Il faro sottile come lo stelo di un giglio, il più appartato tra quelli abbandonati

Articolo di Paolo Rumiz
Fonte: inchieste.repubblica.it

Sullo Jonio c’è il faro di Capo Trionto. La sua forma non è “banalmente” cilindrica ma  la struttura si restringe a due terzi d’altezza per poi allargarsi di nuovo. “Quando lo vidi – racconta Rumiz – mi parve persino impossibile che potesse contenere la scala di ferro per salirci su”

Non assomigliava a nessun altro, il faro di Capo Trionto sullo Jonio. Non era banalmente cilindrico come gli altri. Aveva un bulbo basale che si restringeva a due terzi d’altezza per poi allargarsi di nuovo, come una fiasca d’osteria; ma era decisamente più snello, sottile al punto da sembrare lo stelo di un giglio. Quando lo vidi, una sera di giugno con l’ultimo sole, mi parve persino impossibile che potesse contenere la scala di ferro per salirci su. Eppure teneva botta da più di mezzo secolo, solo contro il levantazzo e i frangenti della tempestosa costa calabrese, a due passi dal Pollino. Trionto: il più appartato dei fari abbandonati d’Italia aveva il nome dionisiaco di un satiro della mitologia greca.

Ma qui, prima di raccontarvi com’era, vale la pena che vi dica come lo trovai, visto che non stava segnato quasi da nessuna parte e i calabresi stessi non ne avevano sentito parlare. La storia cominciò nel 2007, quando andai a Capo Colonna in cerca dell’ombra di Annibale. Lì a Sud di Crotone, su faraglioni aperti ai venti d’oriente e al sorgere del sole, non c’era solo un tempio dedicato a Era e il fantasma di una stele di bronzo distrutta dai Romani, dove il cartaginese aveva inciso le sue gesta prima di lasciare l’Italia. A Capo Colonna c’era anche uno dei fari più belli d’Italia, che quel giorno mi apparve solido come una testuggine, aggrappato a uno strapiombo sulla scogliera strapazzata dai frangenti.

Suonai al campanello, nessuna risposta. Un cartello sul filo spinato diceva “Limite invalicabile, zona militare”. Andai nel bar lì vicino e il tipo al bancone mi ispirò. Aveva gli occhi azzurri, la pelle segnata dal sole e aveva messo su musica greca. Mi servì un panino al salame piccante e una birra senza dire una parola. Gli chiesi del faro. Brontolò che ne erano rimasti pochi, disse che il demanio li avrebbe venduti anche tutti e subito per far cassa. Gli domandai se ce n’erano di abbandonati in giro, e lui disse di sì. Ce n’era uno a Nordovest, sempre sulla costa jonica, ma non ne ricordava il nome. Volevo trovarne uno per Paolo, l’amico malato che da una vita segnava un posto così, isolato davanti al mare aperto.

Quattro anni dopo mi decisi a tornare, stavolta con la mappa dei luoghi abbandonati che avevo trovato in un libro di Paolo dopo la sua morte. Volevo individuare quel faro, così mi rivolsi a Enrica Simonetti, una collega di Bari che aveva scritto libri affascinanti sulle case di luce della costa italiana. Mi parlò dell’isola selvaggia di Sant’Andrea davanti a Gallipoli, con un faro oggi non più presidiato. Mi disse di quello di Punta Alice, funzionante ma disabitato, su un promontorio sabbioso poco a Nord di Crotone. Poi disse: “Capo Trionto”. Era il luogo giusto. Il faro era definitivamente dismesso, non dava più luce e cercava probabilmente un compratore. Disse Enrica che c’era una sola persona in grado di darmi notizie fresche sul luogo. Era Francesco Séstito, farista figlio di un farista e padre di un farista. Memoria vivente dello Jonio.

