La rotta dei fari

Articolo di Sergio Ramazzotti
Fonte: www.yachtonline.it

Il sapore di un’antica tradizione

I francesi possono vivere senza pane ma non senza parole, scrisse qualcuno. È vero tranne che in Bretagna, meno che mai se le parole sperate di udirle da un guardiano del faro. Nessuno degli eremiti che per decenni hanno veduto e appreso vita, morte e miracoli di queste coste impervie, asserragliati nelle decine di fari che le presidiano dall’alto delle scogliere, è disposto a raccontarvele: la consegna del silenzio – anche dopo l’età della pensione – è coerenza con i princìpi di una vita trascorsa, per scelta, in isolamento. Nel nord-ovest della Francia è più facile, si direbbe, aprire a mani nude un’ostrica che indurre a parlare un guardiano del faro. Prendete quello dell’Île Vierge, in bretone Enez-Werc’h, uno scoglio di sei ettari a un chilometro e mezzo dalla costa settentrionale della Bretagna: quando gli ho fatto arrivare il messaggio che avrei voluto incontrarlo, la risposta è stata «ditegli di tenersi lontano dall’isola».

A raccontare la storia della costa è la costa stessa, le rocce sgretolate dal mare che a volte monta in una furia ultraterrena, e quei pochi abitanti disposti a riconoscere la vostra presenza con qualcosa in più d’un cenno del capo.

Sono partito, inconsapevolmente, dalla fine. Philippe Corre, il proprietario dell’albergo di Pointe St. Mathieu, dice che il promontorio e il vecchio faro che lo domina sono sempre stati, fintantoché il faro non fu completamente automatizzato nel 2006, una sorta di capolinea o premio di fine carriera per i guardiani: «Almeno qui si era sulla terraferma e non in mezzo al mare». Con una vista, aggiungeremmo, straordinaria su un’abbazia benedettina dell’XI secolo, dal tetto parzialmente scoperchiato. Non sempre la carriera finiva in gloria: il guardiano era spesso un ubriacone, apriva di straforo il faro ai turisti, esigendo in cambio denaro che veniva a spendere al bar dell’albergo, allora gestito dal padre di Corre. Poi tornava al faro a dormire, ma talvolta dimenticava di accenderlo. «Accadde anche in una notte di tempesta. Può immaginare St. Mathieu spento in una notte di tempesta?», dice Corre in tono incredulo. Chiaro che non posso, non essendo nato qui, né tantomeno essendo il capitano di una delle 50 mila navi che ogni anno passano al largo di questa costa, fra le più insidiose del pianeta.

Di fianco all’abbazia sorge una torre di pietra del X secolo. È il primo faro del promontorio, un tempo illuminato con un falò in cima. Arrivava a 40 metri d’altezza, e all’interno, al contrario del solito, la scala a chiocciola saliva in senso orario, per permettere a chi stava in cima di difendersi più agevolmente con la spada, e al tempo stesso impedire a eventuali assalitori di maneggiarla con la destra.

Quando (1835) fu costruito l’attuale faro, sempre a fianco della chiesa, si scoprì che l’antica torre, più alta di tre metri, ne alterava il fascio di luce. Sicché, semplicemente, si decise di rimuoverne un pezzo. Ci fu un mezzo scandalo, ma la giustificazione fu lapidaria: non si poteva privare St. Mathieu d’un faro.

Ouessant, al largo della costa occidentale della Bretagna, è la patria di un quarto dei guardiani del faro di Francia ed è conosciuta come “l’isola dei fari”: ce ne sono ben cinque, vale a dire uno ogni 80 abitanti. La ragione: è l’incubo di tutti i naviganti, l’estremità occidentale d’un arco di 20 miglia di rocce e scogli sbriciolati e sparsi a caso nel mare, una collana mortale da Pointe St. Mathieu a Ouessant, ammantata di nebbia per più di 80 giorni l’anno e detentrice del primato mondiale dei naufragi. Il concetto di naufragio, per gli abitanti di Ouessant, ha una strana ambivalenza: trattandosi d’una popolazione di faristi, o in alternativa marinai, lo considerano una sciagura. Ma al tempo stesso, essendo abitanti di un’isola completamente priva di risorse, lo vedono (eventuali vittime a parte) come una benedizione. Per esempio: su Ouessant non c’è legna, e una nave arenata sulla costa permetteva di costruire una casa. O, come è accaduto all’inizio di quest’anno, il carico di legname perso da un mercantile durante una tempesta regala a qualche dozzina di famiglie il riscaldamento gratis per due o tre inverni di seguito. Un episodio per tutti: è citato in un pannello informativo del museo dei fari, all’interno dell’ex alloggio dei guardiani alla base del faro di Créac’h. L’anno è il 1903: lo steamer inglese Vesper, che trasporta un carico di vino, fa naufragio sulla costa di Ouessant. L’equipaggio viene tratto in salvo da una squadra di isolani, ma il resto della popolazione si dedica alle botti finite sulle rocce, scolandosi il vino direttamente sul posto. Il corrispondente di un giornale di Parigi dipinge il seguente quadretto: “…un gendarme tentava di impedire a una vecchia di ubriacarsi, ma ella gridò: ‘Trattenermi da questa bevuta gratis? Provateci, gendarme!”. E un attimo dopo si gettò dentro la botte scoperchiata, ancora piena per metà”. A dispetto dei suoi cinque fari, quando i naviganti pensano a Ouessant non lo fanno con particolare trasporto, forse memori dell’epoca in cui, vuole la tradizione, nelle notti di tempesta gl’isolani sistemavano lanterne fra le corna dei buoi, portandoli poi sulla costa per trarre le navi in inganno con quei falsi fari e attirarle verso la scogliera.

