“Sono un cretino ma non ditelo alle mie donne”

Articolo di Giancarlo Dotto
Fonte: www.lastampa.it

Dino Risi, classe 1916, non conosce la decadenza dell’eta’
La vita spericolata del regista novantenne “Mi piacciono i falliti come me”

E ora vado a farmi due uova al tegamino». Un novantenne in jeans che si congeda così e se ne va in cucina a farsi davvero due uova al tegamino in un afoso mezzodì romano, senza bisogno di un prete o di una badante, è più di una risposta minimalista alla presunta tragedia della decadenza. E’ semplicemente scoraggiante Dino Risi, classe 1916, milanese di nascita e romano di adozione. Non ha ancora l’età delle palpebre pesanti, delle ginocchia tremanti e delle notti insonni, nonostante sincopi e collassi sparsi. E non si annoia nell’appartamento del residence dove vive da più di trent’anni. Riceve gente, belle donne possibilmente, i figli, amici, quei pochi che restano. Il caso vuole che lo troviamo, Dino Risi, assorto sul titolo di un quotidiano «Anche un sorpasso può essere un peccato». Da manuale. Qualche volta il nostro è un mondo perfetto. Lui ci scherza su: «La Chiesa non sa più cosa inventarsi per acchiappare nuovi clienti. Mi sa che mi devo costituire, ho promosso un’azione delittuosa».

Solo come regista o anche come autore di sorpassi audaci?
«Sono un pessimo guidatore, pericoloso per me e per il prossimo. Anche Gassman guidava malissimo. Spericolato, distratto, voleva fare il mattatore pure al volante».

Mario Monicelli non ci vede quasi più, eppure continua a lavorare.
«E’ di un anno più vecchio di me, ma è una roccia, non ha paura di niente. Va dappertutto, dalla Cina al deserto. Una volta mi fa : “Non farmi lo scherzo di morire dopo me”. L’ho tranquillizzato. Io non vedo l’ora di andarmene».

Vive in un residence per sentirsi provvisorio?
«Ero venuto per starci una settimana e ci vivo da 35 anni. Mi piace isolarmi. Da piccolo volevo fare il guardiano del faro. Questo è come un faro, guardo dalla finestra il mondo o l’assenza di mondo».

Il passato, Claudia.
«Mia moglie. Le dissi un giorno: non ci prendiamo più di tanto, meglio lasciarci. Mi rispose: ti faccio le valigie».

Il presente, Leontine.
«Il mio grande amore. E’ la mamma di Nathalie Caldonazzo, era la regina di Giannutri, sposata con un truffatore. Non viviamo insieme per scelta, sarebbe già una storia finita».

La pace dei sensi?
«Una balla. I sensi si sviluppano invecchiando, si torna come i bambini di tre anni, il massimo della pulsione sessuale secondo Freud. Le donne sono sempre state un’ossessione per me».

Le ha contate come Don Giovanni e John Holmes?
«Da giovane frequentavo i casini e le donne di vita non si contano».

George Simenon le contava le donne di vita.
«Più di ventimila. Quando finiva un romanzo, ne caricava tre in macchina e se le portava nella sua casa in collina».

Ha rischiato da giovane di fare lo psichiatra.
«Sei mesi al manicomio di Voghera, prima di Basaglia. Una fossa dei serpenti. Sono scappato. Ma la pazzia è interessante quando non devi curarla, è una sorprendente lettura delle cose».

Le piacciono gli italiani?
«Mi piace la gente comune. Mi piacciono i falliti. Io sono un fallito. Nanni Loy mi diceva: “Tu sei un fallito riuscito, io un fallito e basta”».

Civetterie.
«Non so fare niente. Il cinema mi ha salvato, il successo immeritato, le donne. Non so nemmeno girare bene, mio figlio Marco, lui sì gira bene. Non oso dirlo nemmeno a me stesso ma mi considero un cretino».

