Il porto di Livorno e l’apocalisse della guerra

Fonte: iltirreno.gelocal.it

Gratis con Il Tirreno l’immagine amarcord che mostra le condizioni dalle quali sono partiti i nostri genitori, nonni e bisnonni per rimettere la città in piedi.

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LIVORNO. Càpita che gli occhi si piantino su foto che parlano da sole. È il caso dell’immagine amarcord che proponiamo oggi: la settima della serie in regalo in edicola con il Tirreno (come tutti i giorni dal lunedì al venerdì).

All’imboccatura del porto, fra la Diga Curvilinea e il Fanale si incoccia in una muraglia cinese di navi affondate: l’hanno fatto le truppe naziste in ritirata, volevano impedire che un porto capiente come quello di Livorno potesse – per quel che ne restava dopo gli intensi bombardamenti alleati – fare da punto di riferimento logistico per l’avanzata nemica (previsione azzeccata, visto che poi Livorno diventerà il “decimo porto” e fino a metà anni ’50 sarà uno degli snodi-chiave nella gestione Usa delle proprie forze militari nel Sud Europa.

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Non c’è un metro quadro che si sia salvato dagli attacchi dei bombardieri americani: anche se lo sguardo si posta alle spalle del porto, in quella che allora era la “zona nera” ed era assolutamente tabù per chiunque, non si nota altro se non macerie.

Siccome però era rimasto in piedi il Fanale coperto dal salmastro vecchio di otto secoli, ci hanno pensato i tedeschi in fuga a farlo saltare. Con un episodio che la nostra Ludovica Monarca ha raccontato nell’estate dello scorso anno sul Tirreno: la famiglia del farista venne salvata nel ’44 da un ufficiale nazista che aveva fatto amicizia con loro. Raccomandò a tutti quelli di casa di sparire dalla circolazione per qualche giorno, al ritorno vedendo il faro abbattuto capirono cos’era accaduto.

Bisogna partire da questa foto dallo straordinario potere evocativo: solo così si può avere la possibilità di misurare lo sforzo che, per rimettere in piedi il porto (e la città), ha compiuto la generazione che è appena uscita dalla scena dell’esistenza o sta per farlo.

La dimensione panoramica dell’inquadratura è così ampia che fa sì perdere di vista i dettagli ma consente di abbracciare un territorio abbastanza vasto. E senza salvezza né scampo.

Ecco, quello è stato il punto di partenza per una generazione di livornesi che, in realtà, non aveva tanti beni al sole: solo grinta, fame e braccia. Più evidentemente, cervello e capacità.

Non parliamo di eroi, padri della patria labronica o figure illustri con il mezzobusto nel parco: quelli che hanno rimesso in piedi Livorno erano operai senza nome che magari dovevano farsi dieci chilometri in bici ogni volta che andavano o tornavano dal lavoro, piccoli artigiani che avevano il mestiere ma anche tante cambiali, manovalanza impegnata nei recuperi subacquei in cui si rischiava la pelle ogni volta…

No, il nostro porto non è il migliore dei mondi possibili: non lo è perché il sindacato dice che si sta abbassando troppo la guardia sul fronte caldo della sicurezza dei lavoratori; non lo è perché si torna ai livelli di traffici che c’erano prima della crisi dei mutui subprime e di Lehman Brothers ma altre città come Genova o La Spezia ci hanno messo la metà del tempo a rimettersi in carreggiata.

La foto più recente mette sotto il nostro sguardo il Fanale ricostruito, il sistema dei bacini di carenaggio, due navi ai due lati del molo Capitaneria, i capannoni azzurri di Azimut Benetti e, a dirla tutta, anche qualche albero in più in un centro già fitto di abitazioni.

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