L’attentato a Tremiti nel 1987, il racconto inedito del «farista»

Articolo di Nicolò Carnimeo
Fonte: www.lagazzettadelmezzogiorno.it

BARI – La strada è ripida sino al faro di San Domino alle Tremiti, le forze mancano: Domenico Calabrese si appoggia al bastone, ma la nostalgia è una molla forte. Novant’anni, due baffi che sfidano la gravità, l’anziano fanalista si ferma un attimo e sussurra «qui ho passato gli anni più felici della mia vita, sono nati i miei figli, non avevamo niente e avevamo tutto». Eccolo finalmente in lontananza il faro, una lanterna sull’infinito dell’Adriatico che a Punta del Diavolo rimane a strapiombo sul mare. Il sole tramonta, piccoli puntini neri all’orizzonte le diomedee si raccolgono al largo per il primo canto. Calabrese è qui per raccontare la sua storia davanti alle telecamere di «Lineablu», il programma su Rai 1 e a chi scrive spetta il compito di preparare l’intervista, riuscire a fargli condensare in pochi minuti le emozioni di una vita. Ma più ci avviciniamo, più il suo sguardo si fa inquieto.

Il faro è diroccato, un ampio squarcio lo spacca a metà, i pensieri corrono subito alla notte del 7 novembre 1987 quando si sgretolò per una terribile esplosione. Un attentato? Sull’episodio non si è ancora fatta piena luce, ma ci sono gli ingredienti per alimentare un giallo o meglio una spy story. Si, perché pochi giorni prima di quell’attentato il leader libico Gheddafi aveva rivendicato le Tremiti alla Libia innescando un affaire internazionale che coinvolse le potenze dell’epoca.

Domenico Calabrese era lì in quei giorni, ricorda la vicenda con una vivida lucidità. «La mattina dell’esplosione mi recai al faro – racconta – insieme al sindaco dell’epoca. Non riuscivamo davvero a capire cosa fosse successo, qualcuno pensava all’esplosione di una bombola di gas, ma io lo esclusi sin da subito. L’ispezione al piano terra dove rimaneva la cucina confermò la mia ipotesi. Poi il sindaco si arrampicò al primo piano salendo dalla finestra, lo rivedemmo dopo pochi istanti con il viso terreo. Aveva trovato il cadavere di un uomo orribilmente sfigurato, le mani maciullate, non si poteva riconoscerlo in alcun modo. Così immediatamente lanciammo l’allarme tra gli isolani, chi mancava all’appello? C’eravamo tutti, capirà qui non è difficile, siamo qualche centinaio di anime. Doveva trattarsi di uno straniero. Ricordai allora di aver visto due uomini sul traghetto da Termoli il giorno precedente. Poi ne fui certo. Riconobbi l’uomo più alto: era il cadavere che avevo davanti agli occhi».

Le indagini accertarono poi che si trattava di Jean Luois Nater, uno svizzero di 39 anni, ufficialmente commerciante di macchine per lavanderie, ma ben conosciuto a Losanna come trafficante e rapinatore. E l’altro uomo?

«Avvisai immediatamente i carabinieri, doveva trovarsi ancora sull’isola, tra l’altro lo avevo incontrato proprio sulla via del faro qualche ora prima. Ci eravamo incrociati. Scopri solo in seguito che era tornato sulla scena del crimine per cercare di recuperare i suoi documenti che erano stati lasciati lì».

I carabinieri lo arrestano mentre cerca di prendere il traghetto, si chiama Samuel Wampfler anche lui svizzero, 47 anni, commercia in gioielli, ma ha un passato da truffatore. In passato ha inscenato una finta rapina di gioielli, architettata per ottenere un lauto rimborso dai Lloyd di Londra. E poi precedenti penali per reati connessi alla detenzione di esplosivi che sa usare molto bene poiché in passato ha fatto parte dell’esercito svizzero in qualità di artificiere. L’uomo è eclettico, gira il mondo, il suo passaporto porta visti recenti per gli Stati Uniti, l’Inghilterra e il Libano, ha rapporti con i servizi segreti francesi e libici. Ma quando verrà interrogato riferirà che si trova alle Tremiti solo per accompagnare un amico, Nater appunto, che gli aveva detto di voler acquistare una casa sul mare!

«Io ricordo che sul passaporto di quel Nater – riferisce Calabrese – c’era il visto della Libia, Gheddafi non era estraneo a quell’attentato… sebbene qualcuno ha parlato di una mossa del controspionaggio. Ma la vicenda è ancora più strana a guardarla con il senno di poi». L’espressione di Domenico si fa sardonica. «A quanto ne so Samuel Wampfler ha fatto solo pochi giorni di carcere perché dopo essere stato detenuto a Foggia dove inscenò una specie di sciopero della fame venne estradato a Gignod, una località della Val d’ Aosta proprio vicino alla sua Svizzera dove viveva in una villa agli arresti domiciliari, ma sostanzialmente libero».

Una circostanza abbastanza strana perché le imputazioni contro di lui erano gravissime, venne accusato di introduzione clandestina di un ordigno esplosivo in Italia e di distruzione di installazioni militari, per finalità di eversione dell’ ordine democratico. E poi condannato. Ma anche qui la vicenda è singolare. «Al momento della condanna definitiva i militari si recarono nella sua villa trovando sulla porta un biglietto con scritto “Sono andato a telefonare, ritorno subito”». Ovviamente Wampfler non tornò più e si recò in Svizzera dove poi si sono perse le tracce. il buio cala sul faro di Punta del Diavolo, probabilmente non si saprà mai cosa accadde realmente la notte del 7 novembre 1987 e, soprattutto, perché. L’anziano farista sorride.

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