Cineasta per vocazione?
«No, per caso. Incontro Lattuada che fa l’aiuto a Mario Soldati. Serviva un assistente, “vieni tu”, mi fa. Mi ritrovai nel set di “Piccolo mondo antico”».

Protagonista Alida Valli.
«Me ne innamorai subito, ricambiato. Uno spiantato senza arte né parte come me, erano tutti incazzati a partire da Mario Soldati che era pazzo di Alida. Una sera mentre stavamo in intimità ad ascoltare Frank Sinatra vediamo uscire del fumo da un tappeto arrotolato. Era Soldati che si era nascosto nel tappeto per spiarci. “Non capisco come sono finito qua dentro”, urlò. Soldati non parlava, urlava».

Come andò con Alida?
«La presentai a mia madre a Milano, poi l’accompagnai al treno. “Ti chiamo domani”, mi disse. L’ho rivista dopo trent’anni».

Si è definito un malinconico a cui piace ridere.
«Mi sono divertito molto. Ma sono un crepuscolare che aspira al batticuore quando sale le scale dell’amata».

Ha amato anche le sue attrici?
«Le attrici mi annoiano, sempre al trucco, sempre troppo concentrate su se stesse. Ebbi una storia con Anita Ekberg all’apice della sua bellezza. M’inventai un film per conoscerla. Si chiamava “Porte chiuse”. Un fiasco. Rizzoli mi disse: ma con tutti i film di successo proprio con me dovevi fare una robaccia del genere?».

Da dove si comincia con una come la Ekberg tra le braccia?
«Impresa faticosissima. Era come realizzare un sogno da bambino. Alla Ekberg piaceva molto fare sesso e bere. L’ho risentita un anno e mezzo fa, mi chiese una copia del libro, “I miei mostri”, in cui parlavo anche di lei. Mi spedì un biglietto: “Tu piccolo uomo, grande stronzo”».

Tutte le altre che ha diretto?
«Monica Bellucci è la nuova Silvana Mangano. Ornella Muti aveva questi occhi penetranti. La Loren era solare, allegra, molto nature ma anche molto professionale e poi ricordo Catherine Deneuve. Mi spedì una lettera d’insulti. M’accusava d’averla trascurata. Era vero, non mi occupavo molto delle attrici sul set».

Più interessanti gli attori?
«Con Gassman e altri facevamo la classifica degli attori cani. Presidente dei cani era Gregory Peck. Laurence Olivier era il re dei cani inglesi. Anche Vittorio era un po’ cane, glielo dicevo per scherzo ma non troppo. Così impostato, stentoreo. Imparò molto da Ugo Tognazzi, che era un grande attore naturale».

Alberto Sordi e Nino Manfredi.
«Grandissimo Sordi. Manfredi era noiosissimo, mi bussava alle tre di notte per correggere una frase del copione. Lo chiamavo l’orologiaio. Ma il più grande di tutti era Vittorio De Sica».

Il Dino Risi più grande di sempre?
«Forse quello di “Una vita difficile”, ma il merito è tutto di Sordi, fu la sua più grande interpretazione. “Profumo di donna” ebbe due nomination all’Oscar, lo rifece Al Pacino, ma Gassman in quel ruolo era più bravo di Pacino».

Li vede i film di suo figlio Marco?
«Quello su Maradona mi è piaciuto molto, ma il mio preferito è “L’ultimo capodanno” che non ha fatto una lira. Anche l’altro figlio, Claudio, ci sa fare con la macchina da presa, ma lui ha difficoltà a socializzare. Nel cinema si deve essere un po’ mascalzoni e ruffiani».

I francesi stravedono per Dino Risi.
«I francesi amano la nostra semplicità, salvo poi caricarla di significati astrusi».

La vita mancata.
«Avrei voluto fare il matematico o suonare a orecchio Chopin. Mio padre voleva fare di me un violinista alla Scala. Per fortuna morì e io mi liberai del violino».

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