Fa il guardiano del Faro, ma non lo pagano da anni

Articolo di Giorgio Càsole
Fonte: www.diario1984.it

Da Augusta accorato appello di Antonio Coria

AUGUSTA. Nel 1990 fu ospite d’una puntata del “Maurizio Costanzo show”, programma di grande successo trasmesso quotidianamente a tarda serata da Canale 5, alla ricerca di un editore per una sua raccolta di freddure e aforismi spiritosi. Era allora giovane, ricco di speranze e di salute; oggi, a cinquantun anni, è “disabile, nullatenente, indigente, disoccupato, ingannato e abbandonato”. Le parole fra virgolette sono sue, lanciate, come pietre contro una finestra per attirare l’attenzione, nel mare magnum di internet e stampate in una lettera aperta che ha affisso sulle sbarre del cancello che tutela l’ingresso del faro di capo Santa Croce ad Augusta. Parliamo di Antonio Coria, assunto nel maggio 2002 per essere il guardiano del faro, risalente al 1856, all’epoca in cui Augusta faceva parte del regno delle Due Sicilie, sotto i Borbone di Napoli. Coria fu assunto dall’I.RI.M., istituto di ricerche marine, di cui era magna pars il catanese Vito Scalia, ex sindacalista CISL e ex parlamentare democristiano, che, nel 1979, ricoprì l’incarico di ministro per la ricerca scientifica e tecnologica, durante il primo governo Cossiga. L’IRIM nel 1995 aveva ottenuto la concessione dal demanio, ma la sua esistenza fu davvero grama (come, a suo tempo, abbiamo documentato a più riprese), tanto che fu costretto, nel 2008, un anno prima della morte di Scalia, a chiudere e a licenziare i suoi dipendenti, compreso, ovviamente, il guardiano del faro. Antonio Coria riceve una piccola liquidazione che investe immediatamente in un’azienda di “security”, per assicurarsi un lavoro, ma gli va male. Non trova il lavoro, perde i soldi e perde anche la moglie. Perde anche il tetto. Si ritrova solo e disoccupato . Per non finire sotto le stelle, gli rimane solo una possibilità: continuare a rimanere a custodia del faro e a vivere in un casotto, un tugurio, che un tempo era la stalla dei muli, giacché una volta, ai tempi dei Borbone delle Due Sicilie, , si poteva salire in questa contrada solo a dorso di un mulo. Coria ha fantasia e una forte dose di ottimismo lo tiene in vita, come rivelano le sue grandi tele naif, a colori vivaci e sgargianti, con cui ha arredato il suo modestissimo alloggio, tele, dipinte da lui, che riproducono squarci visionari di un’Augusta fiabesca, irreale. Con il passare del tempo, però, l’ottimismo si incrina, soprattutto quando a deluderlo sono coloro che gli promettono un sostentamento che non avviene. “Quattro anni fa s’insediò, nei locali che sono ai piedi del faro, un’associazione”– ci dice Coria – “e mi fu garantito un aiuto economico ogni mese; non ho mai visto nemmeno una busta di croccantini per il cane ”. L’associazione, però, smentisce categoricamente d’aver fatto simili promesse. Coria rimane al suo posto, nell’attesa che qualcuno della Regione Siciliana gli dia il ristoro che gli spetta. Sta svolgendo una funzione di servizio pubblico e non può nemmeno abbandonare il posto di lavoro per cercare una sistemazione altrove perché potrebbe essere denunciato per interruzione di pubblico servizio, così almeno sostiene convinto. Fra un’attesa e l’altra, gli capita una sventura più grave: un ictus, che lo rende “disabile”, disabile nell’eloquio, tanto che oppone resistenza quando gli proponiamo un’intervista ripresa dalla telecamera. Pensando di smuovere le acque, Coria si autodenuncia all’Assessorato regionale territorio e ambiente, da cui dipendono il faro e l’area annessa (oltre ai locali del caseggiato anche un terreno incolto di circa 1700 mq, che potrebbe diventare un’area di parcheggio, indispensabile nella bella stagione). Coria si autodenuncia all’ispettorato del lavoro , ricordando articoli fondamentali della Costituzione italiana e di quella europea. ReazionI? Nessuna! Risposte? Zero! Gli rimangono la creatività e un cane spelacchiato. Con la prima realizza cartelli da esporre sul muretto esterno, davanti al cancello, per far capire ai bagnanti d’estate e ai passanti durante il resto dell’anno che lui è al suo posto di lavoro, a tutela di un bene pubblico, e non vuole né pietà né elemosina. Vuole solo che gli sia riconosciuto il suo diritto, quello d’essere pagato. Rivuole la sua dignità di uomo. Questo di Antonio Coria è un paradosso tutto italiano. Spendiamo soldi pubblici per mantenere i migranti e non siamo in grado di assicurare un minimo di dignità a un cittadino italiano. Coria sopravvive a stento, con l’aiuto di qualche parente. E’ solo. Presidia il faro di capo Santa Croce, con la compagnia di un cane randagio e proprio come un cane randagio si sente preso a calci dalle istituzioni. E’ un sentimento “gridato” attraverso i cartelli e attraverso internet. Noi lo abbiamo avvertito questo sentimento e abbiamo accolto l’appello di quest’uomo che sembra l’ultimo difensore a baluardo di un avamposto sperduto nella foresta della memoria. Coria sembra essere l’ultimo dei soldati rimasti a presidiare la fortezza Bastiani del ” Deserto dei tartari” di Dino Buzzati. Quanto tempo gli rimane, però? Quanto tempo prima che arrivi il nemico finale?

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