Faro sin isla: fede cieca

Articolo di Alfonso Rivera
Fonte: cineuropa.org

La Galizia è stata ritratta da molti. Il suo grandioso paesaggio è stato già accarezzato dalla camera di Lois Patiño in Costa da Morte e, di recente, da Ángel Santos in Las altas presiones (premio della sezione Le Nuove Onde all’11° Festival del Cinema Europeo di Siviglia). Ma ora Cristóbal Arteaga, cileno trapiantato a Vigo, ha trasformato questa regione in molto più che un personaggio, facendone uno spazio simbolico nel suo primo film, Faro sin isla, coproduzione tra Cile, Costa Rica e Spagna (Intricate Productions), presentato nella sezione Generi Mutanti del 52° Festival Internazionale del Cinema di Gijón. Tra scogliere, boschi e spiagge del Cabo Home (“uomo”) – il nome del posto è già una dichiarazione d’intenti –, a Pontevedra, è stato girato questo racconto esistenziale sulla ragione (e la sua perdita), la fede vacillante e la solitudine opprimente.

Su un’isola arriva Félix (Lois Soaxe), un meccanico della Marina che si congeda dai suoi colleghi per prendersi cura del faro e, per inciso, fare penitenza allontanandosi da tutto e cercare di mettere ordine nella sua testa. Persona di profonde convinzioni religiose, annota sul suo diario i suoi dialoghi con Dio, mentre i giorni solitari lo trascinano verso uno stato spirituale imprevisto. La religione cristiana e i suoi elementi sono quindi molto presenti in Faro sin isla: l’agnello, i segni sulla porta fatti col sangue per allontanare le piaghe e i pesci (che compaiono fuori dall’acqua come in una leggenda che il regista ascoltò in Chiloé, Cile, su un pescatore che trovava pesci vivi sul monte, in puro stile realistico magico alla García Márquez).

Arteaga costruisce, con un solo attore in mezzo a una natura stupefacente, il processo di degrado di questo uomo che, nonostante le difficoltà, cerca di mantenere viva la sua fede in un essere onnipotente. Ma il regista non rende le cose facili allo spettatore: vuole che il pubblico interpreti e sia attivo, tanto che il film ha più letture oltre a presentare diversi parallelismi, da Kubrick a Javier Rebollo passando per Bresson (l’ombra del Diario di un curato di campagna è ben presente) o titoli come Robinson Crusoe, L’uomo senza sonno e Moon. Arteaga però ha molti meno mezzi e la sua camera oscilla sospettosamente per trasmetterci le stesse sensazioni che sperimenta questa versione nordica di Giobbe, perso nella propria psicologia, confrontato con i suoi terribili fantasmi, tormentato, martire di se stesso, pieno di sensi di colpa che la Chiesa gli ha imposto al nascere, dedito a continue preghiere che nessuno sembra ascoltare ma di cui mantiene testimonianza scritta affinché, almeno così, esistano.

Faro sin isla dimostra nei suoi fotogrammi di aver avuto una gestazione altamente intuitiva e di essere cresciuto in corso d’opera, a partire da una sceneggiatura di 40 pagine scritte dal suo regista. Questo gli dà un nervo organico, vivo e minimalista già manifestato da Arteaga in El triste olor de la carne, anch’esso passato per Gijón oltre ad aver ottenuto il premio del miglior film della sezione Resistenze del 10° Festival del Cinema Europeo di Siviglia.

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