La signora che domina Genova

Articolo e foto di Annamaria “Lilla” Mariotti
Fonte: Notiziario della Guardia Costiera

Storia di uno dei più famosi fari del mondo: la Lanterna

All’autrice è stata conferito, nel corso del recente Salone nautico di Genova, il premio “Navigare Informati” per il suo lavoro di divulgazione nel raccontare il mare. Ha, fra l’altro, pubblicato libri sulle tonnare e sui fari.

Il Medioevo è stato definito l’epoca dei secoli bui, ma è proprio in questo periodo che si trovano alcune tra le più belle costruzioni fatte dall’uomo. Grandi palazzi dall’aria severa e chiese il cui stile è un misto tra il romanico, oramai affermato, ed il nuovo stile gotico vengono erette ovunque ed a Genova se ne trova un bellissimo esempio nella Cattedrale di San Lorenzo, consacrata nel 111 8. Ma in questo stesso periodo storico sorgono anche altri monumenti lungo le coste, i primi fari, ed è proprio a Genova che inizia a prendere forma quello che poi diventerà il faro più “civettuolo”e più “cittadino”di tutti, quello che nei secoli perderà la sua denominazione di faro per essere chiamato semplicemente “la Lanterna” e diventerà il simbolo stesso della città.
In questo primo millennio, la navigazione aveva già avuto un grande sviluppo e Genova era un centro commerciale molto importante. Dal 950 è un comune autonomo, è una delle quattro Repubbliche Marinare, dal 1200 si alternano al potere i podestà, rappresentati dalle due potenti famiglie ghibelline, i Doria e gli Spinola a cui poi seguirono i Dogi, e anche il suo porto era già troppo frequentato per non essere provvisto di un qualsiasi segnale che facilitasse l’avvicinamento dei vascelli che arrivavano da tutto il mondo conosciuto, carichi delle loro preziose ed esotiche mercanzie. Ci voleva una luce che nella notte potesse guidare queste navi all’ingresso del porto.
Le origini della Lanterna sono molto incerte e avvolte nella leggenda. Alcune fonti fanno risalire la costruzione della prima torre al 1128, ma pare quasi certo che intorno al 1129, in una località chiamata Capo di Faro, alla base del colle di S. Benigno, dal nome di un convento che vi si trovava, verso il ponente genovese, sia stata eretta una torre, la cui cura, con un decreto, detto “delle prestazioni”, venne affidata agli abitanti della zona circostante “Habent facere guardiam ad turrem capiti fari”, questo il loro compito insieme a quello di rifornire costantemente la torre con fasci di “brugo” (erica secca) e “brisca” (ginestra secca) che servivano per alimentare il fuoco sulla torre. Questo combustibile era facilmente reperibile su tutte le alture che circondano la città, ma doveva essere un compito arduo raccogliere e trasportare grandi quantità di sterpi, forse l’incarico era svolto da schiavi o prigionieri. Tuttavia, per rendere più facile l’avvicinamento a Genova, si continuavano a tenere accesi anche dei fuochi sulle alture intorno alla città, anch’essi alimentati con erica ginestra.
Dai registri della locale autorità marittima dell’XII secolo risulta che niente veniva tralasciato per la cura e la manutenzione della torre e nel 1161 un decreto obbligava ogni nave in arrivo a pagare una tassa di approdo per contribuire alle spese di accensione del fuoco. Non doveva essere un’impresa facile alimentare ogni notte quella torre, che oggi non possiamo immaginare come fosse, né come gli uomini potessero accedere alla sua sommità, forse con delle scale di legno poste al suo interno, come risulta anche dalle cronache posteriori, oppure tramite una “coffa” o cesta, sicuramente di ferro, che veniva riempita con il combustibile e poi sollevata fino alla cima, ma dobbiamo affidarci all’immaginazione perché la prima immagine della lanterna si trova riprodotta a penna sulla copertina di un manuale del “Salvatori del Porto”, risalente al 1371. Questa corporazione, che gestì il porto a partire dal 1290 e che nel 1340 divenne anche i custode del faro, aveva provveduto a far dipingere sulla facciata Nord della torre inferiore lo stemma di Genova, una croce rossa in campo bianco, opera del pittore Evangelista di Milano. Questo stemma si deve essere perso nel tempo perché quello che vediamo oggi risulta progettato e dipinto dall’architetto Pettondi nel 1785 e restaurato, nel corso di lavori alla torre, nel 1991. In quel semplice disegno tratto a mano da un ignoto, la Lanterna appare formata da tre tronchi ornati da merli, quello inferiore piuttosto largo ed i due superiori, più stretti e sovrapposti, con solo due aperture nelle parti alte. Nello stesso manuale si trovano anche registrate le spese sostenute per l’illuminazione del faro e le nomine dei guardiani.
