Il guardiano del faro

Racconto di Edoardo Guglielmino
Fonte: genova.mentelocale.it

C’era una volta un’isola in mezzo all’oceano; poco più di uno scoglio, intendiamoci, eppure per Giacomino, il guardiano del faro, quella era l’isola più bella del creato. Un gran Re aveva fatto costruire un faro, vi aveva messo a guardia Giacomino che la notte badava bene che la luce fosse accesa. Molti naviganti, nel mare in burrasca, dovevano la vita al faro di Giacomino: guai se la luce provvidenziale si fosse spenta. Le loro navi sarebbero andate a finire sugli scogli aguzzi e certamente tutto l’equipaggio sarebbe diventato un buon pranzetto per i pescicani che, numerosi, popolavano quelle acque. Giacomino, che ormai si era fatto anziano e rugoso, ben lo sapeva, e con scrupolo assolveva il suo incarico.

I naviganti, nelle giornate serene, passavano vicino al faro, qualcuno si sporgeva dalla fiancata del veliero e salutava a gran voce: «Giacomino, Giacomino!» augurandogli buona salute. Ogni tanto il Re gli mandava viveri e una scatola di sigari, che erano la passione di Giacomino.
Acqua nell’isola ce n’era in abbondanza; delle belle sorgenti a ridosso di antichissime querce. La vita si svolgeva tranquilla per il nostro amico che si era ormai abituato alla solitudine.
Nessuna donna l’aveva mai voluto sposare, eppure Giacomino era stato, in gioventù, un bell’uomo, alto e forte, e ancora ai giorni di cui discorriamo, si manteneva saldo e diritto senza un dito di pancetta.

Gli anni passano per tutti, però, anche per Sofia Loren, e un giorno il buon Re morì. Che giorno triste!
Giacomino (a quei tempi non c’erano né la radio né i transistor) lo seppe dopo molti mesi da una nave che passava a meno di un miglio dalle rocce.
«È morto il Re, è morto il Re»
gli gridò un marinaio con voce roca, che appena si udiva. Giacomino ne ebbe un gran dolore.
I giorni passarono e qualcosa di certo doveva essere mutato alla reggia, perché viveri non ne arrivavano e di sigari neanche l’ombra.
Eppure il nostro guardiano campava alla meglio dei prodotti del suo orticello, del latte della sua capra. Aveva, però, un grande rimpianto nel cuore.
Rimpianto per le grandi vele spiegate della nave del suo Re, per le gallette, il vino generoso, e, perché no, per i sigari che il Re gli mandava.

Una notte di tempesta il mare si accaniva sulle rocce e i cavalloni si rompevano in spume livide.
Giacomino, che pure era abituato a notti del genere e non aveva paura di niente, si svegliò di soprassalto.
Aveva creduto di sentire una voce: «Aiuto, aiuto». Sogno o son desto? Si vestì alla meglio, discese quattro a quattro i centoventi gradini del faro e scese a pochi passi dalla riva. Qualcosa galleggiava nell’acqua. Miracolo! Una terribile ondata spinse oltre le rocce, quasi ai piedi di Giacomino, una fragile imbarcazione, una barchetta, insomma.
Giacomino che, nonostante gli anni, era ancora lesto, fece appena in tempo a sollevare un fagottino, stringerselo stretto a sé, che un altissimo maroso spazzò via la barchetta.

Giacomino, al riparo di uno scoglio, si avvide di aver salvato, Dio sa come, un bambinello. Lo portò a casa, lo rifocillò con il latte di capra.
Non fece domande al piccolo, spaurito com’era.
Al mattino tardi la tempesta si era calmata, il sole splendeva alto, il bambino dormiva ancora.
Com’è bello, si ripeteva Giacomino, che nasino e che delicate mani, chissà di che colore avrà gli occhi; lo saprò quando si sveglia, si diceva il guardiano.
Ma scommetto li avrà azzurri: se avessi avuto un figliolo, mi sarebbe piaciuto che avesse avuto gli occhi… il bambino si ridestò, sgranò gli occhi. «Azzurri, sono azzurri» esclamò Giacomino, e siccome non sapeva che nome dargli, e di fantasia ne aveva e non ne aveva… «ti chiamerò Azzurrino» disse al piccolino salvato dalle acque.

