Con Montale sul faro di Pila

Articolo di Nevio Casadio
Fonte: www.regione.emilia-romagna.it/laguna

Colloquio con lo scrittore GianAntonio Cibotto: l’incontro con il grande poeta sul delta del Po, un ambiente descritto fra le righe delle Cronache dell’alluvione, che emozionò Montale tanto da ispirargli la poesia L’anguilla

Rovigo. Un’acquerugiola lieve avvolge le file di pioppi neri che segnano i confini tra la campagna dal fondale piatto, monocorde e il cielo. Una sorta di ventre di balena plumbeo a ridosso degli scoli sulle ripe dei campi, con le alberate dei pioppi «ibridi» allevati in batterie scarne da sembrare i resti di accampamenti abbandonati. Stazione dopo stazione, in una successione di dissolvenze che si altemano a ritmi cadenzati, oltre il vetro vanno e vengono immagini pressoché uguali e uniformi. La campagna circostante, con gli alberi, il cielo, la terra, i corsi d’acqua, è una lenta nenia fatta di bisbigli e voci dai timbri lievi. Il treno scivola nel ventre indifeso di questo Veneto di mezzo inverno, lambito da un dio senza volto, impregnato com’è di nebbie gelate e incolori.
Alla stazione di Rovigo un gruppo di ragazzi intinge l’atrio con quei timbri di voci che tintinnano l’aria come sanno fare gli accenti di quei luoghi sulle orme, nella strada della dimenticanza, dei Goldoni, Ruzante, Giancarli, Betonega o Cieco Groto. Osservando quei ragazzi salire su un tram che scompare poi oltre il piazzale della stazione, si avverte l’impressione che quei suoni appena ascoltati non torneranno mai più. Giorno dopo giorno, si affermeranno accenti imbastarditi, mutuati così da finti-dialoghi, battute e suoni evirati, spurgati di odori, anime e colori, all’ombra del totem-tivù, appostato in una stanza di casa.
I suoni della memoria, di ogni territorio, presto saranno dimenticati, sepolti e così anche i suoni del Veneto saranno spazzati via, per sempre. Questa impressione diventa certezza, varcando la soglia della casa di Gian Antonio Cibotto. «Vive a Rovigo» dice Scabia «il dolcissimo Conte di Lendinara, poeta, cronista e romanziere della luce e dell’acqua del Po e delle segretezze locali, da Scano Boa a Cronache dell’alluvione al Diario Veneto. La sua curiosità assomiglia a quella del Goldoni e della Betonega è sempre in giro a guardare e a cercare, per amore della luce e del buio, in attesa delle apparizioni. A lui, solo a lui, si è rivelato nella purezza della notte, il meteorite ultimo caduto – e lui ne ha dato la cronaca più bella, profonda e impaurita».
Di quella casa nel centro di Rovigo, non ricordo finestre né porte. All’interno, dai corridoi alle stanze, un camminatoio tra pile di libri accatastati come argini di un fiume senz’acqua. Il Conte di Lendinara, «il Toni» come ama presentarsi, seduto nella penombra dà l’idea di un faro che si
accende soltanto in certe occasioni e che un giorno morirà con lui. Cibotto, un guardiano appartato di suoni e memorie. «Nel ’52, Vincenzo Cardarelli, mi fece sapere che nella rivista da lui diretta (La Fiera Letteraria, nda) avrebbe volentieri pubblicato qualcosa di “mio” per ricordare i momenti terribili dell’inondazione del Polesine, avvenuta l’anno precedente. In quei giorni drammatici dell’alluvione, l’Italia balzò in piedi per aiutare i suoi fratelli. Eravamo in 350.000 e 100.000, causa la “rotta” del fiume, andarono via, sfollando per sempre. Scrissi un breve Carnet dell’alluvione, ricordando i fatti di quei giorni, che fu così pubblicato».
Quelle cronache lucide e prive di retorica scritte da una persona che aveva vissuto il disastro in prima persona, di cui era stata vittima e protagonista, colpirono l’attenzione dell’editore Neri Pozza che inviò un telegramma al giovane autore richiedendo l’intero manoscritto di quelle cronache per raccoglierlo in un libro. «Ma io avevo scritto soltanto alcune brevi note. Fu così che Neri Pozza, il quale oltre che editore era scultore, incisore e raffinato disegnatore, iniziò a inviarmi dei disegni, anzi ogni volta un grande maiale su un foglio bianco: “Sei un porco se non mi mandi il libro dell’alluvione”. Avrei potuto dirgli di no?».
Il libro Cronache dell’alluvione uscì nel 1954.
