Carlos Ruiz Zafon: ‘Il Principe della Nebbia’

Articolo di Maurizio Grimaldi
Fonte: www.napoli.com

C’era una volta… la favola

“A volte, ma una volta su un milione, succede che qualcuno, molto giovane, capisce che la vita è una strada senza ritorno e decide che questo gioco non fa per lui. E’ come quando decidi di barare in un gioco che non ti piace. La maggior parte delle volte ti scoprono e il trucco finisce. Però altre volte il truffatore ce la fa. E quando invece di giocare con i dadi o con le carte si gioca con la vita e con la morte, quel truffatore diventa una persona molto pericolosa.
Moltissimo tempo fa, quando io avevo la vostra età, la vita mise sulla mia strada uno dei più grandi truffatori di questa terra. Non sono mai riuscito a conoscere il suo vero nome. Nel povero quartiere dove vivevo, tutti i ragazzi della strada lo conoscevano come Cain. Altri lo chiamavano Il Principe della Nebbia perché, stando alle chiacchiere, sbucava sempre da una densa nebbia che ricopriva i vicoli notturni per scomparire di nuovo nelle tenebre prima dell’alba.”

Ricordate quando da piccoli nostro padre o nostra madre, o magari il nonno, in una delle sue frequenti visite che avevano lo scopo annunciato (e così esaltante per noi) di viziarci con dolci e regali… Ricordate, dicevo, quando una di queste figure a noi così care riusciva a rapire la nostra attenzione labile, di fanciulli fin troppo vivaci, con storie fantastiche di magici tempi lontani in cui il bene e il male erano due strade distinte, nettamente, separate alla nascita dell’universo per mai più incontrarsi, se non attraverso uno scontro eterno: e questi scontri ci incuriosivano, ci facevano parteggiare per i protagonisti, sussultare nei momenti più intensi ed infine rasserenare dopo il “e vissero felici e contenti…”

Poi, col passare degli anni, la realtà incombe su di noi e la magia, in un battito d’ali, vola via dai nostri sogni. Eppure essa non svanisce mai del tutto: si annida nei luoghi più reconditi del nostro cervello, per poi esplodere in tutta la sua immaginazione solo in rare e particolari occasioni; ad esempio quando ci si ritrova con amici a riscaldarsi attorno ad un fuoco, che sia quello natalizio di un camino o quello estivo di un falò. Quanti racconti del terrore hanno partorito serate del genere: leggende metropolitane a cui nessuno crede e che ciononostante stimolano in noi sciocche quanto inevitabili paure irrazionali; quella paura, per intenderci, che ci spinge ad affrettare il passo quando, camminando verso casa, attraversiamo vie buie e silenziose.

Carlos Ruiz Zafon, affermato scrittore catalano, fonde queste due anime del racconto fantastico (quella magica e quella dark), ottenendo un eccellente risultato letterario: “Il Principe della Nebbia” narra la vicenda di un ragazzino, il tredicenne Max Carver, che, nell’estate del ’43, vive un’esperienza incredibile che segnerà indelebilmente il suo futuro.

La famiglia Carver si è appena trasferita in un paesino di villeggiatura, sul mare, per tentare di sfuggire alla Guerra. I coniugi Maximilian e Andrea Carver appaiono subito entusiasti della nuova sistemazione, così come la figlia più piccola e solare, Irina. Al contrario Max avverte immediatamente una sensazione di disagio, fin dall’istante in cui scendendo dal treno nota che l’orologio della stazione procede al contrario, in senso antiorario. Ma quello è solo il primo di numerosi eventi inquietanti: la casa nuova cela un passato di morte e mistero, e il giardino dietro l’abitazione ospita una raccapricciante configurazione di strane statue raffiguranti circensi. Toccherà proprio a Max, col supporto della sorella maggiore Alicia e del nuovo amico Roland, il compito sgradito di svelare l’enigma, magari con l’aiuto del guardiano del faro (il nonno di Roland), un vecchietto schivo che pare nascondere più verità di quante sia disposto a rivelarne a dei curiosi e sprovveduti adolescenti.

Zafon, nato a Barcellona nel 1964 (oggi vive a Los Angeles, dove lavora come sceneggiatore; e collabora con alcune riviste e quotidiani spagnoli, come “El Pais”), in questo testo riafferma la tradizionale indeterminatezza visiva del male che, durante la storia, si mostra attraverso stereotipi del terrore quali un misterioso mago, un pagliaccio dal sorriso demoniaco, un serpente marino dalle forme indefinite, un mero simbolo di stregoneria (una stella a sei punte iscritta in un cerchio d’oro), o addirittura semplicemente un’ombra, un sussurro, un brivido nel buio. E a contrastarlo, più che dei singoli personaggi, saranno dei sentimenti forti, veri: l’amore fraterno, l’amicizia, il primo amore (quello che ti apre il cuore)… sentimenti che riescono ad emozionare il lettore, spingendolo a sbranare le pagine del libro per scoprire come va a finire la storia, proprio come in una di quelle serate attorno al fuoco…

0
Connessione
Attendere...
Messaggio

Il guardiano non è online al momento: lascia un messaggio.

* Nome
* Messaggio
Login now

Need more help? Save time by starting your support request online.

Your name
Describe your issue
Chat online
Feedback

Help us help you better! Feel free to leave us any additional feedback.

How do you rate our support?