Fari che illuminano anche… gli occhi

Articolo di Flaminia Festuccia
Fonte: viaggi.repubblica.it

Bretagna, Oregon, Islanda o Nuova Zelanda: le lighthouse-icone nel mondo

Dal falò sull’isola di Pharos, sempre acceso per guidare i naviganti, alla futuristica torcia del Madang Lighthouse in Papua Nuova Guinea. Il faro, come ultimo avamposto di civiltà prima dell’infuriare delle onde, guida per le navi in un’epoca priva di radar e bussole, è un elemento classico e affascinante del paesaggio costiero. Nonostante l’introduzione di apparecchiature elettroniche sempre più sofisticate, rimane comunque uno strumento essenziale per la navigazione, come testimoniano fari modernissimi di recente costruzione. Alcuni sono stati riadattati e trasformati in alberghi o ostelli, altri invece mantengono intatto il loro fascino selvaggio.

Da cartolina. Con il suo disegno a spirale a larghe strisce somiglia un po’ all’insegna dei barbieri vecchio stile, il faro di Cape Hatteras, nel Nord Carolina, così caratteristico da essere stato eletto a simbolo dell’intero stato. E così prezioso, che quando l’avanzata del mare lo ha minacciato, si è deciso di spostarlo in un punto più sicuro della costa. E’ successo nel 1999. Già a partire dalla data di costruzione del faro definitivo, nel 1870, era iniziata un’azione di lenta ma inesorabile erosione della costa. Situazione che iniziò a farsi preoccupante a partire dal 1919, quando la battigia era avanzata fino a circa 90 metri dalla torre. Si iniziarono allora opere di contenimento e di barriera, ma senza risultato: anno dopo anno, centimetro dopo centimetro, le onde stavano letteralmente mangiando la terraferma. Finché negli anni Novanta, non senza qualche polemica, e il timore che il faro non sopravvivesse, si decise di spostarlo di 900 metri verso l’entroterra. Ma senza smontarlo: il faro fu caricato su una grande piattaforma e spostato un pezzetto alla volta fino alla sua nuova location. Qui oggi è aperto al pubblico, e continua a svettare con la sua singolare decorazione in bianco e nero.

Se volete vederne uno che somigli ancora di più a una gigantesca caramella, non avete che da spostarvi sul lago Michigan, dove sorge un faro tutto bianco e rosso come un bastoncino candito. Icone dei fari lacustri (e protagonista di gadget, targhe decorative e quant’altro), il White Shoal Light si trova su una piattaforma nel mezzo delle acqua del lago. Per ammirarlo da vicino, si consiglia di noleggiare una piccola barca a motore, ma ci sono anche tour organizzati che portano i turisti accanto al faro, così popolare da aver ispirato una replica esatta, in scala minore, sul lago Hvasu, in Arizona.

Sullo stesso design ce n’è anche uno in Florida a St. Augustine, supportato da un’organizzazione agguerritissima: è aperto per le visite ogni giorno dalle 9 di mattina alle 6 di sera, c’è un servizio meteo che annuncia in anticipo se le condizioni saranno abbastanza buone per salire sulla torre o affacciarsi sul molo, un negozietto dove fare rifornimento di riproduzioni in miniatura del faro e altri gadget a tema marinaro. Una piccola industria tutta volta alla conservazione del passato costiero della Florida, a partire proprio dal faro che nei decenni ha svolto un’importantissima funzione segnalando ai naviganti il cosiddetto “Crazy Bank”, una lingua di terra che si sposta con le maree, che rende decisamente pericolosa la navigazione sottocosta. Ora che la conformazione della costa è cambiata, il faro, ancora attivo, è diventato anche un punto di aggregazione per far conoscere usi e abitudini della zona. Mostre, dimostrazioni pratiche della costruzione di barche, conferenze e visite guidate animano tutto l’anno la vita del St. Augustine Lighthouse. E per aggiungere un brivido in più, si dice che il faro sia infestato dai fantasmi: una visita al chiaro di luna potrebbe rivelare presenza paranormali.

Tornando in Europa, tra i fari più variopinti spiccano quelli islandesi, spesso di un giallo arancio brillante per essere individuati più facilmente tra la nebbia e le tempeste. Uno dei più impervi (ma non per questo meno fotografati) è quello di Grimsey. Sorge su un’isoletta che conta appena un centinaio di abitanti, a cui si arriva in traghetto, godendosi una minicrociera di tre ore nella baia di Eyjafjordur, con la possibilità, durante il tragitto, di avvistare uccelli marini, foche e persino balene. Grimsey è l’unico territorio islandese oltre il circolo polare Artico, ed è dotata anche di un piccolo aeroporto. Uno dei motivi per ci è famosa è proprio il faro, arancione brillante, che spicca sulla scogliera, insieme alle colonie di uccelli che ne fanno un paradiso per i birdwatchers. L’arancio e in genere i colori forti sono una caratteristica dei fari islandesi: evidente il motivo di creare uno stacco forte con la dominante cupa del paesaggio e del suo clima tipicamente cupo.

