Alla scoperta dei fari italiani

A cura di Monica Lacoppola
Fonte: www.unibo.it

Sospesi tra terra e mare i fari sono sinonimo di orientamento e sicurezza. Ma evocano anche significati poetici e metafisici. Cristiana Bartolomei li studia da anni e ce ne svela alcuni segreti. “Sono architetture eroiche, sempre in prima linea con l’arduo compito di non abbandonare mai il navigante. Di giorno e di notte. I creatori di queste architetture solitarie del giorno e della notte sono anonimi, ma il risultato della loro azione creativa è dirompente”

Nata a Ravenna, classe 1969, Cristiana Bartolomei è uno dei massimi studiosi italiani di fari marittimi. Ha catalogato, rilevato e disegnato circa duecento fari attivi nel nostro paese, sin dai tempi della sua tesi di dottorato nel 1998, dopo la laurea in Ingegneria edile a Bologna. All’Alma Mater è professore a contratto nel settore icar 17, alla Facoltà di Ingegneria.

Ingegner Bartolomei com’è nata la sua passione per i fari?
“E’ nata in modo casuale. Mi trovavo a Bonifacio, in Corsica, in una giornata di vento e mare forte. Guardando il faro ho pensato alla forte resistenza con cui queste architetture di terra e acqua sopportano la furia delle intemperie. Poi, in occasione del dottorato in ‘Disegno e Rilievo del Patrimonio Edilizio’, ho scelto il tema dei fari italiani, avendo così la possibilità di studiare dei manufatti non indagati in precedenza”.

I fari sono tra le strutture architettoniche più affascinanti e accattivanti, perché secondo lei?
“Perché sono architetture eroiche, sempre in prima linea con l’arduo compito di non abbandonare mai il navigante. Di giorno e di notte. I creatori di queste architetture solitarie del giorno e della notte sono anonimi, ma il risultato della loro azione creativa è dirompente, di successo e inventiva, combina la metafisica della gravità e della levità, dell’oscurità e del chiarore, progetto finito dell’infinito. Al giorno appartiene la loro forte presenza a completamento del paesaggio; paradigma di solidità, certezza e dominazione, la loro figura intera testimonia la sfida dell’uomo sulla natura. Alla notte appartiene l’ignoto della terra e la loro architettura si smaterializza e cede il passo al noto, un fascio intermittente, sfuggente, esile, attaccato, dirompente nel buio e nella solitudine del mare notturno che lascia spazio all’immaginazione e al desiderio di concludere il proprio viaggio”.

Com’è la situazione dei fari nel nostri paese?
“La situazione dei fari italiani è drammatica, nonostante l’ottimo lavoro della Marina Militare che si occupa però solo di tenere in efficienza la lampada che emette il fascio luminoso. Quasi tutte le strutture, grazie anche all’avvento di tecnologia sempre più avanzata, non sono più presidiate dai faristi. Questo rende i manufatti soggetti ad atti vandalici, oltre a un deperimento naturale delle strutture prive di manutenzione. Se non si corre ai ripari si rischia la perdita irreparabile di molti fari italiani. Inoltre, a differenza di quanto avviene in Europa e in gran parte del resto del mondo, i fari sono studiati pochissimo. Anche per questo credo che il mio lavoro possa servire a sensibilizzare all’avvio di un progetto di recupero ragionato e articolato. Quello che ho in mente, e che a suo tempo avevo anche cercato di proporre alle alte autorità preposte, è di pensare ad un progetto di recupero che sia sostenibile e che renda fruibili i fari alla maggior parte dei cittadini. Poichè adesso, eccetto pochissime eccezioni, non lo sono”.

