Il faro di Capo Spartivento

Articolo di Bruno Gemelli

Alla ventiduesima giornata di navigazione A.L. Recchi scrive sul diario di bordo: “24 maggio 1999, ore 12,45. Stiamo navigando da ieri pomeriggio, abbiamo lasciato Taranto in direzione Stretto di Messina. Si vede Capo Spartivento, punta estrema della Calabria, lontano all’orizzonte. Come il bar dello Sport e l’hotel Miramonti Capo Spartivento non è un nome originale. Esiste un Capo Spartivento in Puglia, uno in Calabria, uno in Sardegna e chissà quanti altri sparsi per l’Italia”.
Originale no ma speciale si, e per tanti motivi. Innanzi tutto la leggenda: Capo Spartivento anticamente si chiamava Heracleum Promontorium, un nome che rimanda al mito di Ercole che si riposò su quel poggio dalle sue fatiche, quindi punto finale, della penisola italiana, che fu percorso dai navigatori greci, cartaginesi e romani e che oggi rimane un crocevia importante nel centro del Mediterraneo. Capo Spartivento cuore della Bovesìa, l’area grecanica dove un minoranza parla ancora il greco antico nei borghi che risalgono i primi contrafforti dell’Aspromonte. Capo Spartivento luogo anche della memoria per il soggiorno di Cesare Pavese che, nella residenza di Brancaleone (ad un tiro di schioppo) durante il confino fascista, elaborò alcune delle opere più belle della sua produzione. Dunque, un sito di una bellezza ancora incontaminata dove è possibile vedere le lucciole che, come scrisse Pier Paolo Pasolini il 1 febbraio del 1975 in un memorabile articolo sul Corriere della Sera, “questa civiltà ha fatto scomparire”.
Si raggiunge Capo Spartivento da Locri percorrendo la statale 106 oppure da Reggio Calabria risalendo il 38 Parallelo. Nel punto di svolta che divide la Locride e dal comprensorio di Melito Porto Salvo e dove si incomincia ad intravedere l’Etna, sorge il promontorio di Capo Spartivento, un cuneo che si protende verso il mare tra Galati e Spropoli, rispettivamente frazioni dei comuni di Brancaleone e Palizzi. Subito dopo il ponte sul torrente Aranghìa c’è una rampa che conduce al faro; due targhe avvertono: “Zona Militare – Accesso Vietato”. Il paesaggio è quello classico della macchia mediterranea con tonalità di colori tutti particolari. Questa lingua di terra ha il profumo intenso e raro, nel periodo della fioritura, del bergamotto e del gelsomino; ma, d’estate, è tempo di cicale e fichi d’india che scendono a strapiombo sul mare scavalcando la strada e la ferrovia. Il complesso del faro è un insieme di piccoli locali su cui poggia la grande cupola di vetro del faro il cui punto focale è posto a 64,50 metri dal livello del mare. E’ preferibile scendere dalla macchina in punta di piedi perché l’impatto è da thrilling : un silenzio surreale avvolge i muri imbiancati della struttura. C’è una porta con una targa della “Marina Militare ” e una piccola lapide che chiude: “…acceso la prima volta 10 settembre 1867”. 134 anni, perbacco!
Guai a dire guardiano del faro. “Farista prego, guardiano del faro è un termine che non usiamo nel nostro lavoro”, dice l’addetto. Ecco la prima sorpresa, solo gli scrittori dei romanzi d’appendice usano questa locuzione. La vita del farista è eremitica, il piccolo fortino richiama il “Deserto dei tartari” di Buzzati; oppure: un spazio che, se non fosse per la grande lanterna, avrebbe le sembianze di una casetta colonica: i fili per appendere i panni, un grazioso pozzo color fragola con il coperchio blu e qualche arnese sparso qua e là. Seconda sorpresa: qui non ci sono turni e turnover, il farista lavora 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno. Una sorta di eremo preso con filosofia. Diceva Henry David Thoreau: “Non ho mai trovato il compagno che mi facesse così buona compagnia come la solitudine”. Sono di poche parole questi operatori che una nuova disposizione di legge tenderebbe a sostituirli con le apparecchiature elettroniche. Qualche spiegazione è necessaria e riguarda la lapide dove c’è scritto: “Latitudine boreale 37° 53′ 18” “. Si tratta di un dato riferito al meridiano di Parigi, dal 1884 esiste invece il parametro del meridiano fondamentale di Greenvich (Londra) e quindi oggi la posizione è: latitudine 37° 55′ 5”, longitudine 16° 02′ 7”, rispetto a quando si calcolava con carta e matita c’è lo scostamento di appena un grado. Il faro, che un tempo fu anche radiofaro (linguaggio Morse), ha un sistema elettrico di lampada alogena a 110 volt di tipo americano e una riserva a batteria. In oltre cento anno si è passati dalla combustione all’olio d’oliva alla nafta (1935) sino all’odierna elettricità. La lampada fa il giro completo (perché alle spalle non disturba il territorio) a 360 gradi gettando il suo fascio di luce per 32 miglia marine, pari a circa 60 chilometri. Il giro dura 32 secondi emanando ogni 8 secondi lampi di luce. Il faro, che si accende mezz’ora prima del tramonto e si spenge mezz’ora dopo il sorgere dell’alba, in pratica prende le navi da Punta Stilo e li accompagna al prossimo faro di Capo d’Armi e viceversa.
Quante navi si vedono passare al giorno? Difficile contarle, anche se alcune si riesce a riconoscerle. Per esempio ogni martedì passa un mercantile che ha impresso sul fianco il Leone di San Marco, nelle giornate di bonaccia, allenando l’orecchio, si riesce a riconoscere quella nave dal rumore. La visita passa dall’esterno all’interno: tutto ordinato e lindo l’ambiente che richiama i motivi marinareschi. Qui la vita scorre lentamente, il tempo va impiegato con un giusto dosaggio di forze giacché i compiti da assolvere sono come il faro, a 360°. La manutenzione è totale: le tendine del faro da lavare e stirare, le pareti e gli infissi da pitturare, i vetri da pulire, i registri da compilare e poi accendere e spengere, spengere e accendere. Tutti i giorni, Natale e Pasqua compresi.
Alle spalle del faro, più in alto sulla collina a un centinaio di metri, forse sarà riaperta la vecchia caserma che l’Aeronautica militare chiuse nel 1975. Probabilmente sorgerà un radar con compiti di controllo con annesso servizio meteorologico. Nei mesi passati è venuto pure un generale ad ispezionare la postazione. Per Capo Spartivento forse si apre una muova stagione, potrebbe nascere il turismo da faro. Oppure no. Qualche scolaresca già viene ogni tanto, ma troppa gente potrebbe rompere l’incantesimo di questo luogo magico.

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