Float, il guardiano del faro

Articolo di Gianluca Santisi
Fonte: www.lasicilia.it

Un album elettroacustico arricchito da scrittura letteraria

Da demo a disco compiuto. Un processo costante di stratificazione e affinamento dei brani che ha portato il musicista palermitano Alessio Bosco, sotto pseudonimo Float, a regalarci una delle più sorprendenti uscite di questo inizio d’anno. Il suo esordio omonimo, pubblicato dalla Seahorse Recordings di Paolo Messere, agisce sotto le mentite spoglie dell’elettronica, tra loop ciclici e tastiere, ma ci restituisce il caldo sentore di un suono elettroacustico arricchito da una scrittura di matrice letteraria. Un gioco di riferimenti e citazioni, più o meno nascoste, da Shakespeare a David Herbert Lawrence, da Conrad a Stefano D’Arrigo. «Mi piaceva – racconta Bosco – questa dimensione di avventura marinaresca dell’Ottocento, all’interno della quale inserire tanti piccoli elementi minimali contemporanei».

La musica di Float racconta per immagini sonore. Il faro come guida e punto di riferimento, l’orizzonte da esplorare, il mare al centro di tutto: uno spazio mentale ed evocativo. «Essendo un siciliano degenere – continua l’autore – ho passato metà della mia vita a non amare le spiagge e il mare. Ho cominciato a farlo nel momento in cui mi sono allontanato e mi sono ritrovato in luoghi in cui il mare era un’utopia. Lì mi sono reso conto di quanto, da isolano, il mare fosse completamente parte della mia esistenza. Ti dà l’idea dello spazio infinito, è qualcosa che ti porti dentro, vive con te e automaticamente diventa parte di quello che fai».

Quarant’anni e una lunga esperienza musicale alle spalle in vari gruppi (il post rock dei Rebekah Spleen il più noto), Alessio Bosco ho deciso adesso di affrontare il suo primo progetto solista. «In questi anni ho cercato in tutti i modi di creare un mio suono. C’ho messo “un secolo” e in mezzo ci sono state anche alcune vicissitudini personali poco divertenti che mi avevano anche allontanato dalla musica. Ma alla fine ci sono ritornato perché non riuscivo a farne a meno. Questo progetto nasce da altri due che non si sono realizzati: uno di estrazione più elettronica, l’altro più rockeggiante. Alcuni dei segni rimasti da quelle esperienze me li sono portati in questo disco. Entrambi, non a caso, avevano il nome Float».

Fluttuare, galleggiare. «È un riferimento al disco dei Windsor for the Derby, Calm Hades Float, ma mi sembrava anche interessante utilizzare un nome molto usato e quindi tutto sommato anonimo, che lasciasse tanto spazio all’immaginazione e portasse l’ascoltare ad interessarsi alla musica e non al contorno». Il tema del brano che apre il disco, A Lighthouse, ritorna in una versione trasfigurata nella settima e ultima traccia, A Lighthouse #2. «Una mia piccola ossessione anche da ascoltatore – spiega Bosco. Ho sempre amato molto quei dischi in cui certi brani venivano ripresi e citati più volte. Pur non essendo un concept album, nel disco c’è una sintonia comune a tutti i brani e quindi mi piaceva l’idea di vederlo come una sorta di piccolo viaggio, la circumnavigazione di uno spazio, con quel tornare al punto di partenza con acquisizioni nuove e in maniera del tutto diversa».

Un disco home-made, interamente composto e suonato da Bosco. «L’idea iniziale era quella di fare un demo, poi la mia compagna, Elina Catania (autrice delle foto in bianco e nero che arricchiscono il booklet, ndA), mi ha convinto a mandarlo a qualche etichetta ma non ce n’è stato bisogno: appena Paolo (Messere di Seahorse Recordings nda) l’ha ascoltato mi ha subito chiamato dicendomi che era ottimo e l’avrebbe prodotto. L’ho registrato a casa, mentre Riccardo Piparo ne ha poi curato il mastering. Faccio fatica a definirlo un disco di musica elettronica perché non c’è quell’interesse particolare per le timbriche o per il sound design, anzi è abbastanza “sporco” come resa finale».

«Inoltre – conclude Alessio Bosco – tutti i loop utilizzati sono stati registrati in presa diretta suonando strumenti acustici come, per esempio, basso e batteria. E proprio in quest’ottica, per i live sto riarrangiando i brani in chiave elettrofolk, con chitarra classica e violoncello».

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