I fari d’America rischiano il declino. Per colpa del Gps e dei satelliti

Articolo di Gaia Piccardi
Fonte: www.corriere.it

Costano e mancano i soldi. In tutto il mondo molti vengono abbandonati, altri come quello di Capo Spartivento, in Sardegna, sono stati convertiti in alberghi
Soldini: follia, quelle luci non sbagliano mai

MILANO – Il giorno in cui, con un raggio ben puntato dentro il nero del Pacifico, dalle pagine di un romanzo di Verne («Il faro in capo al mondo», 1905) Vasquez guidò verso terra la nave militare evitando la fuga dei pirati, nessuno poteva immaginare che mille anni dopo i fari avrebbero rischiato l’estinzione. «E invece è proprio così – ha raccontato alla Cnn Peter Williams, tesoriere della Società mondiale dei Fari -. La crisi economica non guarda in faccia nessuno: i soldi per la salvaguardia degli edifici storici sono sempre meno. Molti dei 10-12 mila fari esistenti nel mondo sono destinati a scomparire». Da quello di Montauck (stato di New York) alla cui ombra seminava il panico lo squalo del film, al Fastnet, lo scoglio al largo delle coste dell’Irlanda che per i marinai è un punto di riferimento più attendibile della bussola; da quello di Capo Horn, la punta più meridionale del Sudamerica, al Low Lighthouse a Burnham-on-Sea, Somerset, uno dei più suggestivi (e fotografati).

SIMBOLI – L’allarme fari va oltre il problema contingente perché nessun altro edificio condensa in sé un valore artistico, un simbolo paesaggistico, un’immagine-icona e un’importante strumento nel campo della navigazione. La tecnologia satellitare e l’uso del Gps in barca hanno reso i fari obsoleti, accelerandone il declino? «È follia solo pensarlo – sbotta il più famoso navigatore solitario italiano, Giovanni Soldini, decine di giri del mondo in cambusa, molte volte rimesso sulla giusta rotta dalla salvifica luce bianca intermittente -. Il Gps può essere spento, per esempio dagli americani durante le guerre, può andare in avaria, è soggetto a manutenzione e ha un margine di errore di un miglio. Il faro non sbaglia mai: è lì da secoli. I miei preferiti? Capo Trafalgar, Stretto di Gibilterra, e Ouessant, sull’Isola all’entrata della Manica. Spegnere i fari significa rinunciare alla libertà di muoversi in autonomia, che è poi l’essenza della vela».

IN ITALIA – Scomparso il principe dei mestieri romantici, il guardiano del faro (l’ultimo in Gran Bretagna è andato in pensione nel ’98), ai fari non è restato che riconvertirsi in gran fretta, riciclando struttura e fascino in museo (Kinnaird Head in Scozia), osservatorio di flora e fauna (Farallon Island Light, California), ossario (Tillamook Rock Lighthouse, Oregon), castello delle streghe (Portsmouth Harbor, New Hampshire) o, più banalmente, albergo. In Italia – dove i fari sono una sessantina dal più a nord, Capo dell’Arma in Liguria, regione in cui regna la Lanterna di Genova, alla Sicilia -, il recupero più brillante è riuscito al faro di Capo Spartivento, in Sardegna (operazione decantata anche dal New York Times), il più antico dell’isola, costruzione fatiscente di 19 metri che l’imprenditore cagliaritano Alessio Raggio (nomen omen) ha convertito in resort di lusso. Ottenuto in concessione dal Demanio purché venisse restaurato e valorizzato, vinta l’asta, Raggio ha riportato in vita la sentinella del mare, che rischiava di giacere in condizioni pietose come molti altri. «Non ho aggiunto un solo metro quadrato: ho risanato ciò che già esisteva ricorrendo a materiali locali. E cavalcando, con un impianto di fitodepurazione e l’energia fotovoltaica, la compatibilità ambientale». Non tutti i fari, però, sono fortunati come Spartivento. Chi non è già morto, lotta per sopravvivere, magari solo come arredo di scena (vedi l’epilogo di «Analisi finale») o sfondo di cartolina. E l’ultimo, per favore, non spenga la luce.

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