Al faro

Articolo di Jasmina Trifoni
Foto di Stipe Surać
Fonte: www.meridiani.net

Guardiano della lanterna e artista, c’è qualcosa di pià letterario? Dall’altra parte dell’Adriatico è nata la leggenda di un Ulisse moderno

È un personaggio straordinario, mi dicono alcuni. «Ma è un tipo strano», ribattono altri. «Ma quale strano… è un grande», s’intromette un vecchio lupo di mare.

«Ed è bellissimo: somiglia a George Clooney… », sospira, sognante, una ragazza. «Come vorrei avere le palle per mollare tutto e vivere come lui. Che libertà… », rincara la dose un giovanotto stressato allentandosi la cravatta. Succede sempre così. A Spalato come a Zara e a Dubrovrllk, sull’isola di Hvar come su quella di Brac e persino lassù a Zagabria, lontano dal mare, ogni volta che faccio il nome di Ivan “Iéo” Bulié la conversazione si accende e assume toni epici.
È nata una leggenda, da questa parte dell’ Adriatico. E il suo eroe assomma in sé un Ulisse, un Robinson Cru’soe, un capitano Achab e un bello di Hollywood. Perché Iéo si è scelto un mestiere terribilmente letterario. Fa il guardiano del faro. O rll’eglio, “è” il guardiano-del faro, perché per i suoi colleghi quello di vivere in solitudine su uno scoglio battuto dal vento è solo un modo, e piuttosto faticoso, per sbarcare il lunario. Lui, invece, ne ha fatto un’ esperienza esistenziale e artistica.
Con queste premesse muoio dalla curiosità di conoscerlo. «Gli telefono subito, e vediamo se domattina c’invita a colazione», mi dice un tizio con cui ho appena suggellato un’eterna amicizia in un bar di Vis, facendo tintinnare l’una contro l’altra le nostre bottiglie di Ozujsko Pivo, la regina delle birre croate. Detto fatto, alle nove precise dell’indomani io e il mio accompagnatore parcheggiamo la macchina all’inizio di una mulattiera che, in tre quarti d’ora di sfiancante cammino tra massi foderati di cespugli di mirto, ginestra e ginepro, ci porterà al faro di StonCica, la casa di Iéo.
Costruito nel 186 5 dagli austriaci, l’imponente sumafer è abbarbicato alle rocce di una penisola simile a un artiglio puntato verso il blu. La lanterna lampeggia sulla cima di una torre alta 30 metri, dall’aspetto mistico di un minareto. Tutt’intorno, a parte un mercantile all’orizzonte, lo scenario pare preso in prestito da I sopravvissuti. Iéo, che apre la porta della sua dimora lasciando uscire un invitante aroma di caffè, è persino più bello di come me l’avevano descritto. Trentott’anni, fisico asciutto e capelli sale e pepe, è davvero un Clooney più giovane e tenebroso. Ma, a sorpresa, non è solo. C’è Helena, la fidanzata, arrivata ieri sera da Zagabria. A vederli lì, nel nulla, sono una coppia di quelle che ti aspetteresti di trovare nei romanzi per signorine: lui, il duro uomo del faro, lei – bionda e con gli occhi azzurri, da manuale – che fugge dalla città per raggiungere l’amato. «Romantico?», sgrana gli occhioni Helena. «Sarebbe più facile se Iéo vivesse a New York. Ci metto otto ore per venire fin qui. Per non parlare della fatica che faccio per convincere lui a venire a trovare me ogni tanto». Non posso che avallare la ritrosia di Iéo ad andare in città. Sono qui da pochi minuti e già sento che (con lui) potrei restarci per sempre …