Alle origini erano collegati con il fuoco. Quali sono i più antichi rimasti e le loro caratteristiche?
“Già a partire dall’XI secolo si svilupparono comunità di eremiti e monaci che dedicarono la loro opera anche alla salvaguardia dei naviganti accendendo fuochi sulle alture e sulle coste. Così fece il monaco Raineri, a protezione dello Stretto di Messina (oggi ricordato dallo splendido faro Torre di San Raineri nel porto della città). Ed ancora così fece l’eremita Venerio, che alimentò un braciere sull’Isola del Tino per porre rimedio agli innumerevoli naufragi nel Golfo di La Spezia. La crescente potenza delle Repubbliche marinare, soprattutto di Genova e Pisa, portò alla costruzione di fari che sono diventati monumenti nazionali come la Lanterna di Genova e il Faro di Livorno, considerati tra i più antichi di Italia. Opere imponenti, di grande valore storico, di aspetto slanciato e equilibrato che rappresentano il rifiorire delle forme architettoniche. La Lanterna di Genova è stata nel corso dei secoli torre di segnalamento e prigione, oggi è un faro straordinario che identifica la città di Genova ed è riconosciuto come monumento nazionale. Storia più recente ha invece il Faro di Livorno, eretto tra il 1303 e il 1305 ad opera della Repubblica marinara di Pisa. Sarebbe stato il più antico d’Italia se le cariche di dinamite delle truppe tedesche non lo avessero fatto saltare nel 1944. Grazie però alla ferma volontà dei cittadini di Livorno, è stato possibile nel 1956 inaugurare una sua fedele ricostruzione, ora monumento nazionale”.

Tra i più ricchi di storia c’è ache il Faro di Trieste…
“Sì, il Faro di Trieste è sicuramente il faro più singolare d’Italia sia per la sua forma architettonica, così particolare da assomigliare a un fusto di una colonna, sia perché è stato l’unico ad essere stato inaugurato da un re. E’ un monumento commemorativo, nato per essere dedicato ai marinai caduti nella prima guerra mondiale. Prende il suo nome, Faro della Vittoria, dalla statua della Vittoria Alata, alta 7.20 metri e dal peso di circa 7 quintali, che si trova alla sommità della lanterna, costruita dallo scultore Giovanni Mayer. Le sue ali furono progettate in maniera tale da opporre la minor resistenza al vento e in grado di potersi flettere alle raffiche di bora più inclementi, tant’è che la leggenda narra che molti triestini ricordano di aver visto le ali muoversi nelle giornate in cui la bora soffia violentemente. I lavori per la sua costruzione iniziarono sul colle del Gretta, nel 1923 e terminarono nel 1927, con la cerimonia di inaugurazione da parte del Re Vittorio Emanuele III che lo accese simbolicamente per la prima volta, su quello che restava dell’antico forte austriaco Kressich, oggi inglobato nel basamento del faro. La lanterna del faro ha un diametro di circa 5 metri, ed è considerata una delle più grandi d’Italia. Fu costruita in un officina meccanica di Napoli e trasportata via mare già montata a Trieste. Il faro della Vittoria è oggi uno dei pochi ad essere visitabile e accessibile al pubblico”.

Se dovesse indicarci i tre fari da vedere almeno una volta nella vita?
“La scelta è veramente ardua perché ognuno esprime davvero lo spirito del luogo in cui è collocato. Scegliere solo tre fari rischia inevitabilmente di lasciare fuori qualche capolavoro. Comunque, escludendo Trieste, Genova e Livorno che sono conosciuti in tutto il mondo, posso suggerire Capo Spartivento Sardo nelle vicinanze di Cagliari in Sardegna, Cozzo Spadaro a Porto Palo di Capo Passero in Sicilia e Capo Grecale nell’isola di Lampedusa.
Capo Spartivento è l’unico ad aver avuto la fortuna di essere recuperato dalla sapiente mente di un ingegnere di Cagliari che lo ha reso una struttura turistica-alberghiera di rari gusto e raffinatezza. Cozzo Spadaro è invece un gioiello di architettura unico tanto da assomigliare ad un faro francese; conservato in modo ineccepibile dalle cure del farista, persona squisita ancora capace di raccontare memorie perdute. E infine Capo Grecale lo nomino forse più per un affetto personale che nutro verso un faro collocato a presidio del più bel mare d’Italia. Un mare controverso e combattuto, causa anche di tante tragedie, ma di una bellezza unica. Se arrivi laggiù, alla punta del faro, ti sembra davvero di essere alla fine del mondo.”

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