Ristrutturato il faro del S. Bartolo. È indispensabile per i naviganti

Articolo di Benedetta Iacomucci
Fonte: www.ilrestodelcarlino.it

Costruito negli anni ’50. Dà due segnali luminosi ogni 15 secondi

Pesaro, 18 gennaio 2015 – Una lampadina che starebbe nel pugno di una mano, avvolta da una crisalide di vetro, un petalo di cristalli concentrici capaci di irradiare la luce a 30 miglia nautiche. Si presenta così, come un un concentrato di prodigiosa semplicità, l’occhio del faro sul San Bartolo, che da più di sessant’anni orienta i marinai, scandisce il ritmo della notte, ispira gli innamorati.

La torre bianca di 25 metri si staglia sulla collina all’interno del parco, ad oltre 175 metri di altitudine sopra il livello del mare. Fu costruita negli anni ’50 e divenne operativa nel ’52, dopo che il bombardamento di un cacciatorpediniere tedesco mise fuori uso – e di fatto pensionò – il vecchio ‘Fralon’ di Casteldimezzo.

Sorse nello stesso punto in cui già all’epoca si trovava una sorta di suo lontano e più rudimentale progenitore, un semaforo dal quale partivano – come racconta Dante Trebbi nel suo «Pesaro, storia dei sobborghi e dei castelli» (volume terzo) – importanti messaggi ai naviganti ancora privi di radio: un linguaggio cifrato fatto di fasci di luce di notte e sventolio di bandierine di giorno.

In quegli stessi anni, inoltre, esisteva ancora sulla banchina del vecchio porto un’altra torre, accanto al fortino napoleonico, che poi scomparve e di cui rimangono numerose testimonianze fotografiche. La chiamavano ‘Lanterna’, e vide la luce nel 1750 circa su progetto di Nicola Ardizi; i cannoni inglesi l’abbatterono nel 1908, fu ricostruita e di nuovo colpita nel 1915 da un bombardamento navale, per poi crollare nel 1916 a causa del terremoto e risorgere tra il 1919 e il 1920, godendo poi di una relativa longevità fino al 1944, quando scomparve anch’essa – come il ‘cugino’ di Casteldimezzo – sotto i colpi dei tedeschi in ritirata da Pesaro.

Resta invece ancora oggi fieramente indispensabile, malgrado i moderni strumenti di navigazione basati sulla tecnologia gps, il faro bianco sul San Bartolo, sotto il controllo della Marina militare.

Altrove i fari – o meglio gli alloggi degli ex faristi, il cui lavoro è stato in alcuni casi sostituito dalla tecnologia e dall’automazione – sono stati dismessi e reinventati, trasformati in punti turistici e strutture ricettive. Ma i fari stessi, e tra loro il nostro, restano ancora irrinunciabili strumento di orientamento per i marinai che solcano il mare. Dall’Adriatico lo guardano, seguono i suoi lampi luminosi – due ogni 15 secondi – e sanno senza ombra di dubbio dove si trovano e quante miglia li separano dall’approdo.

Ma anche questo faro, negli anni, si è dovuto in qualche modo aggiornare. Oggi è gestito da remoto, anche se ha bisogno di una costante e pressocché quotidiana manutenzione garantita dal guardiano, un impiegato della Marina che vive accanto al faro e tra le numerose altre cose si occupa della pulizia delle lenti e dei vetri.

Proprio nei giorni scorsi, inoltre, il faro è stato oggetto di un maquillage che ha d’incanto cancellato i segni del tempo e delle intemperie, restituendogli quella veste immacolata che rende così inconfondibile il profilo della collina. Le impalcature della ‘Costom’, la ditta di Giorgio Tomasello che ha eseguito l’intervento, sono state smontate in questi giorni, dopo un paio di mesi di lavori resi talvolta difficoltosi dal vento battente. E se l’esterno è oggi uno spettacolo da ammirare, ciò che la torre è in grado di svelare è ancora più stupefacente.

D’altronde il faro resta un oggetto misterioso e leggendario non solo per la sua storia millenaria che accompagna da sempre lo sviluppo delle civiltà, ma anche per ovvie ragioni di sicurezza che impediscono ai più di accedervi. Salire sulla sommità del faro significa arrampicarsi in un intrico di scale e scalette, che si snodano per una ventina di metri.

Giunti al di sotto della lente di Fresnel, quel fiore di vetro che custodisce e irraggia la sorgente di luce, si può ancora osservare il vecchio meccanismo che tramite un sistema di argani e pesi imprimeva il movimento alla lampada ed ogni cinque ore andava ricaricato manualmente.

Poi il panorama, mozzafiato: lo sguardo spazia dall’azzurro del mare – dove in giornate particolarmente limpide si possono vedere i monti della Croazia – al verde delle colline, con il parco San Bartolo e la croce che domina il Castellaro; alle sue spalle ci sono Rimini e il grattacielo, mentre proseguendo verso nord ovest compaiono la Carpegna e il sasso Simone. Scorrendo ancora la corona dell’Appennino si arriva a distinguere il monte San Vicino, tra Jesi e Cingoli, e poi ancora il Conero, tornando sul mare.

La vista abbraccia poi l’intera Pesaro, un cuneo di costruzioni che sembra correre verso la foce del Foglia, e si allarga verso l’interno. Il faro la sorveglia dall’alto, la vede crescere e trasformarsi. Ed ogni nuova strada, ogni nuovo mattone è un battito di ciglia.

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