L’ultimo guardiano del faro “Il mio lavoro è in estinzione”

Articolo di Chiara Maraviglia
Fonte: www.primonumero.it

Donato Colaci, 52 anni, custode della torre luminosa di Termoli e dei fari delle Isole Tremiti dal 1979, racconta la sua vita e la storia dei segnali luminosi partiti dal Borgo Antico. Dall’inaugurazione nel 1960 fino alle situazioni più rischiose e ai ricordi d’infanzia. “Prima di me c’era mio padre, ma i miei figli non seguiranno le mie orme perchè ormai è tutto automatizzato”.

Lo chiamano “l’uomo del faro”, anche se all’anagrafe lui è Donato Colaci, 52 anni di Termoli. Ma l’uomo del faro lo è davvero: ha a che fare con la torre luminosa del Borgo antico dal lontano 1960, e abita nell’appartamento attiguo di proprietà della marina militare.
Il padre, Antonio, è stato il primo custode della postazione alta 18 metri che svetta dal promontorio del centro storico, la ‘stella polare’ delle imbarcazioni. Il faro è automatizzato dal 1979, e Donato Colaci ha vissuto proprio il passaggio dalla manualità alla meccanizzazione. Si occupa della manutenzione non solo del faro di Termoli ma anche degli altri quattro fari delle vicine Isole Tremiti. Qui racconta la storia e i segreti di uno dei simboli della vita marinara, e i dettagli di un lavoro ormai in estinzione.

Partiamo dall’inizio: quando è stato costruito il faro di Termoli?
«Era il 1960, ed è entrato in funzione l’anno seguente. I pezzi singoli arrivavano da La Spezia, ed erano stati consegnati dal Genio civile per assemblarli. La gestione venne affidata a mio padre Antonio, ex ufficiale di marina. Dopo la guerra entrò nel servizio fari tramite un concorso a La Spezia, dove ancora oggi è attivo l’ufficio tecnico».

Cosa ricorda del giorno dell’inaugurazione?

«Ero bambino. Vivevamo in una casa nelle vicinanze. Fu una cerimonia in grande stile, alla presenza del capo di divisione, del contrammiraglio e del comandante della zona fari, che arrivarono da Venezia».

All’epoca il faro come funzionava?
«Fino a un po’ più di 20 anni fa era manuale. Il custode, in questo caso mio padre, doveva accenderlo al tramonto e spegnerlo all’alba. Durante la giornata faceva le segnalazioni e si occupava della manutenzione».

E poi cosa è cambiato?
«Io sono entrato in servizio nel 1979, l’anno delle sperimentazioni dal vecchio sistema di funzionamento al nuovo. E’ stata introdotta l’automatizzazione. L’accensione e lo spegnimento avvengono tramite fotocellule a intensità luminosa. Ma la manutenzione è rimasta».

Quali sono le caratteristiche del faro di Termoli?
«E’ alto 18 metri, e sorge a 30 metri sopra il livello del mare. Con il massimo di visibilità, la luce può essere avvistata a 15 miglia di distanza, che all’incirca corrispondono a 28 chilometri. E’ a ottica fissa. La luce è intermittente. Si compone di una lanterna e di una sorgente luminosa con una lampada da 1000 watt e un lampeggiatore elettronico».

Quando ci sono dei guasti lei si arrampica e ripara il faro?
«Si, per esempio almeno una volta l’anno capita che qualche fulmine si abbatta sulla torre. E poi ci sono i controlli di routine, ogni settimana, non solo a Termoli, ma anche nelle 4 postazioni delle Isole Tremiti, per verificare l’efficienza degli apparati. A fine estate poi, si parte per la campagna fari, per un giro di ispezione. Una volta all’anno si cambiano anche le batterie».

Come fa a sapere che c’è un’emergenza se non è sul posto?
«Generalmente mi avvisano la Capitaneria o i Carabinieri, o il pescatore di passaggio. Avevamo un impianto di telemonitoraggio che presto sarà sostituito da un telefonino con un segnale satellitare che indica un’avaria generica. Io mi sposto in continuazione tra Termoli e le Isole Tremiti».

Ha mai vissuto situazioni di particolare pericolo?
«Ci sono stati casi di grave rischio, che non ho vissuto direttamente. A San Domino per esempio, quando io ancora non prendevo servizio, tra l’84 e l’85, il faro venne distrutto da un attentato. Qualcuno stava confezionando una bomba al suo interno, e gli esplose in mano. Durante la guerra del Golfo siamo stati in allerta».

Ma il faro è ancora utile per la navigazione?
«C’è chi dice che non serve a niente, ma non è così. E lo ribadisco per esperienza personale: dopo la leva militare, ho comprato una barca e ho fatto la vita da pescatore. Quando il mare è in tempesta, vedere una luce in lontananza, tra le onde, è molto rassicurante, anche se oggi ormai i natanti hanno tutte le strumentazioni elettroniche».

Quali sono i lati positivi del suo mestiere?
«E’ un lavoro che consente di avere molta libertà, e al tempo stesso è bello sentirsi responsabili di una cosa grande. Essere reggente di cinque fari non è da poco».

E quelli negativi?
«C’è molta solitudine e si è costretti a vivere in condizioni disagiate. Ho fatto la gavetta in realtà molto difficili: dopo il concorso a La Spezia e una preparazione di 4 mesi, ho lavorato per metà anno a Punta della Maestra, in provincia di Rovigo, alle foci del Po. Il faro lì è alto 50 metri ed è circondato dall’acqua. Per arrivare al primo centro abitato da nemmeno 400 anime bisognava risalire 3 chilometri del fiume con la barca. Anche per esempio a Vieste il faro si trova sull’isola di Sant’Eufemia. E lì ero con tutta la mia famiglia. Con i temporali era molto insidioso raggiungere la terraferma».

Lei ha seguito le orme di suo padre. E i suoi figli?
«Avrebbero voluto fare lo stesso, ma non ci sono più concorsi. Non c’è più bisogno di assunzioni, perché è ormai tutto automatico».

Quindi lei potrebbe essere l’ultimo guardiano del faro in Molise?
«Si. Faccio parte di una razza in estinzione. Basti pensare che fino ad alcuni anni fa eravamo in sei a gestire i 5 fari. Poi sono rimasto solo».

Senta, un’ultima curiosità, com’è la vista da lassù?
«Discreta. Una panoramica della città e del mare…Ma ci sono fari dai quali sembra di vedere il mondo intero…».

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