Fari e faristi

Articolo di Bruno Gemelli
Fonte: www.brunogemellicomunicazione.it

Poco distante dalla torre Belem di Lisbona, nell’estuario del Tago, l’architetto Gonçalo Byrne ha realizzato la nuova torre di controllo; si tratta di un edificio quadrato, massiccio, pendente verso l’acqua e diviso in due parti: quella superiore è in vetro e ospita il faro e gli uffici, quella inferiore, color rame-marrone, accoglie un centro esposizione. Quest’opera cambia radicalmente l’immagine di una delle icone esistenziali della terra: il faro, simbolo di sorveglianza, soccorso e speranza per i naviganti, materia onirica e mitologica per la letteratura d’ogni tempo, da Dyrhòlahey a Bambaren passando per il giovane Alfonso Ricci. L’architettura ancora una volta aiuta l’umanità a rileggere la propria storia rimodulando le funzioni degli oggetti come elementi integranti della natura. Oggi c’è un ritorno al faro, un interesse generalizzato che mescola la curiosità allo studio, alla riscoperta di questi siti misteriosi, carichi di leggende, immersi, quasi sempre, in contesti paesaggisti fortemente attrattivi (isole, promontori, scogliere sferzate perennemente dal vento e dalle burrasche). Il recinto tipo del luogo, sinonimo di solitudine monastica e di servizio primordiale, trova oggi una nuova stagione di attenzione dei media che, a loro volta, registrano il lievitare di interessi diversi che comunque fanno capo al fascino dell’argomento. Quest’estate la Marina Militare ha diffuso notizie al riguardo: su 8.000 chilometri di coste italiane il Corpo gestisce 1.500 segnalamenti marittimi con oltre 400 addetti, tra civili e militari, dei quali 161 hanno la qualifica di “faristi”. E già: per il vecchio e mitico “guardiano del faro” il titolo è tale solo per i romanzieri, in realtà questo mestiere è diventato un’opportunità di lavoro come tante altre anche se costa sacrifici e rinunce sicché, appunto, non è alla portata di tutti ma si addice solo a quegli spiriti ieratici che non temono la solitudine, anzi vi fanno ricorso come il tenente Giovanni Drongo, protagonista struggente del «Deserto dei tartari» di Dino Buzzati. Oggi la Marina Militare italiana, sebbene l’automatismo tenda inesorabilmente a soppiantare le ultime manualità, ha bisogno di 20 faristi, un lavoro da mille euro al mese che richiede uno skill molto semplice: un banale diploma privo di specializzazione. Quando sarà bandito il concorso pubblico sicuramente pioveranno le richieste anche se ci sarà – come afferma Antonio Peca, capitano di vascello della Marina e responsabile nazionali dei fari – una selezione naturale, spietata, giacché non è da tutti chiudersi in “convento”. Gli uffici della Marina sono già sommersi di richieste di persone che vogliono fregiarsi del titolo suggestivo di “Guardiano del faro”. Pensionati, naturalisti, novelli anacoreti: queste sono le tipologie più frequenti dei richiedenti anche se, alla fine, è un mestiere che si tramanda di padre in figlio oppure, come spesso accade, arriva per caso perché il destino non dà spiegazioni. In Calabria, sui quasi 800 chilometri di costa, sono presenti 12 fari: partendo dall’alto jonio, Capo Trionto, Punta Alice, (attivato nel 1896), Capo Colonna (la cui area circostante proprio in questi giorni è passata dalla Difesa alla Soprintendenza ai beni archeologici della Calabria), Capo Rizzuto, Punta Stilo, Capo Spartivento (acceso il 1867), Capo dell’Armi (attivato nel 1867), Reggio Calabria, Villa San Giovanni, Scilla, Capo Vaticano e Capo Suvero. Visitare questi fari non è difficile, parlare con i faristi sì. E’ gente riservata, semplice che, in genere, respinge l’assalto dei cronisti e dei curiosi, anche se un sorriso non si nega a nessuno. Le storie dei faristi sarebbero tutte da raccontare perché ciascuna nasconde un mistero, a partire da quella di Antonio Colombo, zio di Cristoforo, che si dice facesse, nel 1449, il guardiano della Lanterna di Genova. In questi ultimi anni, a seguito di inchieste giornalistiche, sono venute fuori vicende umane molto pregnanti, da quella di Bruno Colaci farista nell’isola sarda di S.Pietro a quella di Giorgio Massida, ora pensionato, custode solitario per 16 anni nel faro di Punta Scorno nell’isola dell’Asinara. Poi ci sono le storie dei faristi calabresi, pochi ma, come si dice, buoni. A partire da Pantaleo