La triste storia dei Fari d’Italia venduti

Articolo di Flavia Corsano *
Fonte: www.lastampa.it

L’Agenzia del Demanio ha lanciato nel 2015 un progetto di valorizzazione del patrimonio del demanio costiero: Fari, torri ed edifici costieri al fine di dare in concessione a privati. Una scelta non per forza di cose sbagliata, ma che rischia di cancellare una storia

L’Agenzia del Demanio ha lanciato nel 2015 un progetto di valorizzazione del patrimonio del demanio costiero chiamato Valore Paese – Fari, torri ed edifici costieri al fine di dare in concessione a privati ‒ per un arco di tempo che varia dai 20 ai 50 anni ‒ alcuni fari o stazioni di segnalamento (funzionanti e non) di proprietà del Ministero della Difesa o del Demanio dello Stato. Da allora sono state indette quattro gare di bando, sono stati messi all’asta una cinquantina di beni e circa una trentina di strutture sono state date in concessione, fruttando allo Stato €760.000 in canoni diretti (importo relativo ai primi due bandi). L’obiettivo del presente approfondimento è quello di analizzare luci e ombre di un’operazione innovativa che potrebbe influenzare le modalità delle future ingenti dismissioni stabilite dal Decreto Finanza dell’attuale governo, che prevede di ricavare 950 milioni dalla vendita del patrimonio immobiliare dello Stato nel solo 2019.

Va riconosciuto infatti all’Agenzia del Demanio di aver affrontato con un notevole sforzo di trasparenza la questione fari, con modalità mai prima messe in campo. È, credo, evidente a tutti che la consistenza e le condizioni del patrimonio del Demanio Marittimo impongono nuovi sistemi gestionali. Molti fari sono ormai automatizzati, nessuno più vive nelle abitazioni destinate ai guardiani o semaforisti e la manutenzione delle strutture, che viene svolta dalla Difesa, è un costo gravoso per lo Stato. Visto che le funzioni dei fari saranno in parte sostituite dal GPS, alcuni finiranno inevitabilmente per “spegnersi”, costringendoci a ripensarne gli usi, cercando di coniugare sostenibilità economica e tutela.

Non possiamo parlare, però, di fari senza soffermarci su ciò che ha rappresentato per secoli nell’immaginario collettivo quel fascio di luce proteso nell’oscurità a guidare i naviganti sani e salvi fino al porto. Spesso costruiti in luoghi impervi e desolati, la loro architettura a volte slanciata, a volte tozza e solida, costella con regolarità le coste italiane in una rete pensata e sviluppata in modo sistematico dall’unità d’Italia, con alcuni segnalamenti già in uso dai tempi delle repubbliche marinare o dei regni italici.

Oggi la rete viene gestita dal Servizio dei Fari e del Segnalamento Marittimo, affidato per legge alla Marina Militare dal 1911, e dispone di 866 ausili per la navigazione costituiti da 147 fari e 719 tra fanali, mede e boe (i fari si differenziano dai fanali perché hanno una portata superiore alle 15 miglia nautiche). Da notare che, per tutti i fari funzionanti, la concessione non include la torre e la lanterna, che rimangono in carico al Servizio Fari della Marina per la manutenzione.

Alcuni fari sono iconici, come la Lanterna di Genova, eretto nel 1128, distrutto e ricostruito nel 1543 nella sua forma attuale. I suoi 77 metri lo rendono il faro più alto del Mediterraneo (il secondo d’Europa) e inoltre il terzo faro in attività più antico del mondo. Il Fanale di Livorno, chiamato fanale benché abbia una portata di 36 miglia marine, risale all’epoca della Repubblica Marinara di Pisa (la struttura attuale, però, è una ricostruzione dell’originale andato distrutto nella seconda guerra mondiale). Il Faro di Punta Palascìa è in una posizione splendida, sul Capo d’Otranto, a picco sul mare nel punto più a est dell’Italia. Restaurato recentemente, è uno dei cinque fari del Mediterraneo, insieme a quello di Genova, tutelati dalla Commissione Europea e sede di un museo. Non possiamo dimenticare il Faro della Vittoria di Trieste, una vera e propria opera d’arte realizzata negli anni ’20. Il faro sorge sulle colline intorno a Trieste, a 60 m.s.m. e domina il golfo di Trieste. Fanno parte del faro due sculture dell’artista Giovanni Mayer: una in marmo alla base dedicata ai marinai caduti nella prima guerra mondiale, il Marinaio Ignoto, e una Vittoria Alata in bronzo in cima alla struttura.

