Il faro di Punta Penna

Fonte: AreAbruzzo

AreAbruzzo, oggi, arriva a Punta Penna: la nostra meta è il locale faro, sollecitati come siamo di offrire una documentazione visiva di questa importante e curiosa struttura.

Il faro è una costruzione militare: dunque, ai fini dell’accesso ci siamo dovuti dotare di idoneo provvedimento autorizzativo.
Arriviamo a Punta Penna verso le ore nove di una splendida mattina di settembre e ad accoglierci troviamo una dei tre operatori che presiedono alla custodia del faro: è il signor Guida, un giovane campano molto contento di vederci. Ospitale e disponibile, si rivelerà un’ottima guida.

Innanzitutto ci illustra un’interessante rassegna delle notizie circa la storia del faro: ci rappresenta che la costruzione ha avuto luogo nel 1906, ma più volte è stato oggetto di rifacimento. Nel 1946 fu abbattuto dai tedeschi in ritirata ma venne immediatamente ricostruito, tanto che il 2 maggio 1948 fu nuovamente inaugurato “in un tripudio di azzurro e d’oro” (da Hystonium 08.05.1948, in cronaca vastese).
E’ tutto vero, naturalmente; noi, però, ci permettiamo di aggiungere che il faro venne costruito per interessamento dell’On. Francesco Ciccarone. Venne scelta questa località perché Punta Penna era un punto strategico: secondo il parere dei tecnici, il sito costituiva un vero e proprio porto naturale, il più importante tra Ancona e Bari. Infatti, già nel 1908 fu tentata la costruzione di un porto che, tuttavia, venne realizzato molto più tardi e grazie all’intervento dell’On. Spataro.

Costruito sul disegno di Olindo Tarcione, il faro si presenta come una costruzione in muratura a forma di torre eretta con altezza di 66 metri, sulla cui sommità è posta una sorgente luminosa con apparato ottico. Oggi, giusta una rilevazione esperita nel 1953, l’altezza sembra raggiungere i 69,90 metri, dalla cima alla base.
Alla base vi è una costruzione di due piani in cui sono rimessi gli alloggi per le famiglie dei tre responsabili che permanentemente si occupano del faro, e alcuni uffici amministrativi.

Bramiamo di salire, così entriamo. E’ tutto molto gradevole e ben tenuto.
Accediamo alle scale che portano in cima al faro fa una porta sita al secondo piano del locale: 313 gradini articolati in una ripida scala a chiocciola che si dipana su più piani. Il signor Guida si avvia ma noi, che non siamo allenati come lui che compie questo tragitto ogni giorno, dopo un po’ dobbiamo tirare il fiato: così approfittiamo, con la scusa di scattare fotografie, di alcuni vani in corrispondenza dei quali vi sono piccole finestre.
Dopo pochi minuti arriviamo in cima, l’impatto è fortissimo. Immense distese azzurre si uniscono al verde dei campi limitrofi al faro. Un panorama stupendo e che affascina il nostro fotografo che in un batter d’occhio ha montato l’apparecchiatura e iniziato a fare foto; audacemente, anche fuori attratto da un magico paesaggio che deve essere immortalato.
La nostra attenzione è catturata dall’imponente figura dell’apparato ottico e del motore che lo muove. Il faro, non emette segnali di pericolo ma comunica informazioni luminose che vengono ripetute ininterrottamente per tutta la notte. Ogni faro possiede una combinazione e poiché nessuno può ricordare tutte le possibili combinazioni le imbarcazioni hanno un libro dei fari.

