John Berger e il faro

Articolo di Tullia Baldassarri
Fonte: www.disp.let.uniroma1.it/kuma/kuma.html

Una volta in Europa vagabondavo alla periferia di Livorno. Sotto i portici un madonnaro, raccolta dal marciapiede una sigaretta, disse di chiamarsi Pablo e notando la mia scarsa partecipazione, indovinò che ero triste. “Via quegli occhiali”, sorrise Pablo, “fa’ respirare gli occhi e poi si vedrà”. Si rimise a disegnare, a pochi passi dal porto, era un Cristo con le ali, come se volesse accompagnare un gabbiano nel cielo azzurro che fa da vela alla Fortezza Vecchia.
Scacciata dalla mensa dei marinai – avevo finito il pasto, ma ero talmente povera che ero rimasta a corto di storie – a un tratto udii una voce: “Londra è un adolescente, un monello, e in questo non è cambiata dai tempi di Dickens”[1]. Era John Berger, nato come Pablo il 5 novembre 1926.
John Berger, che la prima volta avevo pronunciato bergér, come il pastore delle montagne, era appena sceso da un taxi. Visto che lo fissavo con sguardo interrogativo, mi mostrò il titolo di uno dei suoi libri: “Keeping a Rendez-vous”, Presentarsi a un appuntamento. Ricordavo vagamente di aver letto, ai tempi in cui scrivevo la tesi di laurea su di lui, che la scrittura era ciò che sua madre aveva sempre segretamente sperato per lui. Dunque dopo aver lasciato la scuola a sedici anni aveva messo la testa a posto assecondando i genitori! “Quei mesi a Oxford li ricordo come una prima forma di esilio”[2], rispose Berger nell’impermeabile verde stinto, da soldato. Tornato dal fronte si era messo a insegnare arte, viaggiando quasi subito, e proprio a Livorno (mi frugai in tasca) aveva dipinto l’acrobata che penzoloni e a testa in giù fissa una bimbetta che lo tiene sospeso in virtù del suo sguardo. Berger prima ascoltava i colori, e poi scriveva le storie che quelli gli avevano raccontato! Picasso, Van Gogh, Hals, Caravaggio, Michelangelo, Morandi: la solitudine delle nature morte e i loro piani di evasione nella solidarietà. “Non è andata così perché in casa c’erano tanti libri (ne avevamo pochi) ma perché c’era così tanto di non detto, così tanto di cui volevo scoprire l’esistenza per conto mio, con i pochi anni che avevo: la morte, la povertà, la sofferenza (in altri), la sessualità…”[3].
Fu così che John Berger, nato a Londra, mi invitò a tavola nella sua stanza alla periferia di Livorno: là avrei trovato fragole, vino rosso, pane e pesce salato. Giovane com’ero, ero una ragazza brava e ubbidiente.
Mai ero stata così vicina alla periferia. La stanza era affacciata sul porto e anche se stavamo mangiando, mi sembrò di essere dall’altra parte della finestra, nella parte di stanza senza cibo, senza divano, senza tetto né letto. Camminavamo per mano e notavo che Berger aveva uno sguardo da statua in chiesa, il tipo di statua che sebbene ogni giorno sia obbligata a fare i conti con la disperazione, non lo distoglie. Anche Berger così, non si voltava mai. Non lo staccava da niente: il suo sguardo era una mano aperta con cui stringeva tutto. La sporcizia dei monumenti, il sorriso bianco degli immigrati, il cemento della sinagoga, ognuno con la propria esperienza di bugie, furti, dolore, spaesamento, promesse non mantenute.
“È fuori dalle città che la natura, la geografia, il clima, hanno il loro massimo impatto”, sorrise Berger vedendomi contemplare la periferia. “Sono loro a determinare l’orizzonte. In città, a meno di arrampicarsi in cima a una torre, l’orizzonte non esiste”[4].
