Mitologia del faro

Articolo di Giampietro Guiotto
Fonte: www.bresciaoggi.it

Nel III secolo a.C., nell’isola di Pharos, di fronte ad Alessandria d’Egitto, sopra un’alta torre ardeva un costante fuoco, che, grazie alla rifrazione di uno specchio concavo, emanava luce visibile a lunga distanza. Sorgeva, così, il primo faro, nonché primo grattacielo del mondo, utile ai naviganti per districarsi nella palude di Mareotide.

Considerato una delle sette meraviglie del mondo, quel faro fu il primo sistema generatore di luce intensa notturna, a cui nel ‘800 si aggiunse la cosiddetta «Lampada», un sistema di lenti rotanti, poste alla sommità di una torre, che emetteva potenti fasci di luce lampeggiante, intermittente, scintillante o fissa. Un fascino, quello dei fari, legato alla dimensione del viaggio, della solitudine e del pericolo, che vede oggi, nei tempi della modernizzazione, l’abbandono di quei luoghi della salvezza, così ricchi di storia, leggende e presenze misteriose. Ma è proprio in questi luoghi, ora abbandonati o meccanizzati senza più nessun guardiano del faro, che ha preso forma la mostra «Fari delle meraviglie» – inaugurata il 16 luglio – del fotografo bresciano Walter Pescara, che ha trasformato il faro di Santa Marina di Salina, nelle Isole Eolie, in luogo espositivo tra i più adatti per rimarcare come queste strutture siano romanticamente e metaforicamente i luoghi dell’eterno ritorno. Con questo spirito, Pescara, fin dagli anni ’80, fotografa durante i suoi viaggi tra le coste e le isole italiane lo stato precario dei fari, assiste alla fine della loro funzione, immortala il loro abbandono e il loro degrado, fino a stamparli ora su vecchi pezzi di vela nautica. Le grandi 15 fotografie in mostra, stampate su brandelli di vecchie tele, in cui compaiono numeri, sigle, cuciture, pieghe e coordinate del loro punto nautico, vanno a costituire all’interno del faro di Santa Marina di Salina un’installazione o album fotografico tra i fari della memoria, quali il Faro della Vittoria a Trieste, in cui si eleva una «Vittoria Alata» dello scultore Giovanni Mayer, i fari di Capo Caccia in Sardegna, di Capo Vaticano in Calabria e quello della Rocchetta a Venezia. Uscì 25 anni fa lo splendido «Libro dei fari italiani» di Pescara e Camillo Manfredini edito da Mursia. Varie le prospettive adottate da Pescara, da quella aerea a quella frontale, da quella a volo d’uccello a quella radente, per ricordarci che attorno a queste torri di luce, spente di giorno, si intersecano destini, memoria storica e paesaggi tra i più disparati. La fotografia traduce la realtà in immagine, la carica di simboli, immerge il fruitore in una trama di corrispondenze visive e narrative, tanto che il faro di Desenzano del Garda, unico lacustre, immerso in un unico campo di colore piatto e azzurro, emerge dall’acqua come un faraglione, che si staglia sul Monte Baldo innevato, identico al monte Fuji nei disegni di Hokusai.