Faro (proprio così: si chiama Faro, un cognome che è tutto un programma e un destino), originario di Pizzo, 44 anni, sposato con due figli, che è il farista di Capo Vaticano. Faro non riceve, saluta cordialmente attraverso l’inferriata; il collega Franco Barbalace del Quotidiano (7/8/02) è riuscito a sapere qualcosa dalla moglie. Una vita tribolata, vissuta con dignità, passata tra Capo Sandalo in Sardegna, Torre Faro di Messina e, ora, Capo Vaticano. In realtà Calabriaweb questo tema l’ha già trattato l’anno scorso anticipando mode e tendenze mediatiche. Chi scrive ha fatto un piccolo scoop intervistando, nel luglio del 2001, il farista di Capo Spartivento. Qui di seguito riportiamo alcuni brani del servizio. «Alla ventiduesima giornata di navigazione A.L. Recchi scrive sul diario di bordo: “24 maggio 1999, ore 12, 45. Stiamo navigando da ieri pomeriggio, abbiamo lasciato Taranto in direzione Stretto di Messina. Si vede Capo Spartivento, punta estrema della Calabria, lontano all’orizzonte. Come il bar dello Sport e l’hotel Miramonti Capo Spartivento non è un nome originale. Esiste un Capo Spartivento in Puglia, uno in Calabria, uno in Sardegna e chissà quanti altri sparsi per l’Italia”. Originale no ma speciale si, e per tanti motivi che andiamo ad elencare. Innanzi tutto la leggenda: Capo Spartivento anticamente si chiamava Heracleum Promontorium, un nome che rimanda al mito di Ercole che si riposò su quel poggio dalle sue fatiche, quindi punto finale, della penisola italiana, che fu percorso dai navigatori greci, cartaginesi e romani e che oggi rimane un crocevia importante nel centro del Mediterraneo. Capo Spartivento cuore della Bovesìa, l’area grecanica dove un minoranza parla ancora il greco antico nei borghi che risalgono i primi contrafforti dell’Aspromonte. Capo Spartivento luogo anche della memoria per il soggiorno di Cesare Pavese che, nella residenza di Brancaleone (ad un tiro di schioppo) durante il confino fascista, elaborò alcune delle opere più belle della sua produzione. Dunque, un sito di una bellezza ancora incontaminata dove è possibile vedere le lucciole che, come scrisse Pier Paolo Pasolini il 1 febbraio del 1975 in un memorabile articolo sul Corriere della Sera,“questa civiltà ha fatto scomparire”. Raggiungiamo Capo Spartivento da Locri percorrendo la statale 106. Nel punto di svolta che divide la Locride e dal comprensorio di Melito Porto Salvo, dove si incomincia ad intravedere l’Etna, sorge il promontorio di Capo Spartivento, un cuneo che si protende verso il mare tra Galati e Spropoli, rispettivamente frazioni dei comuni di Brancaleone e Palizzi. Subito dopo il ponte sul torrente Aranghìa c’è una rampa che conduce al faro; due targhe avvertono: “Zona Militare – Accesso Vietato”. Sono le diciassette di un pomeriggio caldo e terso, il paesaggio è quello classico della macchia mediterranea con tonalità di colori tutti particolari. Questa lingua di terra – altro primato – ha il profumo intenso e raro, nel periodo della fioritura, del bergamotto e del gelsomino; ma ora è tempo di cicale e fichi d’india che scendono a strapiombo sul mare scavalcando la strada e la ferrovia. Il complesso del faro è un insieme di piccoli locali su cui poggia la grande cupola di vetro del faro il cui punto focale è posto a 64,50 metri dal livello del mare. Scendiamo dalla macchina in punta di piedi perché l’impatto è da thrilling : un silenzio surreale avvolge i muri imbiancati della struttura. C’è una porta aperta con una targa della “Marina Militare ” e una piccola lapide che chiude: “…acceso la prima volta 10 settembre 1867”. 134 anni, perbacco! Dopo aver dato una voce esce dalla porta un signore di mezza età ma ben portati. E’ lei il guardiano del faro? “Farista prego, guardiano del faro è un termine che non usiamo nel nostro lavoro”. Ecco la prima sorpresa, solo gli scrittori dei romanzi d’appendice usano questa locuzione. Ci presentiamo: desideriamo fare un servizio giornalistico per Calabriaweb magazine, un portale territoriale. E’ permesso? “Ancora non ho il collegamento ad Internet, anche se ho il computer”, ci risponde il Nostro sciogliendo quell’iniziale momento di diffidenza. Siamo davanti al signor Francesco Casile, dipendente civile del Ministero della Difesa, farista del faro di Capo Spartivento. E’ qui dal 1995 dopo aver passato alcuni