Quartiere Venezia di Livorno. Lessi le scritte sui muri, i titoli dei fogli di giornale per terra, la targa di marmo sulla chiesa di cui resta solo la facciata: c’era scritto “vescovo, imam, rabbino” e c’era la data in cui avevano pregato là insieme. Sembrava una data di scadenza. C’erano insegne rotte, vetri in frantumi, gli annunci nelle bacheche del dopolavoro, udii le bestemmie di un barbone inglese, mentre un operaio albanese cercava le parole per me, che cercavo la strada. E trovai l’orizzonte: la geografia di Berger era geografia di emigrazione. Berger somigliava a un cane di nome King[5]: mi sembrò che riconoscesse al fiuto i corpi degli uomini-rifiuti, vittime di emigrazione. “Vedi?”, disse. “Ogni paesaggio ha i suoi rifiuti. Il paesaggio è parte del temperamento e del carattere, non solo uno sfondo di emarginazione e squallore. Il paesaggio è la traccia di un’origine, suda e tace come un corpo, pesa ed è testimone delle sue impronte. Corpi che partono, per cui non c’è ritorno, se non nella vita che seminano”. Mi sembrò dal suo discorso che ogni corpo dovesse avere più vite. C’è una vita che è sedentaria lungo il corso degli anni, con fissa dimora in un unico corpo. Poi ci sono le vite che proseguono nei luoghi visitati, nei mestieri fatti, nella strada battuta. A volte ci sono altre vite ancora, quelle che si accompagnano a tutte o almeno alcune delle vite che abbiamo incontrato. “Queste sono le vite più disgraziate?”, chiesi guardando il ponte dietro il dopolavoro. “Forse”, rispose lui, “per lo meno quelle meno conosciute, sì, le vite meno comprese: sono vite parallele alla prima, che è e resta sedentaria. Queste vite a tratti hanno nostalgia di tornare a visitare il corpo da cui sono partite, come una donna perduta in sogno, un vagabondo alla stazione dei treni, un’annegata su una barca – clandestina”.
Mentre ascoltavo con il bicchiere gonfio di vino e le lacrime agli occhi (togliere gli occhiali di getto e respirare tutta la corrente del porto!), Berger raccontò di essersi trasferito dal 1974 sulle Alpi dell’Alta Savoia. E la capitale del Paese in cui aveva vissuto negli ultimi trent’anni, Parigi, c’ero mai stata? Parigi, dove i cortili si trasformano in tappeti e arazzi, le strade sono come gallerie, i boulevards conservatori [6]. Affacciato alla finestra, Berger cercò Parigi nel mare, per indicarmela. L’acqua dei canali del porto di Livorno era lurida e puzzava, allora aggiunse piano: “Quello che distingue Parigi da ogni altra città non è poi cambiato molto”[7]. Poiché, proseguì Berger, ogni città ha un sesso e un’età che nulla hanno a che vedere con questioni di demografia[8].
Scrittore, pittore e critico d’arte, Berger era un uomo discusso. Sgombrai la tavola dalle poche briciole rimaste, e schizzai un ritratto. Osservavo Berger dalla sciarpa rossa che ancora aveva al collo. Lui dal balcone vedeva la statua dei Quattro Mori dibattersi come un enorme pesce che il mare ha sputato sulla spiaggia. Di che colore ha gli occhi un pesce sul punto di morire?
“Ogni volta che osservo un’opera d’arte come critico”, disse inclinando un po’ la testa, “mi sforzo, come Arianna, dato che il percorso non è mai diritto, di seguire uno dei fili che la collegano agli albori del Rinascimento, a Picasso, ai piani quinquennali dell’Asia, all’ipocrisia e al sentimentalismo dell’homo homini lupus, e a una eventuale Rivoluzione Socialista in questo Paese”[9]. Non c’era dubbio, Berger aveva detto proprio così: in questo Paese. Ero perplessa: “E se gli esteti o la pubblicità saltano su e dicono che è la riprova che fai propaganda politica?”.
“Ne sono fiero”, rispose Berger. “Ma il mio cuore e il mio occhio sono rimasti quelli di un pittore”[10]. Sorrisi in silenzio e mi misi a mescolare il caffè. Mi chiesi se fosse superstizioso, non si sa mai quando ci si fa leggere i fondi da una donna, ci si dovrebbe assicurare che sia fattucchiera o almeno veggente. Intanto scriveva una dedica su una sua raccolta di poesie, “Pages of the Wound”, Pagine della Ferita[11], disegnando un pesce del mare del Nord. Strano che in francese “poisson”, pesce, sia così vicino a “poison”, veleno. Abissi, corrente, tempesta, amo, ferita, morte. Almeno le ferite sono la parte autentica della vita. Berger mi guardò in modo strano: “L’autenticità viene da un solo tipo di fedeltà: quella alla natura ambigua dell’esperienza”.