I giorni ancora passarono e, con preoccupazione, Giacomino notò che nessun veliero faceva più rotta vicino al faro. Di cibo ce n’era poco, ma Giacomino si privava volentieri, lui era ormai vecchio, anche del necessario per sfamare Azzurrino.

Passano i mesi, passano gli anni, Azzurrino era ormai diventato un gagliardo giovanotto. Si era costruito una fionda con cui cacciare gli uccelli e una fiocina per arpionare i grossi pesci. Ma si sa come sono i giovanotti: hanno spiccato il senso dell’avventura. Di navi da molti anni non ne passavano più. Azzurrino aiutato dal suo buon padre putativo si costruì una barca e una mattina di mare calmo, liscio come l’olio, salutò Giacomino che a stento tratteneva le lacrime e partì per ignoti lidi. La fortuna gli arrise. Dopo sette giorni e sette notti di navigazione, sospinta la vela da un buon vento, Azzurrino approdò a una terra sconosciuta. Camminò non a lungo per una riviera sassosa, e giunse in vista di un paesello, dieci case intorno a un castello arroccato in cima a un colle.

Quale fu la sua sorpresa nel notare che tutti gli abitanti del luogo, curvi sul loro lavoro nei campi, chi arava, chi seminava, chi potava, erano tutti tristi.
Si avvicinò Azzurrino ad una donna grassa che badava alle proprie oche. «Buona donna» le disse, «che terra è mai questa e qual è il nome del Signore del castello?».
«È terra di Fiordalisia», rispose cortesemente, ma senza un sorriso la comare, «non vi è più un Re, ma una banda di avventurieri al comando di un predone detto Guercibraccio, che domina nel castello. Il nostro Re è stato ucciso, la sua sposa gettata in mare con il figlioletto. Ma tu chi sei, perché vuoi sapere tante cose e perché le ignori?»
«Mi chiamo Azzurrino». La buona donna alzò lo sguardo a incrociare quello del nostro giovanotto e, tosto, alzò alto un grido.
«Gli occhi azzurri, gli straordinari occhi azzurri del figlio del Re!»
«Taci donna, tu stai farneticando: io sono figlio di un guardiano di fari».
«No, no, riconosco i tuoi occhi, io ti ho avuto a balia».
Una gran folla si radunò: curiosi, giovani, vegliardi.
«Sì, sì, è lui» esclamò Mastro Piva, il più vecchio del villaggio.

E allora accadde un fatto portentoso. Armati di forconi, di falci, di randelli, di vecchi spadoni, una folla di popolani assaltò il castello.
Le sentinelle opposero debole resistenza e il predone Guercibraccio fu mandato a spigolare.
I vecchi sapienti riconobbero Azzurrino figlio del Re e lo incoronarono al castello. Dopo qualche mese Azzurrino ricostruì la flotta.
Guercibraccio aveva una gran paura del mare e aveva proibito a tutti di navigare, aveva persino incendiato tutti i velieri. Su una bella nave in una mattina di primavera, Azzurrino tornò all’isolotto dove da mesi Giacomino lo aspettava ansioso.
Non vi dico la sorpresa del buon vecchio quando rivide il suo bambino in ricchissime vesti e con una scorta armata. Dopo che gli ebbe raccontato per filo e per segno la sua meravigliosa avventura, Azzurrino invitò il suo salvatore ad abbandonare il faro e a seguirlo in terra.
«No, non sia mai, ormai sono vecchio, il mio posto è questo: tu, Azzurrino, ogni tanto, quando gli impegni del tuo governo lo consentiranno, verrai a trovarmi. Tu rimani nel mio cuore, come dal giorno in cui ti raccolsi su quelle rocce, in una notte di tempesta. Lasciami qui, Azzurrino; ti prego solo di ricordarti, tutte le volte che tornerai, di portare al tuo vecchio guardiafaro null’altro che una scatola di sigari».

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