Ondine Morin è una dei pochi giovani di Ouessant non ancora emigrati sulla terraferma. Quando parla dei fari dell’isola dove è nata e cresciuta, lo fa come fossero esseri umani, un po’ perché è così che li concepisce, un po’ perché per lavorare si è inventata il tour dei fari di Ouessant, che vende agli scarsi turisti che approdano qui d’estate. «Per noi i fari hanno carne, sangue e un’anima, e quella luce è un cuore che continua a pulsare. La loro presenza ci protegge», dice mentre giriamo l’isola di notte, con fasci luminosi di ogni ampiezza e ogni colore che falciano l’aria come su un palcoscenico impazzito, che «quando sei in casa entrano attraverso le finestre e ti cullano come la fiamma di un camino». Punta un dito verso lo Stiff, uno dei fari più antichi di Francia, un mastio di granito inaugurato nel 1695: «I faristi consideravano lo Stiff come il paradiso. Lui è il grande saggio», dice «l’antenato, con quei due lampi rossi intermittenti, segno di grande pericolo. Da lontano sembrano brace, e da vicino la lanterna di cristallo color sangue è un immenso rubino». Quella luce, a quanto pare, ha rischiato di far impazzire più di un guardiano.

O, chissà, di farlo innamorare. Nel 2004, anno in cui venne automatizzato il faro di Kéréon, in alto mare al largo dell’isola, Morin assistette al rilevamento dell’ultimo guardiano. Il suo nome era Jean-Philippe Rocher e ci aveva trascorso gli ultimi dodici anni. «Quando scese dall’elicottero qui a Ouessant», ricorda Morin «quell’uomo piangeva come non credevo che un uomo potesse piangere. Era uno spettacolo straziante, sembrava che gli avessero portato via la moglie». Rocher fu poi trasferito al faro dell’Île Vierge, dove risiede (ancora per poco) tutt’oggi: è quello che mi ha invitato a “tenermi lontano”, come a voler difendere, per l’appunto, la propria consorte. Privare i fari dei guardiani, secondo Morin, è stato un errore, soprattutto in avamposti come Kéréon. «Tutti conoscevano il proprio faro fino all’ultimo interruttore, e se c’era un guasto sapevano individuarlo e ripararlo in pochi minuti. Ora invece bisogna mandarci un tecnico dalla terraferma, e siccome la maggior parte delle volte il mare non lo permette, il faro rischia di restare spento per giorni».

Lo stesso destino di Kéréon, con tredici anni di anticipo, era toccato alla Jument, un altro dei fari che i guardiani, mai troppo seriamente, classificavano nella categoria dell’inferno. In breve, una torre un po’ metafisica che sorge dall’acqua in mare aperto a sud di Ouessant: è il soggetto della celebre foto, scattata dall’elicottero da Jean Guichard, che ritrae il guardiano sulla soglia della porta d’ingresso un istante prima che un’onda gigantesca si abbatta alle sue spalle. Mancavano quattro giorni al Natale del 1989. Per la cronaca, l’uomo era un certo Théodore Malgorn, che, incurante (anzi, forse infastidito) del fatto di essere diventato il guardiano del faro più appeso alle pareti del mondo, accusò il fotografo di avergli fatto rischiare la vita, per essersi messo a gironzolare attorno al faro con l’elicottero e averlo così indotto a «uscire per vedere che diavolo stesse succedendo». Malgorn vive (poiché quel famoso giorno del 1989 chiuse la porta appena in tempo) su Ouessant: provate a immaginare come ha risposto quando ha saputo che un collega di Guichard avrebbe voluto incontrarlo.

Patria dei guardiani del faro di Francia, Ouessant e dintorni detengono anche il primato mondiale di naufragi. Abitarvi e navigarvi fa capire il perché

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