“Perché qui, proprio a Livorno?”, arrischiai nell’ora in cui i pescatori riparano le reti ricamandovi i nomi dei pesci che vogliono prendere a notte. “Un marinaio senza un faro non è niente al mondo”, rispose lui. “Mi ero messo in testa di visitare i mattatoi, i macelli di varie città del mondo, deciso a diventare un esperto in materia. Le cose che vengono taciute, le cose che non si affrontano mi chiamavano lì. E io seguii la voce. Visitai i macelli, che si trovano, in molti modi diversi, in posti e situazioni diverse”[12]. Pensai che in un mattatoio si può baciare un uomo senza sentire le grida della carne al macello.
Mentre gli facevo il ritratto avrei voluto che il suo volto assomigliasse alle sue mani, anche se stava a braccia conserte: mani fatte di rughe, ricche di pieghe, rauche di pettegolezzi, mani sporche che hanno retto candele e si sono scottate per la cera. Mani ferme? Ripensai alle foto che Berger aveva scattato insieme al fotografo svizzero Jean Mohr a contadini, nomadi, cacciatori, ai figli dell’emigrazione: spaesati, bastardi, mandati ai quattro angoli dell’epoca moderna come argonauti. Mi sembrò di sentire l’odore del sangue al macello, che è anche il sangue di una nascita, sangue destinato ad ammalarsi di anni, che ha lo stesso odore del sangue malato di AIDS di Ninon[13], l’odore del matrimonio, l’odore del funerale. Il sangue che è tutta la vita di un villaggio e lascia la sua impronta negli abitanti, ed è la mappa viva su cui il paesaggio e gli uomini mostrano l’uno all’altro le rispettive ferite.
Disegnai e disegnai, sbagliando in più punti. La carta si strappò, sotto al nero dell’inchiostro di china affiorò il bianco della pagina successiva, la poesia della prossima ferita. Berger se ne accorse e sentì che avrei voluto cancellare qualcosa. Allora disse: “L’economia del consumo del XX secolo ha prodotto la prima cultura in cui il mendicante è memento del nulla: non da compatire, semmai da cancellare”[14]. Non ero un mendicante quando un impianto del gas sbagliato, e poco idoneo a compatirmi, per poco mi mandò all’altro mondo. No invece, lo ero, lo sono stata e lo sono ancora: un mendicante di amore.
Uscimmo a fare una passeggiata.
“John”, gli chiesi, “perché quando esci porti sempre lo zaino sulle spalle? Non pesa?”. A quell’ora Livorno era piena di ombre e intorno non c’era nessuno, se non i vaporetti nei canali. “É una questione di resistenza”, disse voltandosi. “Se fossi io solo a portarlo, sarebbe molto pesante, proprio come sembra a te”. Tirava vento. “La sacca in questione è una piccola sacca di resistenza. Si forma quando due o più persone si trovano d’accordo tra loro. Resistenza contro la disumanità del nuovo ordine mondiale”[15]. E chi sarebbero le persone coinvolte? Passò un uomo con un enorme anello nero al dito, e i capelli completamente bianchi. Un ebreo negromante? Il proprietario della più antica libreria di Livorno! “Ti dirò quali sono gli uomini che meritano il nostro rispetto”. Berger si fermò in mezzo alla banchina. Io sbucciavo un’arancia. “Quelli che lavorano senza risparmiarsi, per dar da mangiare ai loro cari. Quelli che danno con generosità tutto ciò che possiedono. E quelli che passano la vita a cercare Dio. Il resto è letame”[16]. Eravamo a Livorno, qui nacque Modigliani, marinaio dagli occhi senza pupille tanto erano colmi di mare, Livorno senza tele di Modigliani, chissà, forse Amedeo costruì un aquilone e volò a cercare Dio.
Riconobbi il marciapiede di Pablo dal mozzicone di sigaretta. Dovevano esserci passati sopra in tanti, il suo Dio aveva le ali calpestate. “Io sarei una pessima marxista. Detesto il potere politico, di qualunque specie”, dissi improvvisamente. “E io sono un romantico. Nessuno riuscirà a farmi dire il contrario. Se si nega l’intuizione soggettiva che è il nucleo del romanticismo e che spesso troviamo espressa nell’amore, be’ ecco… qualcosa muore. E non c’è linea politica che tenga: né logica né coerenza valgono a restituircela” [17].
