La voce delle onde

Tratto da “La voce delle onde” di Yukio Mishima

L’altra splendida vista sull’isola si gode dal faro in cima, quasi, al monte Higashi, che precipita a picco sul mare. Ai piedi della rupe scoscesa la corrente dello stretto di Irako produce uno scroscio incessante. Nei giorni di vento, il piccolo stretto che unisce il golfo di Ise al Pacifico bulica di vortici; la punta della penisola di Atsumi si spinge sul canale, e sulla spiaggia rocciosa e desolata si leva il piccolo faro disabitato di capo Irako. A sudest del faro di Uta-jima la vista spazia sul Pacifico, e a nordest, oltre la baia di Atsumi e di là dalla catena di montagne, talora si scorge il monte Fuji, di solito all’alba, quando il vento dell’ovest soffia gagliardo.

Quando un vapore in rotta da o per Nagoya o Yokkaichi passa per il canale di Irako, aprendosi la via tra le innumerevoli barche da pesca disseminate nello stretto del golfo sino al mare aperto, il guardiano del faro può facilmente leggerne il nome col suo cannocchiale. Il Tokachi- maru, un battello da carico di millenovecento tonnellate, armato dalla Compagnia di navigazione Mitsui, era entrato proprio allora nel raggio del cannocchiale. Il guardiano poté scorgere due marinai che indossavano tute grigie e stavano chiacchierando e pestando i piedi sul ponte. In quel momento un cargo inglese, il Talisman, entrò nel canale, diretto al porto. Il guardiano ne vide chiaramente i marinai, stavano giocando agli anelli sul ponte e apparivano molto minuscoli.

II guardiano rientrò nella camera di guardia, sedette al suo tavolo e annotò in un giornale, che recava la scritta “Registro del movimento delle navi,” i nomi dei battelli, i dati segnaletici, la direzione della rotta e l’ora. Poi batté al telegrafo queste informazioni per avvisare i proprietari, nei porti di destinazione, d’incominciare i loro preparativi.

Era pomeriggio e il sole calante veniva intercettato dal monte Higashi, che gettava nell’ombra il faro e le sue adiacenze. Un falco volteggiava alto sul mare, nel cielo chiaro. Lassú, abbassava ora un’ala ora l’altra, come se stesse provandole, e proprio quando sembrava sul punto di piombare giú, scivolava invece subito indietro nell’aria, per poi librarsi ancora piú in alto, su ali immobili.

Allorquando il sole fu completamente scomparso, un giovane pescatore risali in fretta il sentiero montano che conduceva dal villaggio al faro. Un grosso pesce gli penzolava dondolando da una mano.

Era un ragazzo di appena diciott’anni: proprio l’anno prima aveva terminato la scuola superiore. Era alto e robusto per la sua età, e Soltanto il viso rivelava la sua giovinezza. Quanto mai abbronzato dal sole, aveva il caratteristico naso ben modellato della gente della sua isola e le labbra spaccate e screpolate. Gli occhi scuri erano oltremodo limpidi – dono del mare a tutti coloro che vivono navigando – ma in essi non luceva l’intelletto; in verità il profitto del ragazzo a scuola era stato molto scadente. Portava ancora i vestiti coi quali ogni giorno andava a pesca: un paio di pantaloni ereditati dal padre morto e una giacca di poco prezzo.

Il ragazzo attraversò il campo da gioco, già deserto, della scuola elementare e s’arrampicò su per il colle accanto al mulino. Salendo la rampa di gradini di pietra, passò dietro al tempio di Yashiro, nel cui giardino erano sbocciati i fiori di pesco, evanescenti e avvolti dalle ombre del crepuscolo. Da H, in dieci minuti, sarebbe giunto sino al faro.

Il sentiero che conduceva al faro era pericolosamente ripido e battuto dal vento, e uno non pratico poteva perdersi anche di giorno. Ma il ragazzo poteva procedere ad occhi chiusi senza mettere il piede in fallo tra le rocce e le radici affioranti dei pini. Difatti, pur camminando immerso nei suoi pensieri, non inciampò una sola volta.