Stanza del guardiano

“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare.”

(Henri Laborit)

Chiudi gli occhi e ascolta.
Fuori il mare batte contro i frangiflutti: non fa troppo rumore stasera.
Il vento lo muove assieme ai bassi cespugli che circondano questo posto e al pino che fa ombra alla mia finestra.
Odora l’aria, sa di sale, taglia la faccia, anche se è calda. Com’è diversa da quella delle notti d’inverno in cui la massa d’acqua spinge per salire sulla terra, urla per rompere questi muri e le rocce più in basso.
Già.
Il mare vuole spegnere la luce che gira.
La luce che fa da avviso ai naviganti, che dice “attenti, qui la terra trema”.

Scusami, non mi sono presentato. Sono il guardiano di questo faro.
Devo tener viva la luce per quelli che passano. Come te.
Sono anni che vivo qui. Quando arrivai fuggivo dalla gente. E qui di gente non ce n’è. Solo ora mi sono reso conto che con questo mestiere mi sono assunto il compito di tenere la gente al sicuro.
Al sicuro dalla terra che morde, al sicuro dal mare oscuro.
È quello che faccio. Sono il guardiano del faro, qui.

Ora, grazie alla Rete, sono riuscito a fuggire (almeno virtualmente!)… sono un guardiano del faro.
Però ho delle responsabilità.
Come ho detto, il mio compito è molto semplice: fare in modo che la luce non si spenga mai.

Finalmente ho ritrovato me stesso. Lontano da tutto. E da tutti.

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