Fari, guardiani del mare. Patrimonio in pericolo

Articolo di Marco Ferrari
Fonte: www.repubblica.it

In mostra a La Spezia cent’anni di luci. Con le nuove tecnologie i faristi non ci sono più. Molti impianti verso il degrado

Sospesi tra terra e mare i fari sono sinonimo di orientamento e sicurezza ma evocano anche significati poetici, metafisici, di meditazione e solitudine, in quando architetture eroiche, poste in lunghi simbolici del paesaggio costiero. Nel centenario della nascita del Servizio Fari della Regia Marina, avviato con un decreto il 1 luglio 1911, all’Urban Center della Spezia sino a domenica è visitabile la mostra “Fari e fanali, lampi e luci” che espone i vari tipi di segnalamenti luminosi esistiti negli ultimi cento anni, da quelli su torri a tralicci, ai piccoli fanali fissi, dalle boe luminose alle mede elastiche luminose ormeggiate ad un masso.

Se percorriamo l’intero arco costiero della penisola ne incontriamo di vari tipi e dimensioni, tutti gestiti da Maritecnofari, il centro della Marina Militare con sede nell’Arsenale spezzino. Il più famoso, si sa, è la Lanterna di Genova, il più simbolico è la Torre della Meloria, davanti a Livorno, ma i più belli, dicono gli esperti, sono quello di Portofino, una struttura bianca a picco sulla scogliera rocciosa; l’elegante torretta di Capo Mele; quello sulla cime verde dell’isola del Tino, all’imboccatura del Golfo della Spezia; quello a scacchi di San Giovanni Ugento; quello di Capo Miseno con una lunga scalinata bianca; quello sui faraglioni della Guardia di Ponza; quello di Capo Grecale a Lampedusa, diventato testimone di tante tragedie di disperati del mare. Il più singolare è quello di Trieste per la forma architettonica, una specie di fusto di una colonna, monumento commemorativo dei marinai caduti nella prima guerra.

Nessuno conosce i nomi dei costruttori, ma il loro aspetto è maestoso, dirompente, propositivo. Il faro combina oscurità e chiarore, gravità esistenziale e lievità del vento e dell’aria. Il faro, in fondo, è un fiero guardiano posto dall’uomo a dominio del mare, delle onde, del buio e della notte. Ma i fari, più che edifici, sono luoghi privi di consistenza, abbagli notturni che indicano una certezza, la terra, che spengono l’ignoto in cui affondano i marinai. Nonostante il loro valore simbolico, i fari italiani non se la passano nel migliore dei modi. Con l’avvento delle nuove tecnologie quasi tutte le strutture sono sprovviste di faristi.

Non si può parlare di fari senza rammentare la figura del guardiano, quest’uomo sospeso tra mare e cielo, in fondo capitano di una nave ancorata alle rocce, senza troppi legami a terra, colmo di rapporti con i naviganti, in sintonia con le tempeste, scrutatore nel buio e della notte. I primi fari costruiti dopo l’Unità d’Italia, come si scopre nella mostra spezzina, funzionavano con combustibili diversi, a olio d’oliva, a paraffina, vapori di petrolio, acetilene, sino all’arrivo graduale dell’elettricità ai primi del ‘900. La presenza dell’uomo era dunque indispensabile per l’accensione a mano, la pulizia dei vetri, il caricamento del congegno a orologeria per non fermare la rotazione delle ottiche all’interno della lanterna. Di giorno, poi, si tiravano le tende affinché il sole non danneggiasse l’apparato lenticolare di Fresnel, dal nome del fisico francese che lo inventò nel 1822.

La seconda guerra mondiale ha provocato notevoli danni al patrimonio dei fari. Terminato il conflitto, la Marina ha riorganizzato la Divisione Fari con il recupero dei vecchi immobili danneggiati e la costruzione di nuovi impianti, terminata al 1965. Ora, privi di manutenzione, questi edifici rischiano il decadimento anche se si sta pensando ad un uso ricettivo o per lo meno di renderli fruibili alla visita.

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