Sardegna. Isola di S. Pietro. Il faro di Capo Sandalo

Fonte: bonvivre.liberoreporter.eu

L’isola di San Pietro fa parte dell’arcipelago del Sulcis, al largo dell’omonima penisola, nella parte sud-occidentale della Sardegna. Carloforte è l’unico centro abitato dell’isola. I suoi abitanti parlano il “tabarchino” un particolare dialetto genovese, in quanto discendenti da quei pescatori di corallo originari di Pegli a cui fu donata l’isola dal Re Carlo Emanuele III di Savoia nel 1738, dopo averli liberati dalla schiavitù sull’isola tunisina di Tabarka. San Pietro è una piccola isola verde, un paradiso, regno incontrastato dei “Falchi della Regina”, un falco marino originario del Madagascar, ormai rarissimo e a rischio di estinzione che nidifica qui ogni anno.

Nella punta più a ovest dell’isola, su un promontorio roccioso che domina il mare, svetta uno dei fari più belli d’Italia: il faro di Capo Sandalo. Iscritto al registro dei fari n 1384, è stato costruito dal Genio Civile nel 1864 con conci di pietra lavorata a scalpello, si erge a 138 metri sul livello del mare, e la sua lanterna solca il buio della notte fino a 28 miglia. Il faro è costituito da una torre circolare alta più di 30 metri costruita al centro di un edificio a due piani. All’interno si trovano quattro appartamenti dove un tempo alloggiavano le famiglie dei guardiani, e nel basamento c’è un grande forno a legna dove le donne cuocevano il pane. Il faro è ormai disabitato da tanto tempo e nonostante siano stati fatti degli interventi d’urgenza, la struttura sta irrimediabilmente andando in rovina. E’ quasi straziante vedere tanta incuria, il faro più occidentale d’Italia, l’ultima rassicurante luce che le navi incontrano nella rotta da sud verso Gibilterra, si sta sgretolando al punto di sembrare sostenuto dalla gabbia di Faraday che lo avvolge.

Per arrivare alla lanterna bisogna salire 124 ripidi gradini, ma una volta arrivati pare di essere sospesi tra cielo e mare, al di sopra del mondo, della fretta e dei rumori. Al di sotto del balconcino della lanterna, le rocce sono a picco sul mare, un orrido formato da lastroni che la natura ha accostato in un modo strano, tanto che i locali li chiamano “canne d’organo”. L’ultimo guardiano del faro che ha vissuto in questo paradiso si chiama Bruno Colaci, figlio di un farista, ma ormai è anche lui in pensione. Si dice che fino all’ultimo giorno di lavoro curò la stanza della lanterna come uno dei suoi figli, e con fierezza lucidava le lenti di Fresnel, gli ottoni erano sempre brillanti, il vecchio sistema a orologeria che faceva ruotare le lenti prima che l’elettricità raggiungesse il faro nel 1980, era sempre perfetto, come se fosse ancora in uso. Ora il faro è automatizzato, i faristi lo raggiungono solo per fare manutenzione. Ci auguriamo che questo patrimonio si riesca a conservare e che chiunque nei tempi possa vivere l’emozione che solo il “il signore della notte” può offrire.

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