Il maestro dei fari

Articolo di Antonio Ciotta

Le particolari condizioni geo-morfologiche dell’Arcipelago di La Maddalena e delle Bocche di Bonifacio fanno di questo insidioso tratto della costa nord orientale della Sardegna quello ove, quasi certamente, vi è la maggiore concentrazione di fari e segnalamenti marittimi dell’intera costa italiana.
Oggi quasi tutti i fari sono elettrificati, con funzionamento a batterie o con pile solari, ma fino a qualche decennio addietro erano tutti a vapore di petrolio. Ad accendere il faro ed a regolarne la vita c’era un uomo: il fanalista.

I fanalisti dell’Arcipelago, dislocati nelle isole di Spargi, Santa Maria e Razzoli, per vincere l’isolamento nel quale erano costretti a rimanere per quasi tutto l’anno, vivevano con le loro famiglie, spesso numerose, nella casa – faro. A parte l’occasionale visita di qualche pescatore, l’unico contatto con il mondo esterno era rappresentato dal rimorchiatore della Marina che settimanalmente, tempo permettendo faceva il giro delle isole per portare viveri rifornimenti e qualche rara lettera di figli, famigliari e parenti lontani.

Per loro si poneva il problema dell’istruzione dei figli che, per andare a scuola, sarebbero dovuti rimanere nell’isola madre di La Maddalena, presso parenti od amici o presso l’Istituto San Vincenzo, lontano dai genitori i quali, pur vivendo a pochi chilometri di distanza, era come se fossero su un’altro pianeta. Negli anni dal 1956 al 1961, grazie all’interessamento del Direttore Didattico Fabio e del Provveditore agli Studi Cappai, avvalendosi delle norme sulle “Scuole Popolari Volanti”, che si proponeva di portare l’istruzione nelle piccole comunità rurali, furono istituite le scuole elementari per i figli degli Agenti dei Fari.
La Singolare “Scuola dei Fari” appartiene ormai alla storia dell’Arcipelago, una storia, si può dire dell’altro ieri, ma della quale si è già perso il ricordo. Il fortunato rinvenimento di un diario tenuto dai maestri che si alternavano nelle varie isole, ci ha consentito di rievocare i sacrifici di questi “eroici insegnanti”, tutti giovanissimi e quasi tutti al loro primo incarico, che furono i pionieri di quell’avamposto di istruzione.

Tratto dal diario di un “Maestro dei Fari”:
«… 8 gennaio. Sono arrivato alle sei di mattina nell’isola di Santa Maria con una barca da pesca. Durante il tragitto, durato un’ora e mezza, ho sofferto molto il freddo. Gli abitanti di quest’isola mi hanno accolto molto cordialmente.
20 gennaio. Questa mattina ho fatto per la prima volta i segnali di fumo per avvertire un pescatore che avevo bisogno di andare a La Maddalena. E’ venuto a prendermi “Musu Martè” che quando ha saputo che insegnavo nell’isola è stato molto gentile con me».

Questi pochi ma significativi appunti ci danno una chiara idea della vita condotta dagli insegnanti della scuola dei fari, una scuola che, per la sua singolarità, non sfuggì all’attenzione della stampa dell’epoca.
L’articolo più importante porta una firma illustre, quella di Vittorio G. Rossi, i grande giornalista e scrittore che, in giro per l’Italia, alla ricerca di aspetti della vita che presto sarebbero scomparsi, dall’incalzare del progresso e dal consumismo. In una serie di servizi dal titolo “Piccolo mondo antico e moderno”, sulla terza pagina del “Corriere della Sera” del 17 settembre 1958, pubblicò un ‘articolo sulla scuola di Razzoli. «Al Faro di Razzoli» – scrive Rossi – «c’è Albertina. C’è anche il maestro, ma io non l’ho visto perché era in vacanza; ma c’è anche lui, ci sono le famiglie dei tre fanalisti, fanno in tutto dieci persone e col maestrino, quando c’è, fanno undici. Quando sbarcai dalla motozattera sul piccolo pontile di Razzoli c’era il capofanalista con un ragazzino. Il capofanalista mi disse che il ragazzino era suo figlio e aveva dodici anni. – “Come ti chiami?” – domandai al ragazzino – “Alessandro Manzoni” – disse lui. Lo disse come se sapesse che c’era già stato un’altro ma la cosa non lo disturbasse. Albertina era al secondo piano della casa dei fanalisti, è la figlia di un fanalista e ha sedici anni; era seduta compostamente, come in un parlatorio delle monache, due grosse trecce nere le scendevano sul petto. Io la guardavo e lei diventava rossa. Questo fatto, di una ragazza che diventa rossa quando è guardata, mi fece pensare all’età della pietra. Ma io non guardavo lei, guardavo i suoi sedici anni che erano in quel posto, ed era come se fossero nell’età della pietra. Volli domandare ad Albertina cosa faceva dei suoi desideri, quando le venivano; i desideri che vengono quando si hanno sedici anni – c’è qualche che desidera più di tutto, Albertina? – le domandai – la luce elettrica – disse lei, così potrebbe ascoltare la radio, forse forse anche la televisione; sarebbe in comunicazione con il mondo – dissi io.
Poi vidi la stanzetta dove il maestrino fa scuola; c’è un tavolo con tre sedie. Alla tavola siede lui con due scolari; uno è Alessandro Manzoni, l’altro il fratello, che ha sei anni. Mi dissero che il maestrino aveva finito l’altro anno le scuole per diventare maestro. Allora avrà diciannove anni – mi dissi – ha diciotto o diciannove anni e sta in questo posto – mi farebbe piacere sapere che cosa faceva lui dei suoi desideri; mi dispiaceva che non ci fosse. Nella stanza accanto c’era il suo letto, c’era un paio di scarpe sotto il letto. Erano vecchie scarpe ricoperte di polvere. Parevano le scarpe di uno che non fa che camminare, e cammina su se stesso.»
Con queste riflessioni si chiude l’articolo di Vittorio G. Rossi su un mondo che sarebbe presto scomparso. Il sogno di Albertina, la luce elettrica, avrebbe segnato infatti la fine del maggior numero dei fanalisti.

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