Fu allora che lo vidi: il faro. Era quella la chiave del nostro incontro. La comune ricerca del senso – non di un’ennesima parola, bensì della presenza. Non di una promessa di salvezza universale, bensì di quella salvezza. Non meno dei pesci, anche le reti, i pescatori, e i gabbiani sono del mare: “Perché se insieme potessero sopportare tutto il peso del mondo materiale”, gli sentii dire, “le anime tornerebbero ad avere ali”[18].
Rimanemmo ancora un po’ sul ponte a guardare le navi correre come lepri insonnolite in mezzo a foreste azzurre.

John Berger è nato a Londra nel 1926. Critico d’arte e saggista di fama internazionale, risiede da quasi trent’anni in un villaggio delle Alpi Francesi. Ha al suo attivo romanzi, sceneggiature e testi teatrali.
Nel gennaio 2003, “Memorie Periferiche”, spazio di riflessione su senso e crucialità della periferia, ha invitato John Berger a Livorno. Dal 27 al 30 maggio 2004, Torino ospiterà una rassegna dedicata a John Berger, nel corso della quale sarà presentata in anteprima l’opera teatrale “Isabelle”, incentrata sulla figura di Isabelle Eberhardt.
Tra le sue opere tradotte in italiano ricordiamo anche Splendori e miserie di Pablo Picasso (Il Saggiatore, Milano 1996), Questioni di sguardi (Il Saggiatore, Milano, 1998), Sul guardare (Bruno Mondadori, Milano 2003), E i nostri volti, amor mio, leggeri come foto (L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2002).
Nel 2003 esce in traduzione italiana Una volta in Europa (Once in Europa, 1987), seconda parte della trilogia Into their labours. Il titolo della trilogia è tratto da un versetto del Vangelo di Giovanni: “Altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro” (Gv 4, 38). Si tratta di storie umili, ossia tutte legate alla terra, terra che germoglia vita e morte, ma anche terra inquinata dall’economia, malata di mercato. In Una volta in Europa Berger accorpa contadini, braccianti e pastori agli animali: la loro presenza non è meno fisica delle montagne e delle valli, della terra che abitano e solcano. Nell’ascoltarli portiamo il loro peso, insieme al fantasma di Albertine, dalle dita artritiche così come lo erano in vita. Il peso del loro lavoro, della loro fatica, ossia l’amore: amore chiave di resistenza, amore sopravvivenza e significato, amore nella terra del nostro fare memoria immortalmente rigenerato.

[1] J. Berger, Keeping a Rendezvous, London, Granta, 1992, p. 101.
[2] J. Berger, Keeping a Rendezvous, London, Granta, 1992, p. 181.
[3] J. Berger, Keeping a Rendezvous, London, Granta, 1992, p. 48.
[4] J. Berger, G., Milano, Garzanti, 1974, ripubblicato da Il Saggiatore, Milano, 1996.
[5] J. Berger, King. A street story, London, Granta, 1999.
[6] J. Berger, Keeping a Rendezvous, London, Granta, 1992, p. 100.
[7] ibid.
[8] ibid.
[9] J. Berger, “Exit and Credo”, The New Statesman, 29.09.1956.
[10] ibid.
[11] J. Berger, Pagine della Ferita, Greco & Greco, Milano, 1999.
[12] J. Berger, Keeping a Rendezvous, London, Granta, 1992, p. 49.
[13] Protagonista del romanzo di J. Berger, To the Wedding, 1995, tr. it. Festa di Nozze, Il Saggiatore, Milano, 1998.
[14] J. Berger, A Seventh Man. The Story of a Migrant Worker in Europe, 1975, tr. it. di M. Papi, Un settimo uomo, Milano, Garzanti, 1976.
[15] J. Berger, The Shape of a Pocket, 2001, tr. it. di Marina Rullo in Sacche di resistenza, Giano Editore, 2003.
[16] J. Berger, Once in Europa, 1987, tr. it. di Maria Nadotti, Una volta in Europa, Torino, Bollati Borighieri, 2003, p. 136.
[17] J. Berger, “Ways of Witnessing”, in Marxism Today, pp. 37-38, ottobre 1984.
[18] J. Berger, G., Milano, Garzanti, 1974, ora ripubblicato da Il Saggiatore, Milano, 1996, p. 17.

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