Isola Bocca, quel faro acceso da 130 anni

Articolo di Dario Budroni
Fonte: lanuovasardegna.gelocal.it

Instancabile sentinella del golfo, l’affascinante struttura è in stato d’abbandono. Naufragati per ora i progetti di utilizzo

La vernice bianca è divorata dalla salsedine, i vetri delle finestre sono andati in frantumi, nelle stanze piccioni e gabbiani hanno ricoperto il pavimento di guano e piume. Il simbolo di Olbia è una struttura diroccata in mezzo al mare. È un faro dal fascino antico e ancora perfettamente funzionante. Quando il sole cala la lampada si accende e un potente fascio di luce segnala alle navi lo stretto ingresso del porto. Da quasi 130 anni è l’instancabile sentinella del golfo. Ma ancora oggi resta una specie di miraggio. La sua valorizzazione resta ben chiusa nel cassetto dei sogni. Il faro di isola Bocca è difficile da raggiungere e olbiesi e turisti non possono fare altro che accontentarsi di ammirarlo e fotografarlo da lontano.

La storia. Il faro si trova all’ingresso del canale del porto. La Marina lo ha costruito sull’isola Bocca e lo ha attivato nel lontano 1887. «Ma per tutto l’Ottocento quell’isola era chiamata La Pagliosa, perché le sue rive si riempivano di Posidonia dopo le forti mareggiate» racconta Mario Spanu «Babay», un appassionato studioso di storia olbiese. Lo scopo del faro è scontato: segnalare l’ingresso della stretta insenatura che via mare conduce a Olbia. Innanzitutto tramite la lampada, ma anche tramite dei segnali acustici in caso di nebbia. La struttura è composta da una torre quadrangolare di 24 metri e da un edificio a due piani: dentro ci sono gli appartamenti dei fanalisti e delle loro famiglie. Sull’isola si trovano anche altre tre piccole strutture, adibite più che altro a magazzini e lavatoi. «Il faro fino al 1920 è stato alimentato a petrolio, poi a gas fino al 1967 e da quel momento fino a oggi a corrente elettrica – spiega Mario Spanu -. Prima della costruzione del faro, invece, c’era un battello fanale, sempre per segnalare l’ingresso del porto. Ma è durato pochissimo».

Vita nel faro. L’attività dei fari non poteva prescindere dal lavoro dei fanalisti, cioè quelle persone che si occupavano della manutenzione e del funzionamento. Sono figure quasi scomparse che a rotazione giravano le diverse strutture presenti sulle coste sarde. Un tempo abitavano direttamente nei fari. Quello di isola Bocca ha al suo interno gli appartamenti che ospitavano i fanalisti e le loro famiglie. Persone che vivevano semi-isolate dal resto della comunità. L’olbiese Stefanina Degortes, per esempio, ci ha abitato con la sua famiglia per un breve periodo negli anni Cinquanta e poi ancora negli anni Sessanta, fino ai primi anni Settanta. Suo marito Luigi Rosso, carlofortino, classe 1915, era un abile fanalista. «In alcuni periodi vivevamo in città, in altri direttamente al faro – racconta Stefanina Degortes -. L’isola Bocca la raggiungevamo in barca. I fanalisti facevano i turni e oltre al faro grande pensavano anche alla manutenzione dei fanaletti della canaletta del porto». I giorni scorrevano tra mare, navi di passaggio e qualche disagio. Una delle figlie della signora Degortes, per esempio, ha seriamente rischiato di partorire sull’isola Bocca. «Era pronta a partorire e di corsa l’hanno accompagnata a Olbia in canottino – racconta oggi col sorriso -. Sì, i disagi non mancavano di certo. Negli anni Cinquanta ci si illuminava con la candela, perché l’elettricità non era ancora arrivata. La spesa si faceva una volta alla settimana e solo quando il tempo era buono, mentre le famiglie che ci abitavano prima curavano anche un orticello».

Stato attuale. Il faro dell’isola Bocca è funzionante ma in completo stato di abbandono. Dentro una cassa di legno ci sono ancora alcuni vecchi registi, tutti degli anni Cinquanta, ingialliti dal tempo e gettati via come carta straccia. In un altro magazzino, invece, ci sono i resti di strumentazioni rotte e ossidate. Infine c’è la struttura principale, che è chiusa. Gabbiani e piccioni hanno trasformato le stanze in enormi e sporche voliere. «Dentro c’erano tre appartamenti – continua Stefanina Degortes -. Il tetto è a botte. C’erano camere da letto, soggiorni e piccoli bagni. Poi anche una scala a chiocciola. L’acqua la conservavamo dentro grandi cisterne. Sotto il faro è tutta una cisterna, che la Marina riforniva con delle motozattere. In una casetta esterna, invece, c’era il lavatoio».

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