Trionto… Trionto… Quel nome mi diceva qualcosa. L’avevo già sentito, tanto tempo prima. Poi ricordai: Pino Malara, compagno di classe del liceo, velista e figlio della selvaggia Asinara (lo stesso che mi aveva spinto a esplorare la sua isola per esplorare il carcere chiuso), ci era stato tanti anni prima. Lo chiamai al telefono ed ebbi conferma. Ci aveva passato un’estate, ospite del farista, che era zio della sua ex moglie. Me lo descrisse “una bianca torre sottile, isolata e solitaria tra i canneti”, con alla base la casa del custode, il deposito degli attrezzi e il forno per fare il pane. Non c’era Tv, le sere passavano raccontando storie. “Per me fare il guardiano di un faro era un sogno, ci avrei messo la firma. Ma già allora i ruoli erano a esaurimento. I faristi andavano in pensione e nessuno li sostituiva”.

Trovai il telefono di Francesco Séstito, e gli diedi appuntamento in un bar di Crotone. “Capo Trionto? Ce ne sono di più belli” disse. “Quello non lo cura più nessuno da vent’anni e può crollarle addosso”. Feci un piccolo salto sulla sedia. Era esattamente quello che cercavo, una nobile rovina. Ma non glielo dissi. “Vada piuttosto a Capo Rizzuto, dove sono nato”, insistette Séstito. “Visiti quello di Capo Colonna, dove ora lavora mio figlio. E’ un gioiello. Veda assolutamente il faro di Capo Spartivento. Anche Punta Alice è bellissima. Ho lavorato per anni e anni in questi posti e in altri ancora. Di bei fari ce ne sono, creda a me che conosco ogni metro di costa”. Insomma, quello di Trionto era l’ultimo della sua graduatoria, ma io proprio lì volevo andare.

Cominciò dicendo: vita dura essere farista. “L’inverno non finisce mai. Vento, pioggia, correnti. E una volta era peggio ancora. Niente telefonini, si era isolati sul serio. Si stava svegli la notte e si andava a letto alle sei di sera”. Spiegò: “A Capo Colonna e Crotone bisognava andarci a remi perché non c’era strada e con la pioggia il terreno argilloso diventava sapone facendo scivolare l’asino. Bisognava portare la scorta di cibo, farina e legumi. Riempire la cisterna”. E ancora: “Povero papà, doveva girare la manovella dell’accensione, e la mamma che stava con lui, azionava il decompressore”. Ma dopo l’elenco delle tribolazioni, trasse una conclusione inattesa. “Il farista è un re  –  quasi ghignò di trionfo  –  lavora quando e come vuole. Nessuno ti dice: fai, alzati, muoviti… Sei libero!”. E rievocò favolose pescate dei tempi passati.

Puntai su Capo Trionto, ma prima vidi Punta Alice, un posto dove una quarantina d’anni fa l’amico Antonio Mallardi di Bari faceva pesca subacquea, e dove a suo dire “c’erano in mare più cernie che ricci”. Il terreno era piatto, ventoso e coperto di canne. In mezzo, il faro ancora funzionante mostrava grondaie cadenti ed erbacce dappertutto. Una trentina di chilometri oltre, Capo Trionto apparve completamente diverso da come l’aveva visto l’amico Pino. Il faro non era più solitario. Intorno c’erano casette semi-abusive, roulotte, cani abbandonati. Zingarelli giocavano a mollo nella battigia. La casa del custode, di architettura fascista color rosso pompeiano era allo sfascio. Il faro era circondato di sterpaglia alta due metri e per raggiungerne l’ingresso sarebbe servito un machete. Ma andai lo stesso.

Per arrivare in cima non c’era scala a chiocciola ma quattro rampe ripidissime in ferro pesante. In cima i vetri c’erano ancora, incrostati di salsedine. Il sole era già calato, il mare aveva il famoso color del vino dell’Odissea. Nello Jonio solo una barchetta di pescatori, come sospesa in una bolla senza vento. Poi una tenebra di grilli si divorò la casa della luce. Quando me ne andai mi sorpresi a parlargli. Parlare al faro, intendo. “Perché non ti accendi vecchio mio?, gli dissi. Ma quello mi guardò con la sua unica orbita vuota, come Polifemo.

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