Nell’ultimo bando Valore Paese – Fari, oltre a immobili di proprietà del Ministero della Difesa e del Demanio dello Stato, sono stati messi a gara anche edifici costieri di proprietà di Comuni e Regioni, con un positivo sforzo di ricognizione e rilevamento dei beni e del loro valore. A questi vanno anche aggiunti fari o stazioni di segnalazione di proprietà della Regione Sardegna.

Le linee guida del progetto di valorizzazione prevedono che gli operatori possano “sviluppare un progetto dall’elevato potenziale per i territori e a beneficio di tutta la collettività, e che favorisca la messa in rete di siti di interesse storico-artistico e paesaggistico, migliorandone la fruizione pubblica e sviluppando un modello di accoglienza turistica intesa non solo come ricettività, ma anche in relazione ad attività formative, di natura sociale e culturale e di scoperta del territorio”.

Paradossalmente, però, i fari finora ristrutturati sono diventati dei resort di lusso, chiusi al pubblico per le visite e inaccessibili 365 giorni l’anno se non si è disposti a prenotare una stanza al modico costo di €500 a notte. Parliamo del Faro di Capo Spartivento a Chia, nel comune di Domus de Maria (CA), situato sulla punta meridionale della Sardegna, in un luogo di selvaggia bellezza, che l’imprenditore cagliaritano Alessio Reggio insieme al socio Massimo Balia ha trasformato in un hotel a cinque stelle, con piscina a filo orizzonte sul mare e prato all’inglese. Sul sito web del resort e sul cancello che sbarra l’accesso al faro non si fa menzione di aperture al pubblico o visite guidate. Oppure del Faro di Punta Fenaio, sull’Isola del Giglio, preso in concessione dall’imprenditore alberghiero Mario Pellegrini, che l’ha trasformato in resort con 8 camere e ristorante. Per finire con Faro di Punta Libeccio, a Marettimo e il Faro di Capo Grosso, a Levanzo, entrambi in concessione all’imprenditore Lorenzo Malafarina, milanese, fondatore del Seventyseven Italian Luxury Heritage, che vuole trasformare i due edifici in alberghi “boutique” con servizio di maggiordomo e chef gourmet.

Non si vuole interferire con le proposte turistiche degli operatori del settore che, d’altronde, hanno il merito di investire risorse ingenti nel nostro patrimonio, ma quello che si chiede è che all’atto della concessione si preveda l’obbligo per gli affidatari di garantire l’accesso gratuito al pubblico secondo un calendario congruo di visite guidate. Si chiede anche all’Agenzia del Demanio di rivedere i criteri di scelta dei progetti meritevoli di concessione, in modo che possano essere selezionate anche proposte per la creazione di ostelli o rifugi per i turisti, accordi con i circoli velistici e la Lega Navale per centri di supporto ai diportisti, osservatori e centri di ricerca universitaria, centri sociali e musei di varia natura, e non prevalentemente resort di lusso, come purtroppo è avvenuto fino ad oggi.

Per fortuna non tutti i fari hanno fatto questa fine. Il Faro di Punta Palascìa è stato oggetto di una lunga battaglia da parte di ambientalisti, cittadini pugliesi e appassionati faristi che, per salvarlo dall’abbandono, festeggiarono in centinaia il Capodanno del 2000 con una fiaccolata al faro. Il recupero è arrivato quando il Comune di Otranto ha ottenuto la concessione dall’Agenzia del Demanio e i finanziamenti necessari per il lungo e difficile restauro. Gli accordi tra Comune, Regione Puglia, Università di Lecce, Marina Militare e il coinvolgimento della popolazione locale potranno garantire la fruizione pubblica del bene, oggi destinato a Museo e Osservatorio su Ecologia e salute degli ecosistemi mediterranei. Anche il Faro di Capo d’Orso a Maiori, preso in gestione dal WWF, sarà un contenitore culturale pubblico, punto di snodo di trekking sulla costiera amalfitana e i Monti Lattari, con l’obiettivo di sviluppare un turismo responsabile e la fruizione di territori altrimenti abbandonati. Più ancora, il Politecnico di Bari sta sviluppando l’idea di creare un Cammino di Fari italiani, sorta di “via della luce” lungo le coste italiane, creando un’infrastruttura che possa mettere in rete tutti i fari, sostenendo un turismo lento, responsabile e sociale, in cui ogni stazione di sosta o ostello del viandante sia un faro.

* Italia Nostra