All’estremo limite dell’Europa. “Aqui… Onde a terra se acaba e o mar começa….” , e cioè “qui dove la terra finisce e inizia il mare. E’ la frase scolpita su una lapide di pietra ai piedi del faro di Cabo da Roca, in Portogallo, il punto più a ovest dell’Europa (a 38° 47′ di latitudine nord, e a 9° 30′ di longitudine ovest). Ci si arriva da Sintra con un autobus di linea, e anche se il luogo è decisamente turistico, non manca di esercitare il suo fascino selvaggio. Bastano il rumore delle onde che si infrangono sulla scogliera, percettibili spesso a distanza di chilometri, dall’altopiano che conduce al promontorio,  il panorama marino a perdita d’occhio, l’odore dell’oceano, per restituire la sensazione di un luogo estremo, quasi mitologico. Pensando a quando qualcuno guardava oltre questo promontorio immaginando terre impensabili di là di un mare che si credeva ininterrotto.

Le regioni dei fari. Esistono due coste al mondo uniche per i fari che le punteggiano. Sono zone che sfidano quotidianamente il mare, che convivono con le maree e la forza dell’oceano. In Europa, la Bretagna, dove si può percorrere una vera e propria “strada dei fari” – ce ne sono una cinquantina, alcuni dei veri gioielli architettonici e di decorazione. Come il Kéréon, il “Palazzo del mare”: all’interno splendide “boiseries” e una rosa dei venti in ebano e mogano, con un arredamento curato come non mai. Qui i guardiani avevano un comfort insperato e non abituale, forse per compensare la durezza dell’isolamento e la difficoltà dell’avvicendamento. Costruito su uno scoglio, il faro di Kereon non ha approdo per le barche, e i guardiani si dovevano calare pericolosamente con una fune.

Proprio per  le condizioni in cui molti dei fari si trovano (su scogliere remote, su isolotti rocciosi  o ancora direttamente in mezzo al mare), sono pochi quelli che è possibile visitare. Uno che sfida i più audaci è quello di Eckmühl a Penmarc’h, che permette a chi se la sente di salire i suoi 307 gradini per godere dalla terrazza di un panorama unico.

Negli Stati Uniti, invece, la costa dei fari è quella dell’Oregon. Il più antico è quello di Cape Blanco, a Port Orford, che vanta il suo primato non solo nello stato, ma in tutta la costa Ovest. Candido, con il tetto rosso, e accanto una casetta altrettanto bianca, è stato acceso per la prima volta nel 1870 e non ha mai smesso di guidare i naviganti lungo la costa scoscesa. Ufficialmente non è aperto ai visitatori, ma andando durante la settimana, in momenti di scarsa affluenza turistica, si può ottenere il permesso di dare una sbirciatina all’interno. Sempre sulla costa dell’Oregon, da non perdere è il Tillamook Rock Lighthouse, sicuramente il più spettacolare. Peccato solo non poterlo vedere da vicino, dato che si trova su un isolotto di roccia a un miglio circa dalla costa. Un consiglio: macchina fotografica dall’obiettivo potente e un buon binocolo, lo spettacolo merita realmente. Date le difficili condizioni di vita dei guardiani e i costi altissimi di manutenzione, il faro di Tillamook Rock non è più attivo dal 1957, ed è stato trasformato in un singolare cimitero: può ospitare fino a mezzo milione di urne cinerarie.

Non mancano poi i fari sulle coste canadesi. Nel Quebec c’è una route des phares. Ma in assoluto ne spicca uno, in Nova Scotia, a Peggy’s Cove. che ha trasformato in una vera attrazione turistica. È un faro bianco con il tetto rosso, ancora oggi in funzione, che si trova su una scogliera di granito battuta dalle onde. Occhio ai cartelli: il mare è imprevedibile, e bisogna stare attenti ai limiti da non oltrepassare, si rischia di essere spazzati via da un’ondata, fatto che ha portato in passato ad incidenti dai risvolti tragici. Evitando passi falsi, comunque, il faro è davvero uno spettacolo, e ancora più bello è unire una visita al paesino poco lontano, un villaggio di pescatori di aragoste dove nulla vieta di fermarsi a pranzo. Qui, sul sito della Nova Scotia Lighthouse Preservation Society, si trovano tutte le informazioni sul faro, ma per chi al momento si deve accontentare solo di sognare il viaggio, a questo indirizzo c’è una webcam live 24 ore su 24.

