Gallipoli e il faro della nostalgia. Che farne dopo la manutenzione straordinaria? Struttura ricettiva esclusiva, centro studi delle Università del Mediterraneo…

Articolo di Amleto Abbate
Fonte: www.piazzasalento.it

Assieme al “Rivellino” e alla “Fontana greca”, il “Faro dell’isola Sant’Andrea”, rappresenta per il gallipolino un tratto importante della propria identità: sono tanti che la pensano così, compresi i turisti di ritorno. E l’argomento, appena si affaccia alle cronache, diventa subito oggetto di attenzioni e auspici.

Quattro anni orsono, tra l’altro, le associazioni culturali cittadine indissero in suo onore il “Giubileo della Luce”: ricorrevano infatti i i 150 anni da quando quel Faro iniziò a illuminare la città, e prima d’oggi anche tratti di mare e di costa per un raggio di 20 miglia marine, sino a lambire col suo fascio di luce le coste di Leuca da un lato e di Porto Cesareo, dall’altro.

Il cantiere aperto un anno fa

Attualmente, dopo anni di trascuratezza, il fabbricato e la torre sono ingabbiati per lavori per iniziativa del Provveditorato delle opere marittime interregionale di Bari. Si parla negli elaborati tecnici, di interventi urgenti di consolidamento. Il cantiere è stato aperto nel luglio scorso. Bene. “Per poi farne cosa?”, è la domanda corrente.

C’è chi pensa che sia opportuno riportarlo all’antico splendore. Il biologo marino Giorgio Cataldini se ne ricorda ancora, perché, in fondo,”Risula” (così viene chiamata nel lessico dialettale l’isola) fa parte del dna di ogni gallipolino, spiega. Già docente di Scienze nei licei, Cataldini è anche direttore del Museo del mare, e la propensione verso le scienze naturalistiche l’ha maturata fin da piccolo, quando, dalla finestra di casa, lungo le mura del centro storico, si trovava di fronte, l’Isola con il faro: quel fascio di luce lo raggiungeva fin nella sua camera da letto, cadenzandone il sonno.

La “culla” del gabbiano corso

Da esperto naturalista (sua è la scoperta scientifica della nidificazione del “gabbiano corso” sull’Isola), ne spiega le ragioni, culturali e ambientali, che legano il cittadino alla sua terra. Si deve pure al suo impegno e a quello di altri se quel Faro e l’isola non sono ora di proprietà privata (decisione presa durante il Governo D’Alema) con la dismissione del bene da parte dello Stato e la vendita all’asta per 60 milioni di lire.

Poi non se ne fece più niente, anche perché nel frattempo il Tar della Puglia aveva accolto il ricorso della Provincia di Lecce (presidente Lorenzo Ria e assessore al ramo Remigio Morelli, entrambi di Taviano). Anche Giacomo De Vita, oggi 50enne, ricorda quel fascio di luce che, lui bambino, vedeva all’imbrunire dai gradini della chiesa del Rosario, mentre aspettava che i suoi genitori uscissero alla fine delle funzioni religiose.

Non mancava mai nulla al guardiano

Ma l’isola e il suo faro raccontano anche le vite di quanti ci hanno vissuto per mantenere perfettamente funzionante l’impianto per i naviganti e la gente di mare e. durante il periodo bellico, di avamposto militare. “E anche se si era distanti più di un miglio marino dalla terraferma, non mancava nulla del necessario per vivere, dal latte appena munto, alle uova, ai conigli; non mancava neanche il pane fresco appena sfornato”: ha ancora nelle narici di un bimbo di 6 anni il profumo dei filoni di pane “di farina bianca” Antonio Sogliano, oggi 80enne, che ricorda la settimana vissuta sull’isola, al seguito del fratello militare Cosimo.

Lo storico gallipolino Elio Pindinelli, che ha dedicato diversi studi sull’argomento, pensa che “del Faro si può fare un po’ di tutto, se c’è la volontà politica. Potrebbe diventare una residenza turistica – dice – o anche meglio un impianto archeologico della Soprintendenza, però – conclude laconico – ho la vaga sensazione che sarà il “nido” di qualche associazione interessata agli uccelli”.

Un attrattore turistico, un centro studi marini

“Deve diventare un attrattore turistico-culturale”,è il pensiero della presidente della Pro-loco Lucia Fiammata, che però vede anche le difficoltà di raggiungere l’Isola, specie durante la brutta stagione. Un attrattore di un tipo di turismo lento, come accade già in altri Paesi come la Francia.

Di ampio respiro la proposta del direttore dei “Caroli Hotel”, Attilio Caroli Caputo, che auspica innanzitutto il ripristino del fascio potente di luce di un tempo e poi la proposta: “Quel luogo deve diventare un Centro studi ambientali marini, in collaborazione con le Università del Salento e di tutto il Bacino Mediterraneo”.