Dopo la colazione con pane, pancetta, formaggio di capra, caffè e ammazzacaffè (in Dalmazia, la travarica è un must del mattino) faccio a Iéo quella che lui definisce la “solita domanda”: come mai, il guardiano del faro? «Avevo 24 anni, ed ero appena tornato dalla guerra. Dopo quello che avevo visto al fronte, il mondo rni faceva schifo. Ioe Ana, la mia ragazza di allora, leggevamo Siddharta di Hermann Hesse e sognavamo di trovare un posto per noi, lontano da tutto e da tutti. Lei favoleggiava della cima di un monte; io, che sono nato a Spalato e ho sempre avuto gli occhi rivolti verso il mare, desideravo andare a Palagruza. E così mi sono presentato alla sede di Plovput, l’azienda che si occupa della gestione dei fari della Croazia, e mi sono offerto volontario per andare a lavorare lì».
Anche in un mare piccolo come l’Adriatico, !’isola di palagruZa è così remota che di più non si può. Più vicina alla costa italiana che a quella dalmata, è uno scoglio calcareo che si eleva per cento metri dal mare, dove crescono capperi e pochi arbusti bassi e spinosi, e senza . una spiaggia degna di questo nome. Si è ritagliata il suo spazio nella mitologia (si dice che qui sia sepolto un altro eroe omerico, ‘Diamede) ed è nota perché allarga delle sue rocce i pesci sono abbandanti come da nessun’altra parte in questo mare. «PalagruZa è un paradiso», prosegue Iéa. «Dividevo il mio tempo tra la manutenzione del faro e la pesca. Cernie e aragoste erano il nostro pane quotidiano, e la barca con i rifornimenti arrivava ogni quindici giarni. Guai a dimenticare qualcosa, come è successo a me la prima volta che sana arrivata lì: avevo lasciata a casa le sigarette … ».
L’isola-paradiso, però, per Iéo aveva un grave difetto.

Dato che qui si trova anche una stazione met~a, i faristi di turno erano due. «E con quell’altro proprio non si andava d’accorda. Mi trattava come un ragazzino, ed era fissato con la scala quaranta, abbligandoci a interminabili partite». E così, per incompatibilità di carattere con il collega, Iéo è migrata versa altri lidi. Prima i fari di Jadrija e Blitvenica, tra Sebenico e le isole Kornati, e pai Stoncica a Vis, dove è di casa da sei anni. «Sempre con una donna?» gli faccio io, convinta che il segreta della sua felicità stia·nella “solitudine in coppia”. Lui mi guarda come fossi un’idiota: «Le donne? Non siete fatte per questa vita, resistete al massima un mese, e sola in estate. D’inverno., con la bara e senza acqua corrente né riscaldamento, scappate con la prima barca che passa».
Iéo tesse l’elogio della solitudine, del lavoro fisico e delle ore trascorse immerso nella lettura o ad ascoltare musica. Ma a volte è dura. «Intratteneva lunghe conversaziani sul senso della vita col mia cane, ed ero convinto che mi rispondesse. Un giorno. ho sentito un gabbiano che mi chiamava “mamma”», ammette. Ma qui ha trovato finalmente la pace, e si è scoperta artista.

Ićo realizza sculture che raffi~ gurana pesci con il legno, soprattutto di palma, che il mare gli porta a ri’::.a. Sono così belle, potenti e magiche che ogni sua mostra, in Croazia . come all’ estero, registra il sold out. Eminenti critici d’arte si sono sdilinquiti facendo di lui una sorta di nuovo messia dell’arte concettuale e del ready made, e travando fondamenti simbolici nell’analagia tra il suo soprannome e la parola greco-arcaica ichtys, pesce, che è anche acronimo per Iesus Christos Theu Yios Soter (Gesù Cristo, figlia di Dio, Salvatare). Oppure, ancora, nel considerare i pesci – rappresentazione dell’abbondanza e della fertilità in numerose culture – il mezzo con cuiléo celebra il suo ricco percorso esistenziale attraverso la solitudine. «In realtà, è tutto più semplice», precisa lui. «Quando sono arrivato a Stoncica ho scoperto che qui il mare era molto meno pescoso. Nelle reti catturavo soprattutto pezzi di legno levigati dalle onde. E ho capito che se voleva del pesce dovevo crearlo da me».
Mi porta prima nellaboratario dove scolpisce con una dedizione e un affanno come se ogni opera dovesse essere l’ultima. E poi, su per una scala vertiginosa, mi accompagna alla lanterna, in cima al faro. il panorama è magnifico: tutto questo blu, le rocce ricoperte di macchia ~ i gabbiani mi sembrano davvero suoi di diritto. E lo. invidio. «Lo capisci? Qui non ho bisogna della gente», sospira. «Helena dice che non posso vivere qui per sempre, e vuole che vada con lei a Zagabria. Le rispondo che niente è per sempre. A parte il mare…».

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