Bucarest si riprende i pozzi di petrolio

Articolo di Francesco Moscatelli
Fonte: www.antimafiaduemila.com

Alla fine, l’unico veramente deluso dalla decisione della Corte di Giustizia dell’Aja, che il 3 febbraio ha scritto la parola fine a quarantadue anni di battibecchi fra Ucraina e Romania per il controllo dell’Isola dei serpenti, dev’essere il guardiano del faro.

Lui, l’unico abitante di questo scatolone di roccia piantato nel bel mezzo del mar Nero, 17 ettari di superficie, un ufficio postale e un via vai di biologi e tecnici ucraini, può dire addio al suo bel panorama sulla foce del Danubio. E dire che da quando sono sparite le bisce d’acqua del fiume, quelle da cui l’isola ha preso il nome, questo posto doveva avvicinarsi molto ad un paradiso di solitudine.
Il governo di Bucarest, che martedì scorso si è visto assegnare il controllo del 79,34% del triangolo sottomarino che circonda l’isolotto, ha già messo le mani avanti: «Questa sentenza permette alla Romania di avviare le misure per l’esplorazione e lo sfruttamento economico di quest’area». Il tesoro di Zmeiny, infatti, sono le immense riserve di petrolio e idrocarburi nascoste fra i relitti e i segreti della sua storia millenaria: le stime parlano di 100 milioni di tonnellate di petrolio e oltre 90 miliardi di metri cubi di gas. Tradotto: venti inverni di tepore assicurato per Bucarest, un ottimo bottino per l’Unione europea (della quale la Romania fa parte dal gennaio 2007).
L’Isola dei serpenti, che secondo il mito ospiterebbe le spoglie dell’iracondo Achille, ha goduto del riposo della Storia fino al secolo scorso. Ad interromperlo bruscamente ci hanno pensato le mine dell’incrociatore tedesco Brerslau e le grida dei marinai russi del Leitnant Sazareny, naufragati nel 1917. Negli anni seguenti, nella stagione di confusione che sconvolse la geografia europea, l’isola divenne parte integrante della monarchia rumena. Ma durò poco. Nel 1948 il fazzoletto di terra finì imbrigliato dalla «cortina di ferro», in una posizione strategica più unica che rara: con un colpo di mano l’Urss di Stalin lo strappò alla neonata repubblica di Romania e vi impiantò una base militare, un orecchio che per quarant’anni ha monitorato i movimenti della Nato in Turchia e nell’Europa occidentale. Fino al 1991, quando l’Ucraina ereditò l’isolotto dall’Urss, Zmeiny è rimasta una minuscolo puntino sugli atlanti dei generali.
Poi la partita per il suo controllo si è riaperta anche se, la Romania, alle prese con il dopo Ceausescu, non avanzò alcuna rivendicazione. Anzi. Sei anni più tardi, nel 1997, firmò un accordo di buon vicinato che di fatto consegnava l’isola all’Ucraina. Conclusa la Guerra Fredda, infatti, il vero nodo non era tanto il possesso militare dell’isola, quanto la demarcazione delle linee di confine marittime. Negli anni Novanta l’Ucraina alza la posta, inviando sull’isola un grappolo di militari e sostenendo la tesi che Zmeiny non è uno scoglio, ma una vera e propria isola, con la sua vita economica e il suo diritto a godere di una Zona Economica Esclusiva, che taglierebbe fuori la Romania. È troppo. L’iniziativa, appoggiata dalla Russia di Putin, fa venire il mal di pancia a Bucarest, che chiede di risolvere la questione con un accordo bilaterale.
Nel 2004, dopo dieci anni e trenta inutili «vis a vis» fra i due governi, Bucarest decide di rivolgersi alla Corte Internazionale dell’Aja. Inizia così un lungo braccio di ferro durante il quale, pur di dimostrare che Zmeiny è un’isola, l’Ucraina le prova tutte: apre un museo di storia naturale, cerca invano una fonte di acqua potabile e gioca persino la carta del turismo, invitando i sub di mezzo mondo ad immergersi nei suoi fondali incontaminati. La Romania risponde strizzando l’occhio all’Unione europea. «Per un paese europeo – evidenziava nel 2004 il portavoce Bogdan Aurescu – il mezzo più efficace per risolvere queste controversie è affidarsi al diritto internazionale». E ancora, il 31 gennaio 2008, il parlamentare europeo Petru Filip presentava un’interrogazione scritta al Consiglio di Bruxelles: «Nel 2007 il parlamento ucraino ha dato il via libera alla trivellazione di una zona di mare distante 50 km dalle coste. Qual è la posizione del Consiglio? Cosa farà l’Unione Europea?».
Martedì, la decisione finale della Corte di giustizia dell’Onu: «La presenza di cittadini ucraini sull’isola non comporta alcun aggiustamento della linea di equidistanza tra i confini marittimi dei due paesi». Kiev, per bocca del vice-ministro degli Esteri Oleksandr Kupchysyn, è costretta a fare buon viso a cattivo gioco: «È un saggio compromesso. Dopotutto anche i giacimenti contenuti nel nostro 20% di piattaforma sono interessanti. Ciò che conta è che possono iniziare le esplorazioni».

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