Don Pippo, libero come il vento

Articolo di Pino Corrias
Fonte: todocambia.vanityfair.it

articoli_don-pippo-libero-come-il-ventoGiuseppe Benedetto, detto don Pippo, 84 anni, da ragazzo voleva navigare. Sognava petroliere. E radio ricetrasmittenti capaci di scavalcare le aurore boreali e tutte le nostalgie dei marinai, quando hanno il cuore troppo ancorato alla terra ferma. Ma appena diplomato radiotelegrafista, la vita decise per lui. E il mare anziché traversarlo se lo ritrovò come orizzonte, e libro eterno da leggere, onda per onda, stagione per stagione, issato in cima alla roccia del suo destino, guardiano del faro di Capo Vaticano.

«Quando arrivai, a parte il faro che era stato costruito nel 1870, non c’era nulla, né la strada, né l’acqua, né il telefono». Era il 1965. Il promontorio, tra Vibo Valentia e Rosarno, era fatto di solitudine
selvaggia: «L’unica compagnia, nelle giornate limpide, era la sagoma dell’isola di Stromboli in lontananza. Il resto era cielo e mare e all’inizio la cosa un po’ mi spaventava. Mi chiedevo cosa ci faccio qui?».

Invece l’orologio degli anni si mette a camminare. Don Pippo fabbrica la strada, apre il bosco alla luce, pianta alberi, raddrizza la casa, aggiusta, ridipinge, semina l’orto. Poi si sposa, mette al mondo quattro figli. E quando nasce Lucia, l’ultima, smette di tagliarsi la barba. «Tanti mi chiedono di raccontare la solitudine che si prova in un posto come questo. Ma io la solitudine non so cosa sia. Anche oggi con tutti i figli in giro e il faro che ormai funziona da solo, in automatico». Don Pippo dice che non ha mai avuto il tempo di sentirsi solo. Ha molte collezioni a cui badare, di vecchi lumi a petrolio, vecchi telefoni, vecchie radio, cappelli, francobolli. E pure cartoline che gli spediscono gli equipaggi.

«E poi il mare non ti lascia mai solo. All’inizio quella paura era uno sbaglio. Ancora oggi mi incantano gli inverni. I temporali. E il fatto che non ci sia mai un’onda uguale all’altra, mai un tramonto fatto dello stesso rosso». Non gli dispiace niente della sua vita, inscritta su questo promontorio, a 110 metri di altezza, accanto al faro che da cent’anni manda 4 lampi di luce ogni venti secondi. Luce di lunga gittata, 35 miglia nelle notti limpide. «Ho goduto di immensa libertà, proprio come il vento, come le nuvole che passano, come i gabbiani».

E ha fatto quello che doveva – ora lo sa – badando a questa luce che i naviganti chiamano «d’atterraggio». Perché è la prima che si avvista quando non si vede niente, non c’è luna e il nero gira in tempesta. E vedendola ti dice: «Qui c’è terra. Qui c’è qualcuno, non sei solo».

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