La sorgente luminosa è costituita da una lampada di grande potenza con un sistema ottico notevole; essa è posta nel fuoco delle superfici riflettenti.
La lente ottica concentra le luci formando un potentissimo raggio puntando verso l’orizzonte.
Esiste anche un secondo faro che si attiva in caso di emergenza.
Tecnicamente va osservato che il corpo illuminante ha un’intensità media notevole, la portata è di circa 25 miglia nautiche, l’apparecchio ottico compie un giro intorno all’asse in circa 4 secondi; la luce che emana è di colore bianco.
L’accensione e lo spegnimento del faro è devoluta all’oscuramento di una cellula fotosensibile; il funzionamento lo vediamo con i nostri occhi visto che il signor Guida è così gentile da oscurarla per noi.
Il motore, splendente e davvero ben tenuto, è un’ottica rotante su meccanismo meccanico che si muove in senso antiorario. Il funzionamento è elettrico ma in caso di danneggiamento interviene un orologio meccanico, ed orologio peso motore, che deve essere ricaricato ogni 14 ore.

La visita è finita: nostro malgrado dobbiamo scendere. Ci dilunghiamo ancora qualche minuto con il signor Guida. Conversare con lui è molto piacevole ma è proprio tempo di andarcene così ci salutiamo.

Trecentotrenta scalini ci separano dalla cupola del faro di Punta Penna insieme ai cento chili del signor Guida, farista di turno, che porta però la sua mole ben distribuita senza alcun affanno fino all’ultimo gradino per farci ammirare il magnifico panorama che si può godere da uno dei fari più alti d’Europa.

Varcando la porta che da accesso al primo balcone si ha la sensazione di essere sospesi nell’aria (dato l’insolito rapporto tra altezza e sezione) e si procede per tutta la circonferenza quasi a tentoni.
Sulla destra, una scala metallica porta al balconcino superiore, ma noi evitiamo di avventurarci, bastano ed avanzano le sensazioni avvertite nel primo livello.
All’interno il sistema meccanico rotativo alla base della luce del faro è tenuto incredibilmente intatto, Guida ci spiega che viene monitorato periodicamente e la manutenzione non risulta mai carente.
In effetti noi stessi ci aspettavamo una struttura interessante ma vetusta, tuttavia siamo rimasti sbalorditi nel vedere un edificio perfettamente operativo nonostante anni di servizio.

Nella zona superiore quattro enormi lenti sostenute da telai in ottone moltiplicano la luce emanata dalla lampada centrale visibile a decine e decine di miglia marine. Il sistema che permette la rotazione delle lenti è alimentato elettricamente dalla rete tradizionale ed è azionato in modo automatico da una fotocellula che, al diminuire dell’intensità luminosa naturale attiva il circuito il quale continua a funzionare anche in caso di guasto grazie ad un potente gruppo elettrogeno. Il faro è stato progettato in modo da essere operativo in ogni situazione, anche in caso di guasto elettrico, un ingegnoso sistema di ingranaggi collegati ad un peso discendente garantisce il funzionamento per decine di ore. All’interno della struttura portante infatti, lateralmente, un incavo a sezione cilindrica ospita un blocco di materiale metallico di notevole peso che viene issato attraverso una manovella fino all’inizio del suo scorrimento; in caso di guasto elettrico il grave viene lasciato nella sua lenta discesa che assicura l’autonomia meccanica per tutta la notte.

Nell’era delle nuove tecnologie, come i GPS (Global Positioning System) cioè sistemi di navigazione assistita dai satelliti, i fari sembrano lasciare il passo all’elettronica, tuttavia, come ci ammonisce Guida, provate solo per un attimo ad immaginare di trovarvi in mare nel del mezzo di una tempesta, come in quelle narrate con grande enfasi da Conrad – “…sa sussurrarti all’orecchio, e ruggirti contro, e toglierti il respiro” – ed a non vedere avanti a voi null’altro che mare grigio, solo il miraggio di un faro accenderebbe in un attimo la forza della speranza.

Il faro è dunque ancora oggi per ogni navigante il primo punto di riferimento, per quello che gli occhi vedono, per quello che il cuore sente.

Si ringrazia: la M.M.I. Zona fari Alto Adriatico-Venezia per la gentile concessione delle riprese interne; il reggente del faro di Punta Penna; il farista sig. Guida per la pronta e gentile collaborazione.

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