La Palascia dice addio al suo ultimo guardiano. Calabrese di nascita visse nel faro con la moglie idruntina

Articolo di Elio Paiano
Fonte: www.quotidianodipuglia.it

È morto Elio Vitiello, classe 1931, 88 anni, l’ultimo guardiano del Faro di Palascìa di Otranto. Elio Vitiello si porta dietro, per sempre, un mondo che non esiste più, quello duro e romantico dei guardiani del Faro, quelli di una volta “che sceglievano di isolarsi, per distribuire luce intorno” spiega Matvejevic’.

Elio arrivò ad Otranto nel 1956, veniva dal faro del Molo di San Vincenzo a Napoli, ultimo rappresentante di una famiglia di fieri ed orgogliosi faristi: il fratello Benedetto ed il padre Agostino. Un periodo difficile, ogni giorno, intorno a mezzogiorno, al limite delle acque territoriali, “a vista nei giorni di bel tempo” gli albanesi, per provocare, facevano le loro esercitazioni di tiri navale in mare”. Si sentivano le esplosioni, li, su quel faro tra la Cortina di ferro ed il mare. Lui, cagliaritano, quando giunse ad Otranto trovò pure l’amore. Si, perché si sposò ad Otranto e proprio al Faro di Palascìa fece la sua luna di miele con Rosina Greco (idruntina) nel settembre del 1958. Non sembra una storia vera, sembra la trama di un romanzo, ma non lo è. I due sposini vanno li, in quel luogo estremo. Venti anni di vita al faro, lui che non sospettava nemmeno, il primo giorno che entrò nel grande edificio dell’Ottocento, che sarebbe stato l’ultimo guardiano del faro. Invece fu proprio lui quello incaricato a consegnare, nel 1978, dopo 22 anni di servizio, le chiavi all’Intendenza di Finanza: finiva un mondo. Nessuno più sarebbe rimasto le notti a scrutare il mare, a guardare anche il più minimo segnale per dare l’allarme, prestare soccorso.

I ricordi di Elio erano tanti: «Pasqualino, il massaro della Masseria Caprara, ci portava il formaggio fresco e quasi sempre si fermava a pranzo, i pescatori di Otranto e Castro, i marinai della Metauro che rifornivano il faro di acqua, camminando sugli scogli in un equilibrio incredibile, sui sandali. E poi gli amici che, per tenergli compagnia, scendevano e si fermavano a condividere un pasto, per farsi un po’ di compagnia prima del turno di servizio». E poi lui, il faro, quasi una creatura vivente, con i suoi tempi, i suoi bisogni: «Funzionava a vapori di petrolio, una grossa lampada riscaldava il petrolio e questo evaporava bagnando la retina ed incendiandosi, né più né meno che come una grossa lampara». E poi il servizio, l’attenzione alla luce ed alla rotazione: «Aveva sette ore di autonomia ed era controllata da un orologio, ma ogni notte bisognava percorrere i 132 gradini che portano alla lampada e stare di vedetta, col mare in burrasca ed il vento che entrava da tutte le parti. Solo nel 1966 arrivò l’elettrificazione».

Dopo l’abbandono, la lente sarà portata via da lì, il Faro di Palascìa non ruota più. La lampada di Palascìa è a Messina, un’altra lampada, sempre dell’Ottocento è lì. «Ma quella luce che girava lungo la costa era diversa». La vita al faro era condivisa con sei persone, loro due e la famiglia e quella del reggente Colaci. «Aprivo le finestre ed i delfini saltavano sotto la riva, indimenticabile», raccontavano insieme, con gli occhi lucidi, lui e sua moglie Rosina. E poi, ancora, i ricordi di questo lavoro, duro e bellissimo, ma impossibile da fare senza passione: «Il sistema di segnalazione lungo la costa idruntina comprendeva vari fari e fanali». Il faro della Punta possedeva l’alloggio del fanalista (ancora oggi esistente, a pochi metri dallo stesso). Qui l’incaricato del servizio era costretto a controllarne il corretto funzionamento, ma non solo. Dalla sommità dello stesso faro, più volte ogni sera, doveva verificare se il fanale galleggiante posto presso la secca di Missipezze fosse acceso. Missipezze era un pericolo molto serio per la navigazione, almeno fino a che non entrò in funzione definitivamente il Faro di Sant’Andrea. Un mondo duro e semplice, affascinante e pericoloso, ma pieno anche di amore e romanticismo. Un ultimo saluto, dalla sua Palascìa, al vecchio guardiano che va via, questa volta per l’ultimo viaggio.