I fari salernitani giganti buoni nati per aiutare

Articolo di Antonella Petitti
Fonte: www.lacittadisalerno.it

Un viaggio tra i simboli del mare che da sempre servono a combattere l’ignoto e a indicare la giusta strada ai navigatori

Giganti buoni, nati per servire. E ancora oggi, nonostante i computer di bordo, i naviganti più esperti ci tengono a sottolineare la loro importanza. Concepiti per combattere l’ignoto quando l’uomo cominciò a navigare, sono simbolo di elementi contrastanti: luce e buio, silenzio e fragore, sereno e tempesta. Da oltre cinquant’anni i fari sono ormai completamente automatizzati, ma continuano a svolgere una funzione importante, oltre che a caratterizzare il paesaggio. La provincia salernitana ne ha ancora cinque funzionanti, di proprietà della Marina Militare, anche se da qualche anno con “Operazione Fari” ci si è aperti alle concessioni private. La condizione è che vengano utilizzati per attività culturali e sociali, tra cui attività ricettive e ristorative. In un viaggio ideale tra i nostri fari, tutti raggiungibili con percorsi abbastanza semplici, si potrebbe partire dal faro di Capo d’Orso, tra i più belli d’Italia. Indica il punto più sporgente tra Salerno ed Amalfi ed oggi è affidato alla gestione di Wwf Oasi, che lo valorizzerà con presidi formativi e informativi rivolti agli ambienti marini della costiera e alla migrazione degli uccelli. Costruito nel 1882, permette di controllare un raggio che va da Capri a Palinuro, è necessario scendere oltre cinquecento gradini per poterlo raggiungere.

«Li conosco tutti, li ho fotografati anche per i miei libri dedicati alla costiera amalfitana e a quella cilentana. Ma devo dire che la parte più affascinante di un faro, ce lo testimonia anche la letteratura, sono coloro i quali li hanno vissuti da dentro. Ricordo bene il racconto che mi hanno fatto in costiera sull’ultimo farista di Capo d’Orso. Era una vita solitaria, a cui si costringeva anche la famiglia. Giornate scandite dall’umore del mare, notti impegnate a tener viva la luce certa che illuminava l’incertezza dei naviganti», racconta Roberto Pellecchia, scrittore e fotografo. Ma è nel Cilento che, questi giganti che fanno «la luce che spegne la paura», si concentrano. Partendo a Sud di Salerno, precisamente da Agropoli. In un elegante arredo urbano in stile veneziano, si innalza il faro Punta Fortino. «Con la sua presenza delimita la rupe del centro storico, ben visibile dal lungomare, segnandone profondamente anche il panorama ». Affascinante e più inusuale quello di Punta Licosa, che si trova su di un isolotto. Attivato dalla Marina Militare nel 1913, si trova su una torre cilindrica alta 9 metri.

L’isola ricade nella Zona di Protezione Speciale “Parco Marino di Santa Maria di Castellabate” e nell’Area Marina Protetta di Castellabate, dove si registra la presenza di una colonia del gabbiano corso e della lucertola campestre endemica. Qui vi sono anche diverse testimonianze archeologiche, tra cui spiccano i resti semisommersi di un molo e di una probabile villa, entrambi di età romana. Costruito nel 1870, il faro di Capo Palinuro sulla punta del Telegrafo è il secondo più alto d’Italia, raggiunge i 70 metri. Pare sia visibile sin dalla Sicilia, rappresentando un importante riferimento per chi è in navigazione. A chiudere questa gita ideale tra le lanterne del territorio vi è il faro di Scario. Attivato nel 1883, sull’antica targa posta all’ingresso si evince la vecchia dicitura “faro di V ordine”, latitudine e longitudine, nonché, l’altezza della torre: 24,40 metri sul livello del mare. «È bene pensare a come valorizzare e far tornare a vivere questi presidi di storia e cultura. Non dobbiamo rischiare di perderli, seppure la navigazione ne avrà sempre meno bisogno. Com’è successo, purtroppo, con la lanterna di Fuenti, oggi godibile in un bell’acquerello su carta del 1877».