Agli antipodi. Uno dei fari più spettacolari da visitare downunder è quello di Cape Reinga  (o Te Rerenga Wairua in lingua Maori) in Nuova Zelanda. Nell’estrema punta nord, è un luogo che secondo la tradizione è abitato dagli spiriti dei morti, che trovano qui la porta per l’aldilà. Ma non è assolutamente un luogo macabro, tutt’altro: con i suoi colori accesi, la natura rigogliosa, i verdi e i blu che si susseguono, trasmette una forza vitale che nulla a che vedere con il nostro modo di intendere il regno dei morti. Il faro, poi, è un piccolo gioiello bianco che spicca contro l’orizzonte. Anche se non si può visitare l’interno, se ne può comunque godere la vista. Difficile davvero descrivere a parole il panorama, così come la stessa strada che porta al faro, una stretta lingua grigia che conduce fino all’estremità del promontorio, uno dei luoghi simbolo della Nuova Zelanda antica e delle sue leggende, ma anche di quella moderna e del suo turismo, che l’hanno resa famosa senza però snaturarne lo spirito. Ma la scena più bella è forse quella che si gode dall’alto, con il faro che si staglia tra il verde prato, impareggiabile, dell’estremo lembo neozelandese, e il blu Pacifico, qui più oceano che mai, come dimostrano le indicazioni “a freccia” che di fronte al faro ricordano al viandante quanto si trova lontano da qualunque angolo del mondo (Australia compresa).

Tasmania, tra oceano e rainforest. E a proposito di down under, un’altra area che concentra fari di ogni dimensione e forma è l’estuario del Gordon River, un intricato dedalo di isolotti, quasi ognuno dei quali ha un piccolo faro in legno a segnalare il pericolo ai naviganti. Su tutti, domina il Cape Sorell Lighthouse, in cemento, con la sua altezza focale di 51 metri il secondo faro più alto d’Australia. Vedere questi piccoli gioielli è facile (si fa per dire), una volta arrivati in Tasmania (un’ora e mezzo di volo oltre Sydney o Melbourne): Strahan, sulla verdissima costa occidentale è una tappa obbligata per immergersi nell’immensa rainforest, del Sudovest dell’isola, foresta estesa su un’area grande come la Sardegna. Da quella che i suoi abitanti definiscono “la più bella piccola città del mondo” – e che molto piacevole è davvero – si parte per escursioni in catamarano attraverso il fiume Gordon, che penetra nel cuore della foresta di Huon Pines. E la serpentina tra isolotti e fari è un passaggio obbligato

Fuori dalle convenzioni. Pensando ai fari, però, non dobbiamo avere in mente solo forme convenzionali o classiche. Ce ne sono alcuni che sfidano i sogni dell’architetto più avveniristico. Come il Madang Lighthouse, che si trova per l’appunto a Madang, in Papua Nuova Guinea. La luce prodotta è pari a un milione di candele, e la sua forma viaggia a metà tra la torcia e il missile luminoso puntato verso il cielo. Di tutt’altro sapore, decisamente più retro, ma comunque diversi dal faro nell’immaginario collettivo, ce ne sono alcuni che nulla hanno delle svettanti torri costiere, ma sono più simili a casette “sui trampoli”. Come il Low Lighthouse, a Burnham-on-Sea, in Gran Bretagna, costruito sulla costa come una palafitta perché si trova in una zona di frequenti cambi di marea. Simile, il Middle Bay Lighthouse, in Alabama. Talmente isolata la vita dei suoi guardiani che nel 1916, quando la moglie del guardiano ebbe problemi ad allattare il bimbo che aveva appena partorito, le fu portata fin lì una mucca, in modo da avere sempre latte a disposizione.

Classici a due passi. In Italia. Una penisola fatta per la maggior parte del suo territorio di coste, spesso rocciose, non può che essere tra i luoghi in cima alle classifiche per varietà e bellezza dei suoi fari. Spicca tra tutti la Lanterna di Genova, vero e proprio simbolo della città: alta 76 metri, spicca sul promontorio di San Benigno, a poca distanza dal quartiere di Sampierdarena. Data l’altezza dello scoglio su cui è costruita, dal mare alla punta della torre ci sono quasi 120 metri, che contribuiscono alla sua visibilità. Non a caso il promontorio è stato scelto già dal XII secolo per ospitare un faro, ma la costruzione della Lanterna come la conosciamo oggi – su due ordini, a sezione quadrata – risale al 1543. Si dice che il Doge Andrea Centurione Pietrasanta apprezzò così tanto l’opera da far gettare l’architetto giù dalla sua stessa creazione, per evitare che in futuro potesse superarsi e costruire un faro più bello. Oggi la Lanterna si può visitare, e accanto sorge un museo che racconta la storia della città, le sue continue trasformazioni e, naturalmente, non manca una sezione dedicata al funzionamento dei fari.

Se la lanterna si contraddistingue per la base quadrata, il faro di San Vito lo Capo, a Trapani, non sfugge alla classica forma circolare. Davvero fondamentale la sua opera, dato che ha il compito di segnalare con una luce rossa la secca rocciosa che dalla costa si estende per un paio di miglia in direzione nord, che sin dall’antichità ha mietuto non poche vittime tra le navi che solcavano il Mediterraneo, come testimonia anche la grande quantità di reperti restituiti dal mare . Costruito dai Borboni nel 1854, svetta isolato su una punta che si protende in mare, dando un’impressione di assoluto isolamento. E così è stato per molti decenni, quando ci si arrivava solo a piedi per uno stretto sentiero su cui il fanalista doveva trasportare viveri e materiali per il funzionamento del faro stesso.

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