Il guardiano del faro racconta: «La mia vita tra le onde»

Articolo di Chiara Beghelli
Fonte: www.ilsole24ore.com

«Scusi, mia moglie non c’è, ma prima di uscire ha preparato questi dolcetti alla nocciola». Anche per la signora di un guardiano del faro le prime virtù devono essere prontezza e previdenza. Il Comandante Giovanni Lupo vive nel faro di Cozzo Spadaro, costruito nel 1864 sulla punta più meridionale della Sicilia, quella di Capo Passero. La sua voce pacata e bassa e le sue parole essenziali sono quelle di chi è abituato a sporadici contatti con gli altri.

I fari sono la sua casa da quasi trent’anni, fari diversi ma sempre lontani da tutto. Ha vissuto ad Ancona, poi a Ustica, e ora è qui con la moglie e la figlia diciottenne che al faro a volte organizza anche qualche festa con gli amici. Il suo lavoro è controllare che la luce resti accesa nella notte, che le sue intermittenze siano regolari, perché chi è in mare si senta rassicurato dal simbolo della terra. E ogni 15 giorni fa anche il giro degli altri fari e fanali di sua competenza oltre Cozzo Spadaro: il fanale di Capo Passero sull’isola delle Correnti e l’isolotto dei Porri, dove non vive nessuno se non “una neve di gabbiani”.

Ad assaggiare i dolcetti alla nocciola nel salottino c’è anche il signor Tacconi, 80 anni, predecessore di Lupo nella guardia di Cozzo Spadaro, vissuto per anni anche nel faro di Lampione, piccolo e sperduto isolotto al largo di Lampedusa. Anche se oggi gode la meritata pensione in una casa nel paese di Capo Passero, non passa mai troppi giorni lontano dal suo faro. “Fare il guardiano è un dovere, una responsabilità. Bisogna essere predisposti. Le difficoltà sono moltissime difficoltà, i gabbiani, i topi, l’isolamento, in cui trascini anche la famiglia. Con mia moglie e le mie tre figlie abbiamo passato anni interi vedendo pochissima gente. Ma almeno io la solitudine – dice con ironica fierezza – non la sentivo”.

Se non ci sono gli uomini, però, possono esserci gli animali a far compagnia nelle lunghe giornate. Lupo e Tacconi si scambiano aneddoti zoologici fra evocazioni di grandi paure e qualche risata. I gabbiani sono lamentosi, è vero, però segnalano il maltempo semplicemente standosene a terra, rivolti nella direzione delle nubi in arrivo. E quelle volte che il faro si spegneva o affievoliva la sua luce c’erano cani ad abbaiare e persino topi che mordevano il labbro come un doloroso avviso. Poi ci sono i fulmini, nemici quasi peggiori del buio: «Una volta uno ha spaccato i vetri della lanterna, l’ha spenta e ne ha liquefatto i bulloni d’ottone», racconta Lupo riportando quello che è capitato a un collega di passaggio al faro di Strombolicchio. “Durante i temporali i fari diventano parafulmini, possono venirti i capelli dritti se ci stai dentro, anche se è proprio meglio evitare di fermarsi nella tromba delle scale”. Oltre che di carte nautiche e meteorologia, il guardiano deve saperne anche di correnti elettriche e campi magnetici, perché i fari sono romantiche enciclopedie della scienza energetica dell’ultimo secolo.

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