Un fantasy atipico da Vallerga e la Bradipolibri

Fonte: www.nove.firenze.it

Era passata da poco l’ora dell’Humulus lupulus quando si ridestò. Il Capitano aveva preparato una succosa zuppa di pesce e gli odori si erano sparsi per tutto il promontorio, Rugger era già passato a dare il suo parere (compiaciuto) e ora faceva la siesta fuori.
“Codesto profumo m’aggarda assai molto” esordì alzandosi dal letto più cautamente di quanto non avesse fatto precedentemente.
“Raggiungete lo tavolo cum calma, siete debole”.
“Indove trovommi et chi siete voi?”
Vi trovate nello faro posto nelle terre degli Ovetusti et io sono Capitan Capitone” rispose l’uomo pucciando maleducatamente un grosso pezzo di pane nella zuppiera. “E voi chi siete?”
“Io?” rispose quasi tra sé il Nano mentre raccoglieva un grosso e spesso volume buttato per terra.
“Io?” ripetette ancora. Pose il volume sulla sedia e si sedette, finalmente, a un’altezza che gli consentisse di pasteggiare…

Si intitola “La tomba senza nome” ed è la seconda fatica letteraria di Paolo Vallerga già autore, un paio di anni fa, de “Il congegno traslante”.
Come per il primo scritto anche “La tomba senza nome” si ispira al mondo raccontato nel gioco da tavolo “Le Saghe di ConQuest”, gioco ideato dallo stesso Vallerga con Valerio Porporato, e che nel 2001 a Lucca Comics&Games si aggiudicò il titolo di miglior prodotto.
“Il gioco è un fantasy classico con elfi, nani scheletri e così via – spiega lo stesso Vallerga intervistato durante l’ultima Lucca Comics&Games – però la particolarità sta nell’incontro tra una tipologia di gioco standard e un linguaggio assolutamente fuori dal comune nel senso che il linguaggio è in stile ‘Armata Brancaleone’. E’ una cosa goliardica. Nel 2000, 2001 non c’erano giochi che ironizzassero sul mondo fantasy, il mondo fantasy è un settore intoccabile, pieno di riti che dovevi rispettare, pieno di situazioni che… guai a scherzarci su”.
Ecco quindi mix inusuale ma vincente da esplorare anche al di fuori del gioco, vuoi proprio per le situazioni assurde che generava.
“Era un’occasione troppo ghiotta per me che ho visto nascere questo gioco, che ho visto giocare centinaia di partite…” prosegue l’autore. “Il primo libro è stato una conseguenza quasi obbligatoria. Non è arrivato subito, c’è stata una gestazione abbastanza lunga perché il libro è uscito nel 2005 il gioco è stato presentato nel 2001 ed era uscito anche un altro episodio della serie in cui avevamo sviluppato un prodotto totalmente indipendente dal primo, però il legame dell’ambientazione era comune”.

C’è chi avrà storto il naso?
“Sicuramente c’è chi ha storto il naso però, dopo i due giochi, ho sentito la necessità di approfondire l’aspetto ironico del linguaggio usato e non potevo farlo che attraverso un racconto”, spiega l’autore. “Il primo racconto è nato così: ho preso una delle missioni del primo gioco che consisteva nel cercare la macchina che teletrasporta cose e persone. E’ stata una stesura istintiva, non sapevo dove sarei andato a parare… nel senso che avevo quella missione e, come nel gioco, mi sono immedesimato in questo nano protagonista. Poi, diciamo, ho giocato un po’, sono partito da un personaggio che piaceva, il nano è sempre un personaggio che attira l’attenzione. Quindi il protagonista del primo romanzo è un nano che parte alla ventura con questa missione capitatagli fra capo e collo. Per cui è nato realmente prima il gioco con questa ambientazione e poi il romanzo”.
E ora, a distanza di due anni dal primo ‘capitolo’ ecco arrivare nelle librerie “La tomba senza nome” un volume che nasce seguendo la filosofia dei due giochi poiché, come precisa Vallerga, “non ho voluto fare un secondo episodio. Il primo libro tratta di nani che tra l’altro sono diventati successivamente i protagonisti del terzo gioco, dell’ultimo gioco della serie. Nel secondo romanzo non volevo sfruttare dei personaggi già noti. Le saghe sono così, episodi diversi ma il mondo è lo stesso. Stavolta il protagonista è un pirata, è un pirata che ha…”

Il mal di mare?
“Sì, purtroppo per lui soffre il mal di mare. Quindi c’è già uno scalino duro da sorpassare. Però è un pirata orgoglioso, quindi decide di vivere su una barca e di fare il guardiano del faro. Cioè vive sulla barca ma attaccato alla terra ferma… dove fa il guardiano del faro. Per sua sventura scopre dopo un po’ di tempo di soffrire di vertigini, di conseguenza fare il guardiano del faro per uno che soffre di vertigini… ogni volta che deva andare ad accendere questo lume è una tragedia. Insomma, alla fine non riesce quasi mai ad accendere il faro, le navi naufragano e lui le depreda, perché è pirata”.

Un incipit davvero divertente e, al contempo, curioso che spinge il lettore ad andare avanti, pagina dopo pagina, fino alla conclusione del volume sfatando anche alcuni cliché dell’austero mondo fantasy.
E se per quanto riguarda l’utilizzo dell’ironia in un mondo ‘alto’ l’autore ci dice di essere in bella compagnia, anche se evita di leggere gli altri autori proprio per evitare inconsce influenze, “probabilmente – suppone – sono l’unico che ha lavorato per far sì che ci fosse un fantasy all’italiana. Noi italiani abbiamo mille pregi, dove vai parli un dialetto diverso, mangi una cosa diversa, parli con una sfumatura diversa, hai un modo diverso di cavartela, fondamentalmente ce la caviamo sempre ma ognuno alla propria maniera. Tutti questi aspetti non incontravano mai il fantasy… io ho fatto, o meglio, ho cercato di fare in modo che lo incontrassero. Ecco quindi che unendo questi grandi guerrieri che partono alla pugna, non alla battaglia, per sconfiggere lo drago alla fine se la cavano in un modo o nell’altro… all’italiana. E tutto ciò non poteva che avvenire con un linguaggio nostro, che abbiamo solo noi dove è sufficiente scambiar gli articoli e già ti fa sorridere, ti basta utilizzare una parola dialettale e già hai una situazione diversa. Forse ho fatto un altro sacrilegio: quello di ironizzare sulle appendici, perché i romanzi fantasy hanno questo malloppone di appendici alla conclusione che svelano tutti i retroscena, il background dei personaggi”. Ecco quindi che nelle appendici al primo libro ci sono le ricette di cucina del Questland, nel secondo romanzo c’è un’appendice sulle arti divinatorie e poi le tasse, i pagamenti….
Buona lettura!

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