Nel frattempo però la torre aveva già affrontato molte traversie. La Lanterna poteva essere definita un faro “ghibellino” per la caratteristica forma dei suoi merli a coda di rondine, diversi da quelli “guelfi”, a profilo perpendicolare. A Genova le due fazioni sono state in lotta per parecchi anni e questa guerra civile rischiava di indebolire la sua potenza. Nel 1318, in particolare, questi contrasti si intrecciarono con la storia della Lanterna. I Guelfi si erano chiusi nella torre, assediati dalla fazione opposta che li bombardava con pesanti massi e pietre usando una rudimentale catapulta, I Guelfi riuscivano a resistere grazie ai rifornimenti che ricevevano da una galea ancorata nel porto, tramite una specie di teleferica che dal faro arrivava all’albero maestro della nave, I Ghibellini, visto l’inutilità dell’assedio, cominciarono a scavare le fondamenta della torre, rischiando di farla crollare, ma riuscirono solo a stanare i loro nemici per i quali non ebbero nessuna pietà. Le fondamenta del faro rimasero danneggiate e furono consolidate solo nel 1321.
Naturalmente nei secoli seguenti la Lanterna ha subito altri cambiamenti, non era ancora quella che noi vediamo oggi. E del 1326, come ci dice lo storico Giustiniani, l’installazione sulla cima della torre della prima lanterna, chiusa da vetri ed alimentata con olio d’oliva. Il vetro non era ancora perfezionato, il primo vetro, entrato in uso proprio nel Medio Evo, era spesso e poroso e si anneriva facilmente per via della fuliggine, così il combustibile veniva variato, a seconda delle condizioni atmosferiche, proprio per ovviare a questo inconveniente. Nel 1400 la Lanterna venne usata anche come prigione. Per diversi anni (alcune fonti dicono 5, altre 10) vi furono rinchiusi gli ostaggi del re di Cipro, Jacopo Lusignani con la moglie Eloisa, che in una piccola stanzetta diede alla luce il figlio Giano. Questi personaggi furono più tardi liberati dal Doge Leonardo Montaldo, ma viene da pensare come può essere cresciuto quel bambino, sospeso tra mare e cielo, cullato dalla musica delle onde e terrorizzato dall’infuriare delle tempeste che squassavano il faro, tra quelle mura umide e fredde. Tra storia e leggenda la Lanterna continua a sfidare il tempo. Si sa che nel 1405 i guardiani del faro erano sacerdoti e che per questo sulla sua sommità vennero innalzati un pesce ed una croce, simboli cristiani; nel 1413 un decreto dei “Consoli del Mare” stanziò “36 lire genovine” per la gestione del faro, ormai considerato indispensabile per il porto di una Genova marinara, includendo anche le paghe dei guardiani e stabilendo le multe per quelli che non avessero portato a termine il loro compito con diligenza.
La Lanterna si trova, e si trovava, in una posizione molto esposta, arrivando dal mare la si vede svettare su1 porto, e si può immaginare com’era quando si trovava a picco su una roccia. Durante le tempeste veniva spesso colpita dal fulmine ed esistono registrazioni di questi avvenimenti e dei danni subiti dalla torre e dagli uomini che vi si trovavano. La Lanterna fu colpita dalle saette nel 1596 e nel 1602, con danni alla sommità ed il ferimento di alcuni uomini. Siccome non esisteva nessun tipo di prevenzione per questi eventi naturali l’unico rimedio che trovarono fu quello di murare su ciascun lato della torre della targhe di marmo con incise delle preghiere. Ma altri fulmini caddero nel 1675 e nel 1778, finché, poco dopo, grazie alla recente invenzione di Benjamin Franklin, e all’intermediazione di Padre Glicerio Sanxais, un fisico dell’Università di Genova, sulla cima della torre fu installato un parafulmine.
Alcune delle storie che circondano la Lanterna raccontano che nel 1449 uno dei guardiani del faro era Antonio Colombo, zio paterno del più celebre Cristoforo che per un incarico di due mesi ottenne una paga di “21 lire genovine”. Un’altra truce leggenda narra che nel 1543, quando la Lanterna raggiunse la sua forma definitiva, l’architetto che l’aveva progettata fu gettato dalla cima della torre per ordine del Doge perché non potesse mai più eguagliare una simile costruzione.
I malpensanti sostengono che forse l’ordine era stato dato per non pagare la parcella. Tuttavia il nome del suo costruttore rimane un mistero, c’è chi dice che fu Francesco da Gundria, altri fanno il nome di Gio Maria Olgiati. Chissà quale dei due fece il famoso volo dall’alto del faro?
E facile raccontare la storia della Lanterna perché le sue “avventure” sono state registrate dalle varie Autorità marittime che si sono succedute nei secoli: i “Consoli del Mare”, i “Salvatori del Porto”, i “Padri del Comune e Salvatori del Porto” ed i “Conservatori del Mare“.