«Probabilmente quella pubblicazione contribuì a dissotterrare, a liberare, a far emergere una grande, una bellissima poesia… Grandi poeti hanno consegnato all’intera umanità grandissime liriche, poesie immense. Ma quante, probabilmente, sono rimaste rinchiuse, nascoste all’interno della loro anima?. Poesie mai nate eppure presenti nei grandi poeti, nell’involucro del grande mistero… Per un caso del destino, opere mai giunte alla luce. Dante ha scritto e ci ha consegnato la “Divina”, ma quante altre “Divine” (larve, embrioni inespressi), saranno morte con lui?».
Eugenio Montale ne Il Corriere della Sera del 6 ottobre del 1954, riportò una felice recensione nei confronti del «giovane rovigotto» e le sue Cronache, il suo «diario di un salvataggio».
«Ma soprattutto Montale, incuriosito dai miei racconti riportati nel libro, mi fece sapere che avrebbe voluto visitare i luoghi dove si erano sviluppati, il delta dove avevo già “portato” Pavese, Vittorini, Levi e molti altri ancora… Appena ci incontrammo sulla piazza di Contarina, mi chiesi come avrei fatto a portare a termine l’“impresa”… Eh sì, un’impresa: sua moglie, che l’accompagnava, era mezza cieca, con quelle lenti spesse come il fondo di un bicchiere e Montale claudicava come una mucca a tre zampe. Ci avviammo verso ScanoBoa, (dove
Cibotto ha ambientato il romanzo Scano Boa – Marsilio Edi-tori – dal quale sono stati tratti due film, in cui l’autore interpreta una storia accaduta realmente, nda), l’i-sola in cui registrai una storia di ordinaria “fatalità”».
Nel delta un giomo arrivò un vecchio che, per procurarsi i soldi necessari per l’assistenza legale di un figlio detenuto in carcere, si improvvisò pescatore di storione. Ma in mare, durante una notte di pesca, la barca affondò e il vecchio morì annegato.
La mattina seguente, recuperato il cadavere, il prete e duè chierichetti accompagnando la salma al cimitero, nel risalire il Po furono richiamati da
grida che provenivano da due donne sulla sponda del fiume. La barca accostò e fu fatta salire a bordo una giovane che, colta dalle doglie di parto, non sapeva dove «sbattere la testa».
Quel «convoglio» carico di vita e di morte, ripartì quindi verso l’ospedale dove la donna mise al mondo una bambina.
«Ecco, la fatalità del delta: quella bambina, Claudia Beltrani, ora è una signora sposata, ha dei figli, vive a Torino lavorando come parrucchiera…
Anche Montale, nel nostro girovagare tra i canali sepolti dalle canne, stupito dal mistero di quei luoghi, fece riferimento all’ineluttabilità del destino. Ma quando ormeggiammo a Pila, dove intendevo condurlo al mercato del pesce, fu affascinato dalla visione del grande faro per i naviganti, dove il Po si tuffa in mare. Ci fu consentito di salire e una volta raggiunta la sommità della sorgente luminosa, Montale fu colpito da un’evidente emozione di fronte allo scenario del panorama che ci attomiava.
A un tratto incominciò a cantare strofe di romanze che gli passavano per la mente, di un repertorio quasi infinito. Io e sua moglie, in silenzio, assistevamo incantati a quel concerto di una voce in.cielo accompagnata dal vento del delta, che finiva nel mare.
Rimanemmo quasi un’ora sulla cima del faro e, discendendo poi quella serie di scalini tortuosi, il Poeta mi riferì che in gioventù aspirava a diventare un cantante lirico, un baritono. “Poi” mi confidò, alquanto corrucciato, “il mio maestro di canto morì e io abbandonai sul nascere il mio sogno, per intraprendere un’altra strada”.
Intanto, sulla strada del ritorno ogni tanto venivamo avvolti dalla nebbia. Montale mi chiese cosa rappresentasse per me la nebbia. La nebbia è il “tabarro” che indossavano i nostri contadini in invemo. La nebbia ti copre e ti protegge, annulla tutto. Questa casa dove ora ci troviamo, è accanto a una strada trafficata, invasa dai rumori. Quando cala la nebbia, il “baccano” delle macchine non si sente più. E così si può sognare e pensare, custoditi in una sorta di eremo appartato, dove la fantasia ritrova la dimensione perduta».
Accompagnandomi alla porta, tra quei meandri di libri accampati, Cibotto, «il Toni», saluta a mezza voce. «”…l’iride breve, gemella / di quella che incastonano i tuoi cigli / e fai brillare intatta in mezzo ai figli / dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu / non crederla sorella?…”. E L’anguilla, la poesia più bella di Montale. Se il Poeta non avesse letto le mie Cronache dell’alluvione che lo indussero a visitare il delta del Po,
probabilmente questa grande. poesia, “liberata” un pomeriggio sul faro di Pila, sarebbe rimasta nascosta dentro di lui, per sempre».

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