anni a custodire il faro di Punta Stilo. Il ghiaccio è ormai rotto, Francesco ci conduce a visitare il suo piccolo fortino; un spazio che condivide con la sua famiglia e che ha, se non fosse per la grande lanterna, le sembianze di una casetta colonica: i fili per appendere i panni, un grazioso pozzo color fragola con il coperchio blu e qualche arnese sparso qua e là. Seconda sorpresa: qui non ci sono turni e turnover, Francesco lavora 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno. Una sorta di eremo preso con filosofia. Diceva Henry David Thoreau: “Non ho mai trovato il compagno che mi facesse così buona compagnia come la solitudine”. Francesco è di poche parole e non sembra né rassegnato né mostra le stimmate dello stoico, anzi accetta il dialogo e si mostra ben lieto di rispondere alle domande del forestiero. La prima spiegazione riguarda la lapide dove c’è scritto: “Latitudine boreale 37° 53’ 18’’ “. “Si tratta – mi avverte Francesco – di un dato riferito al meridiano di Parigi, dal 1884 esiste invece il parametro del meridiano fondamentale di Greenvich (Londra) e quindi oggi la posizione è: latitudine 37° 55’ 5’’, longitudine 16° 02’ 7’’, rispetto a quando si calcolava con carta e matita c’è lo scostamento di appena un grado”. Il faro, che un tempo fu anche radiofaro (linguaggio Morse), ha un sistema elettrico di lampada alogena a 110 volt di tipo americano e una riserva a batteria. In oltre cento anno si è passati dalla combustione all’olio d’oliva alla nafta (1935) sino all’odierna elettricità. La lampada fa il giro completo (perché alle spalle non disturba il territorio) a 360 gradi gettando il suo fascio di luce per 32 miglia marine, pari a circa 60 chilometri. Il giro dura 32 secondi emanando ogni 8 secondi lampi di luce. Il faro, che si accende mezz’ora prima del tramonto e si spenge mezz’ora dopo il sorgere dell’alba, in pratica prende le navi da Punta Stilo e li accompagna al prossimo faro di Capo d’Armi e viceversa. Domandiamo: quanto navi vede passare al giorno? “Mai contate, anche se alcune riesco a riconoscerle. Per esempio – ci dice Francesco sorprendendoci ancora una volta – ogni martedì passa un mercantile che ha impresso sul fianco il Leone di San Marco, nelle giornate di bonaccia riconosco questa nave dal rumore”. La visita passa dall’esterno all’interno: tutto ordinato e lindo l’ambiente che richiama i motivi marinareschi. Qui la vita scorre lentamente, il tempo va impiegato con un giusto dosaggio di forze giacché i compiti da assolvere sono come il faro, a 360°. La manutenzione è totale: le tendine del faro da lavare e stirare, le pareti e gli infissi da pitturare,i vetri da pulire, i registri da compilare e poi accendere e spengere, spengere e accendere. Tutti i giorni, Natale e Pasqua compresi. E’giunta l’ora del congedo dopo un’ora di colloquio e di visita. “Ma lei da dove viene?”, ci domanda Francesco. Da Catanzaro, rispondiamo. “Quando ero a Punta Stilo avrei voluto visitare il museo delle conchiglie di Copanello, chissà quando potrò andarci”, conclude rammaricato Francesco. Guadagnamo l’uscita in punta di piedi come eravamo entrati. Il guardiano del faro forse avrà presto compagnia. Alle spalle del faro, più in alto sulla collina a un centinaio di metri, forse sarà riaperta la vecchia caserma che l’Aeronautica militare chiuse nel 1975. Probabilmente sorgerà un radar con compiti di controllo con annesso servizio meteorologico. Nei giorni scorsi è venuto pure un generale ad ispezionare la postazione. Per Capo Spartivento forse si apre una muova stagione, potrebbe nascere il turismo da faro. Qualche scolaresca già viene ogni tanto, ma troppa gente potrebbe rompere l’incantesimo di questo luogo magico».
Per approfondire l’argomento si segnalano questi siti:
www.bazaretrusco.com/lalegendadelfaro
www.terra.es/personal9/farovillano
www.digilander.iol.it/farodihan
www.cosedimare.com/farista
www.lighthouseclothing.com
www.adriatica.net/svjetionik/main_ita
www.bancadelmare.it

0
Connessione
Attendere...
Messaggio

Il guardiano non è online al momento: lascia un messaggio.

* Nome
* Messaggio
Login now

Need more help? Save time by starting your support request online.

Your name
Describe your issue
Chat online
Feedback

Help us help you better! Feel free to leave us any additional feedback.

How do you rate our support?