Chi vuol fare il guardiano del faro?

Articolo di Laura Aldorisio
Fonte: nuvola.corriere.it

Ci sono occhi di luce con cui i naviganti scrutano e solcano le onde. Sono i fari che puntellano le nostre coste. Continuano ad arrivare curricula alla Direzione fari. Ma il farista è un lavoro in estinzione o in evoluzione?

Il faro che si staglia in un affresco di colori, verde, azzurro, giallo. Il faro che domina il mare e contempla il cielo. Il faro che conduce chi naviga, rassicura chi pesca e ispira fiducia a chi abita in città. Sarà forse questa tavolozza di bellezza la ragione per cui ogni anno decine di giovani aspirano a diventare guardiani del faro nella Marina militare.

La Direzione fari e segnalamenti, con sede a Napoli, nella persona del Direttore Capitano di vascello Salvatore Tumminello, conferma che il percorso non è semplice e i posti disponibili in diminuzione.

«Il numero delle domande aumenta d’estate. Se dovessimo aprire i concorsi saremmo subissati di richieste. È un lavoro in piena trasformazione. Basti pensare che negli anni ‘60 c’erano 600 faristi. Ora stiamo organizzando delle squadre di manutenzione che intervengano laddove necessario».

Oggi sono 154 i fari, di cui 60 con personale alloggiato. In Italia il programma di edificazione si è intensificato dopo l’Unificazione, dal 1860 in poi, e nel giro di vent’anni sono stati costruiti quasi tutti i fari di cui oggi gode il nostro mare. Il faro più antico è quello di Messina del 1256, segue Genova, costruito nel 1326.

Il bando, pubblicato poche settimane fa dal Demanio, mette in concessione gli alloggi di dodici fari, mantenendo regolare il funzionamento del faro, che non viene dimesso perché è un insostituibile ausilio alla navigazione. Ogni faro emette un fascio di luce differente e distinguibile che permette a chi è in mare di conoscere la propria posizione.

Si chiama caratteristica, il ritmo dei lampi di luce e di eclissi, cioè di buio, tipica di ogni struttura. Mezzo secondo di luce e un secondo di buio, ad esempio, è una delle caratteristiche che rimangono riconoscibili e visibili anche durante le ore del giorno. Sono volti che scrutano il tragitto di ogni imbarcazione e guardando questi tratti somatici si è in sicurezza.

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Non è corretto dire che la tecnologia stia prendendo il sopravvento. L’innovazione rende efficiente i segnalamenti marittimi che richiedono, però, l’occhio e l’intervento umani. Nell’era del Gps e della cartografia elettronica, che posto ricoprono i fari?

Il Comandante risponde che «si tratta di validi ausili che utilizza chi naviga per mestiere. Senza i punti di riferimento in mare, si procede senza avere un back up e si fatica ad orizzontarsi. I fari sono le stelle dei moderni. È chiaro che, mentre negli anni passati i segnalamenti richiedevano manutenzione e sorveglianza continue, oggi li possiamo telemonitorare a distanza. La stessa rotazione del faro era un meccanismo a orologeria, che ogni quattro ore doveva essere caricato, mentre ora è motorizzato».

I fari sono come il filo d’Arianna per i naviganti, conclude il Comandante Tumminello, e un compagno «per gli abitanti che spesso ci avvisano di eventuali anomalie perché senza la luce del faro non riescono a prendere sonno».

Il Capitano di fregata Daniele Verdi supervisiona da sette mesi circa la zona fari nord-medio Adriatico, da Trieste a San Benedetto del Tronto; in tutto sono tredici le reggenze che fanno capo a Verdi. Non tutti i fari sono presidiati: laddove manchi il personale dedicato, la responsabilità passa al reggente geograficamente più vicino. Un tempo non era così, c’erano più faristi.

Ma «i fari svolgono la loro funzione da sempre e tale rimarrà. La tecnologia ne ha migliorato la performance, permettendo di individuare più rapidamente l’avaria e restituendo una maggior efficienza». Il Comandante Verdi ricorda quando, da allievo ufficiale della Marina militare, stava entrando in un porto scandinavo.

Era notte, bisognava attraversare un fiordo ed era di ausilio all’Ufficiale di manovra. «I fari ci hanno condotti nell’allineamento. Quest’immagine a distanza di più di trent’anni è ancora impressa in me. Rimasi affascinato di come punti luminosi portavano una nave di sei mila tonnellate con centinaia di uomini».

Giuliano Zeppi, originario di Jesi, è il farista di Pesaro che, assieme ad altri due colleghi, cura anche il faro di Fano e i fanali del porto, che aiutano le barche nell’allineamento. La costa adriatica è ricca di fari e il Monte San Bartolo, colle pesarese, accoglie una struttura di 25 metri consegnata nel 1952, la cui lampada è a 175 metri sul livello del mare.

È un faro d’altura con la caratteristica di due lampi che si ripetono ogni quindici secondi, il cosiddetto periodo del faro, intervallati da 3.6 secondi di buio. La spazzata, gergo tecnico per indicare l’effetto della luce nella sua rotazione, ha una portata di 25 miglia nautiche, quasi 50km. E così sempre. Per sempre.

«Perché ogni navigante riconosca, come nel linguaggio morse, dove si trova». A 19 anni, durante la guerra del Libano, Zeppi si arruola in Marina come tecnico elettronico. A 23 anni si congeda e inizia a lavorare come impiegato civile della Marina militare ad Ancona.

Una battuta di un collega: sai che ci sono dei fari che hanno bisogno di personale? Vuoi andare a Lampedusa? Poi la proposta di Pesaro. «Siamo qui dal 2004. I compiti ogni giorno variano e si moltiplicano. Tra i più ricorrenti, manutenere l’intonaco e le strumentazioni dalla salsedine che corrode, pulire i vetri del faro così che i lampi siano limpidi e compilare per 365 giorni all’anno il giornale di reggenza, dove annotare tutto quel che è accaduto».

C’è chi cura in silenzio gli occhi di luce per condurre chi è tra le onde. Il farista è un lavoro che conoscerà ancora evoluzioni ma non involuzioni.

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