Bisogna però arrivare al 1500 perché la Lanterna raggiunga la sua forma definitiva, e questo avvenne in seguito a tragici avvenimenti. Sembra che la storia di questo faro sia legata indissolubilmente a fatti di guerra, a cospirazioni e lotte intestine. Il 26 agosto 1502 Luigi XII, Re di Francia, arrivò a Genova, chiamato dalle famiglie patrizie genovesi. All’inizio fu accolto con grandi festeggiamenti, ma in seguito il popolo si ribellò e Luigi XII, che da ospite era diventato occupante, fece costruire ai piedi della torre il forte “Briglia”, così chiamato perché l’onere e la fatica della costruzione toccò tutto ai Genovesi e furono proprio questi, capitanati da Andrea Doria, che, per liberare la città dai francesi, la assalirono dal mare nel 1512 e con una cannonata tranciarono a metà la torre, che rimase monca per trent’anni, lasciando Genova priva del suo faro. Su questo troncone nel 1 543 fu edificato il nuovo faro, come Io conosciamo oggi, su commissione del Doge Andrea Centurione e finanziato dal Banco di San Giorgio. Furono impiegati molti materiali, come riportato dagli storici:
120.000 mattoni, 2.600 palmi di pietra lavorata a scalpello, 160 metri quadrati di pietre provenienti dalla cava di Carignano. Comunque in questa fase la primitiva merlatura ghibellina venne sostituita con un muro in pietra ed all’interno è stata costruita una scala in pietra per sostituire quelle precedenti in legno che potevano essere rimosse in caso di attacco alla torre. Una lapide, ancora visibile all’interno del faro, celebra l’avvenuta costruzione del Faro di Genova.
Dunque, nel 1543 la Lanterna ha finalmente raggiunto la sua forma definitiva e sulla sua sommità viene posta una nuova cupola che subirà diverse modifiche e riparazioni nel corso dei secoli successivi anche per i danni subiti a seguito di eventi bellici. Un portolano manoscritto del XVI secolo riporta: “a miglia 14 da Peggi (Pegli, pochi Km a ponente di Genova), città con buonissimo porto e alla parte di ponente, vi è una lanterna altissima e dà segni a/li vascelli che vengono a piè di detta lanterna”.
A quell’epoca la luce della Lanterna si poteva già vedere da molto lontano, anche se non si trova specificata la portata, perché la sua nuova cupola era stata ricoperta con cristalli nuovi particolarmente lavorati e curati da maestri vetrai liguri, provenienti da Altare o da Masone e alla fine non mancarono anche i vetrai veneziani, chiamati per migliorare ancora la luminosità della Lanterna. I custodi del faro, chiamati “turrexani della torre”, dovevano porre una cura particolare nella manutenzione e nella pulizia di questi cristalli e per compiere bene il loro lavoro ricevevano bacinelle, spugne di mare e panni di cotone; tutto dipendeva da questo perché la luce potesse diffondersi il più lontano possibile. Inoltre i guardiani, per poter eseguire meglio i loro compiti, avevano l’obbligo di vivere all’interno della struttura con le loro famiglie.
Tra il 1711 ed il 1791 vi furono altri interventi sulla torre: vi furono posti tiranti e chiavarde per irrobustire la costruzione, visibili ancora oggi all’interno, e furono consolidate le fondamenta.
Agli inizi del 1800 un ingegnere francese, Augustin Fresnel (1788-1827) aveva messo a punto un’ottica rivoluzionaria destinata ai fari che stavano prendendo campo perché considerati di grande ausilio alla navigazione a vela. Si trattava di speciali lenti diottriche assemblate in modo da far convergere la luce in un punto al centro e fare uscire i raggi luminosi parallelamente all’asse, aumentando così il loro potenziale e spingendoli lontano moltiplicati ed ingranditi.
Queste lenti di Fresnel furono installate nel 1841 nel faro di Genova, che allora funzionava ancora con olio d’oliva, insieme ad un’ottica rotante sospesa in un bagno di mercurio, che funzionava con un congegno ad orologeria che doveva essere caricato a mano ogni 5 ore, cambiando- ne definitivamente la fisionomia e aumentandone la portata a 15 miglia. Più tardi, nel 1881, la Lanterna rischiò di essere declassata perché era stato deciso di costruire un nuovo faro sul promontorio di Portofino, ma, superato questo pericolo, fu invece deciso di potenziarla, e nel 1898 l’olio d’oliva fu sostituito dal gas di acetilene che, a sua volta, fu ancora sostituito nel 1904 da petrolio pressurizzato, e nel 1936 la Lanterna venne finalmente elettrificata. Negli anni successivi nella cupola avvennero altri cambiamenti dovuti all’avanzare della tecnologia: l’antico impianto di rotazione ad orologeria fu sostituito con un impianto di rotazione elettrico e il vecchio apparato rotante a bagno di mercurio fu sostituito con uno nuovo montato su cuscinetti a sfere e vi fu inoltre installato un faro elettrico indipendente di riserva.
