Someplace Else. Inhabiting a Forgotten Island

Tesi di laurea di Alessia Annunziata
Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, A.A. 2019/2020

Non è possibile parlare di spazio e della sua evoluzione senza al tempo stesso fare riferimento a chi vive al suo interno e lo abita. Possiamo considerare la casa come il più privato e recondito spazio dove le azioni umane hanno luogo, e tutti i movimenti e le percezioni che avvengono al suo interno sono determinati da un soggetto: il corpo. È proprio questo che si muove all’interno dell’ambiente e riesce a misurarlo e a determinarne le caratteristiche. In un mondo dove l’architettura sta cambiando sempre più velocemente la percezione umana e la misura che deriva dalla sua esperienza rimane costante; si può quindi affermare che il corpo è in grado attraverso azioni e movimenti, di leggere e così di attivare il Genius Loci di un luogo. Quando un luogo non è vissuto invece, quando non vi è nessuna presenza capace di leggere le sue caratteristiche attraverso il tempo, diventa sospeso, in qualche modo rimane in attesa.

È possibile trovare uno di questi luoghi sospesi nel Mar Tirreno, al largo della costa Toscana: il suo nome è Formica Grande ed è la più estesa di un gruppo di tre isole, chiamate le Formiche di Grosseto. L’isola è abbandonata, completamente vuota. Ad un primo sguardo l’unica presenza che si riesce a scorgere è il faro, unico edificio presente sull’isolotto. La sua struttura ospitava la dimora del guardiano, l’ultimo incaricato di sorvegliarla ha lasciato l’isola più di trenta anni fa, dopo l’automatizzazione della struttura.

Durante la sua permanenza sull’isola, il Guardiano ha scritto un diario riguardante le sue giornate; le sue parole sono state utili per ripercorrere parte della storia della Formica Grande, che sembra essere dimenticata dalle cartografie e da tutti i libri storici riguardanti l’arcipelago Toscano. Le sue memorie parlano della sua vita al faro scandita dai turni di lavoro notturni e dalle giornate di esplorazione dell’isola e dei suoi spazi, e sono state uno degli strumenti principali di progetto per questa tesi.

Nel 2016, trentadue anni dopo l’ultimo soggiorno del guardiano sull’isola, l’Agenzia del Demanio insieme alla Difesa Servizi annunciano un bando di concorso per la ristrutturazione dell’edificio in favore di una struttura ricettiva per turisti.
Il progetto fissa come punto di partenza questa opportunità, cercando di non fermarsi alla possibilità di ristrutturare il faro come una struttura turistico-ricettiva, ma portando avanti l’idea di poter modificare la situazione sospesa dell’Isola.

Nonostante le apparenze, c’è qualcos’altro sulla Formica Grande: è possibile scorgere delle tracce. Sono sbiadite e consumate dal passare del tempo: Casematte, rimanenze della Guerra Mondiale diffusi sul territorio dell’isola, in qualche modo è come se fossero gli ultimi elementi attivi del territorio, circondati da un’atmosfera completamente sospesa.

Da questi due elementi, il Faro e le pre-esistenze belliche, la ricerca e la conseguente proposta progettuale cercano di estrapolare un’identità dell’isola.

Le trincee sono sette, ognuna ha la propria forma, una differente profondità all’interno del terreno e una posizione sul territorio. Assecondando queste caratteristiche, ognuno di questi spazi spinge l’uomo a compiere precise azioni al suo interno ed è proprio l’azione a determinare l’essenza di un luogo, perciò ogni azione determina un luogo diverso.

Questi spazi vengono ritracciati e disegnati come stanze di una casa, l’intento è di riproporne l’archetipo attraverso azioni e percezioni: senza evocare una tipologia precisa di dimora, ma facendo riferimento a quell’insieme di spazi che l’uomo riconosce e chiama casa.
Camera da letto (2), Patio, Biblioteca, Cappella, Cucina, Piscina.

Queste “stanze” sono tenute insieme, come nella tipica forma dell’abitazione che viviamo, da un corridoio: in questo caso un percorso aperto che nasce dagli approdi dell’isola e conduce ad ognuno di questi, consolidandone il legame.
All’interno del faro inoltre è stata ricreata la sua dimora.

La proposta di progetto cerca di sintetizzare i risultati derivanti dalla percezione dello spazio da parte dell’uomo, esprimendo come una stanza o uno spazio possano essere attivati da una presenza al loro interno, e come questa possa essere misurata e percepita attraverso il corpo.

Quello che ne risulta, è un metodo progettuale basato non solamente sulla forma architettonica, ma sulle azioni, che assumono il ruolo di strumento principale del progetto.

L’abitare così inteso, consiste in una serie di azioni che l’uomo compie all’interno dello spazio recondito, e proprio queste scavalcano le misure, gli accessi, il posizionamento degli arredi, affermandosi come un valido ragionamento sensibile per l’ideazione di uno spazio, definibile umano.

L’isola può essere considerata come una pagina bianca, dove qualcuno ha scritto in passato, ma sulla quale il tempo ha avuto la meglio cancellandone le tracce e lasciando al presente una leggera parvenza di quello che è stato. Quello che resta da fare è provare a congiungere i pezzi, immaginarsi quale fosse la realtà del luogo, e rimettere l’isola alla presenza umana attraverso un nuovo modo di abitarla.