggo e poi sparisco”

Mi sembrò strano, avevo capito che nessuna donna prima di me era entrata in questo Faro, ero in totale confusione.

Da quel momento ogni mattina lo stesso copione, il pescatore che dal mare ripeteva ”Un giorno… forse” e la donna che continuava con la sua ora di lettura nel Faro.

Fu proprio la voglia di chiarirmi le idee, che mi portò dentro quella stanza ad aprire quell’armadio. Tra tanti vestiti maschili spiccava un colorato abito da donna con un paio di scarpe identiche alle mie e la cima di una barca. La cima e un abito, il pescatore e la donna: sentivo che era in questo legame che avrei trovato la risposta alle mie domande. Nel frattempo la confusione aumentava e proprio per questo un giorno decisi di spiare la donna. La vidi dirigersi all’armadio, prima di salire, prendere il vestito e le scarpe e, una volta giunta in cima, declamare qualcosa e buttare l’abito e le scarpe in mare.

Tornata giù, aprì il libro e lesse:

“O mare, mare inquieto una cosa ti chiedo, togli il velo a questa realtà, per amore della verità”.

Quando mi vide, cercò di spiegare: “Questo è un mantra… questo luogo è sacro… ora ha riconquistato il suo potere”.

“Non capisco”, risposi confusa, “puoi essere più chiara?”.

“Questo Faro è stato costruito sul Tempio di Ara. A quell’epoca non era un edificio, ma un cerchio di tredici donne che, ogni notte, in questo luogo creavano un altare simbolico offrendo in dono versi, parole e scritti al mare. Lo scopo era portare amore e guarigione alla Terra. Per arrivare su questo isolotto, però, serviva una barca e un uomo. Fu scelto un pescatore, unico uomo a cui veniva permesso di assistere al rito, che doveva avere un legame con una delle tredici donne. Nel tempo tanti pescatori si susseguirono, fino a quando uno di loro finì con il rivelare il segreto alla comunità. Così, per allontanarle da questo luogo, fu costruito un Faro che fu vietato alle donne. Questo durò fino a un anno fa, quando entrando qui per curiosare, vidi sotto una cima un foglietto con scritto: un vestito devi portare, delle scarpe indossare e tutto nell’armadio collocare, una donna arriverà, quando l’ultimo mantra risuonerà”.

Ero allibita, non sapevo cosa dire, quindi la donna continuò: “Ora prendi questo libro, tu sai cosa farne. Dimenticavo… il pescatore è mio marito”.

Sparì tra i fasci di luce di una giornata torrida, e io come quella mattina in cui tutto questo ebbe inizio, mossa da uno strano impeto, presi il telefono e chiamai la casa editrice per annunciare che avevo un nuovo libro da pubblicare: ”Il tempio di Ara”. Quindi afferrai le mie scarpe rosse e le portai sotto un Nocciolo, sicura che il tempo e gli agenti atmosferici avrebbero fatto il resto.