L’ultimo eremita del Tino: “Quanta nostalgia”

Articolo di Andrea Bonatti
Fonte: www.cittadellaspezia.com

Renzo Fiorentini è stato l’ultimo farista di San Venerio. Dal 1979 al 1988 ha vissuto sull’isola con moglie e una figlia per garantire che la lanterna funzionasse sempre. “Gettavo la nassa e le aragoste venivano su una dietro l’altra”.

Il fagiano fu battezzato Roberto e per poco non diventò una star. Forse nell’idea di chi lo fornì come dotazione a Renzo Fiorentini nei primi anni Ottanta doveva diventare un piatto di portata. In verità il pennuto e la sua elegante livrea erano i compagni di barca dell’ultimo farista che abbia vissuto per periodi prolungati sull’Isola del Tino. Una vera e propria abdicazione dal ruolo di fauna maggiore dell’isola, che condivideva con un mulo e qualche gallina, in favore di uno più umanizzato e letterario. Letterario ma non televisivo, visto che quando Enzo Tortora interpellò il moderno San Venerio per fare di Roberto il protagonista di una puntata del suo Portobello, ricevette un garbato rifiuto.
Quanti aneddoti si possono accumulare dopo aver vissuto per quasi dieci anni su un’isola deserta con il compito di non far mai mancare luce ai naviganti? Questa è stata la vita di Fiorentini dal 1979 al 1988. “Roberto lo portavo al porticciolo con l’Ape, si saliva in barca e si andava tra Tino e Tinetto – ricorda con chiaro accento livornese – Calavo le nasse… venivano su aragoste una dietro l’altra, ma non ne ho mai prese più di quanto mi servissero per mangiare. Anche i pesci, tenevo i più grandi e liberavo gli altri”. Qualche decina di metri più in alto la moglie che divideva con lui la casa dentro al Faro di San Venerio. “Cosa faceva? Mia moglie ha letto migliaia di libri in vita sua. Anche oggi si mette la sveglia per iniziare a leggere di buona mattina”.

Una lanterna da far funzionare senza interruzioni come pensiero fisso; poi governare gli animali e pescare per garantirsi la sussistenza. Nove anni di vita così, con la corrente elettrica che mancava per mesi interi a causa delle dispersioni del cavo che da San Bartolomeo arrivava appoggiato al fondale fino all’arcipelago che affonda la Lama della Spezia nel Mar Ligure. “Avrei avuto diritto a sei mesi di ferie all’anno ma non le ho mai prese. Per me stare qui era già vacanza – ricorda il farista in pensione – Anzi, tornare alla vita sulla terraferma era traumatico, dovevi riabituarti ai rumori e agli odori. Ci ho allevato anche una figlia sul Tino, fino ai tre anni ha vissuto con noi. E’ cresciuta selvatica, si muoveva sugli scogli con naturalezza”.
Ci torna ogni anno nel suo eremo il signor Fiorentini. Lo invitano per ogni 13 settembre, quando si celebra il santo che è protettore di tutti i fari d’Italia e del Golfo della Spezia. La tecnologia oggi non ha cancellato la necessità di un intervento umano, ma l’ha molto ridimensionata. Non ci sarà più un nuovo eremita del Tino. E anche prima non era un lavoro da tutti. “Mi mandarono un ragazzo come aiuto, ma dopo dieci giorni chiamai i genitori che lo venissero a prendere. Vedeva fantasmi durante la notte, stava scollandosi dalla realtà. Era un lavoro che metteva a confronto con sé stessi, non bastava essere motivati per farlo. Ma io no, io stavo meglio d’inverno quando non c’era nessuno mentre d’estate venivano le barche a mettere l’ancora in questo tratto di mare. Se lo sento mio? Lo sento mio e so che non potrò più abbracciarlo”.

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