La sua storia non finisce qui, la maestosa signora da sette secoli domina il porto e la città dall’alto dei suoi 77 metri (117 sul livello del mare), a Lat. 44° 22′ 15″ Nord – Long. 8° 54′ 20″ Est, ma la sua base non si bagna più nel mare, come nei tempo antichi. Ormai da tempo il porto è stato ampliato, nuovi moli sono stati costruiti ed un moderno aeroporto le fa da sfondo, ma lei è sempre lì, come una gran dama altera e immutabile, e ogni notte lancia sul mare il suo fascio luminoso che può essere visto a 26 miglia di distanza. La sua caratteristica luminosa: luce 0,25 eclisse 4,75 luce 0,25 eclisse 14,75 = 20s di periodo. Oggi è anche radiofaro circolare di atterraggio per la radionavigazione. Se qualcuno vuole avventurarsi a salire i suoi 365 gradini si trova davanti una vista mozzafiato a 360° su Genova, sulla Riviera e sui monti che circondano la città.
C’è chi dice che oggi i fari non sono più necessari perché le navi moderne sono dotate di mezzi e tecnologie di ausilio alla navigazione che rendono superato qualsiasi tipo di segnalazione a vista, ma è bello pensare che anche i marinai di oggi, rientrando nel porto di Genova, sulle più moderne e sofisticate navi da crociera vedendo brillare in lontananza la luce della Lanterna sentano di tornare a casa, come accadeva ai loro antenati.
Oggi il faro è curato da Angelo De Caro, da anni suo custode ed amico. Come gli antichi “turrexani” Angelo sale ogni giorno fino alla cupola usando un piccolo montacarichi che vi è stato installato diversi anni fa e si prende cura delle lenti di Fresnel, tenendo le lucide e brillanti, così come della lampadina da 1000 Watt. Angelo De Caro è rimasto solo sulla Lanterna, ormai completamente automatizzata, ed suo compito principale è solo controllare che tutto funzioni a dovere, ma Angelo è anche un personaggio.
La Lanterna è molto conosciuta, sia per la sua forma piuttosto insolita, sia perché è il simbolo della città di Genova, e Angelo riceve spesso richieste di informazioni sulla “sua” Lanterna, informazioni che lui fornisce di buon grado raccontando di come si senta tutt’uno con lei, di come ne sia geloso ed orgoglioso. Angelo De Caro ha circa 50 anni e fa il farista da più di 20, ha girato tutta l’Italia, ha anche salvato la vita a dei naufraghi quando si trovava al faro di Capo Rossello in Sicilia, e questa sua vita di romitaggio la si sente tutta nel suo parlare, lento, cadenzato che ricorda il rotare della lanterna.
Angelo si definisce un romantico eremita e dice che anche in un faro grande si sente la solitudine, che se uno strano non è, strano diventa, un po’ orso anche, ma Angelo De Caro è un uomo grande, questo lo ha reso lo stare tutto il giorno a contatto con la grande, antica signora, il vivere in simbiosi con lei, il prendersi cura della sua bellezza, fare in modo che la sua luce brilli il più lontano possibile perché chi la vede lampeggiare durante la notte possa dire: “Guarda, la Lanterna!!!”.

L’evoluzione dei fari attraverso i secoli
La storia dei fari ha da sempre affascinato l’immaginario collettivo, sono antichi come il tempo, nascono in epoche lontanissime, e la loro evoluzione va di pari passo con l’evolversi della navigazione. All’inizio sono solo dei semplici falò alimentati con fascine di legna che vengono tenuti accesi durante tutta la notte sulle colline prospicienti zone pericolose per la navigazione o ingressi di rade e porti, poi si evolvono attraverso i secoli fino a diventare quelli che oggi conosciamo.
“Il Faro era allora una torre argentea, nebulosa, con un occhio giallo che si apriva all’improwiso e dolcemente la sera”, così lo vede Virginia Woolf (1882-1941) nel suo romanzo del 1927 “Gita al Faro” (To the lighthouse), ma già Omero (VIII secolo a.C.) nel XIX libro dell’Iliade paragona lo sfavillio dello scudo dell’irato Achille ad uno di quei fuochi che dalle alture rendono sicura la via ai naviganti.
Sono anche entrati a far parte del mito: antichi autori, da Ovidio a Virgilio ci raccontano la storia di Ero, la sacerdotessa di Afrodite e del suo amante segreto, Leandro, che ogni notte attraversa a nuoto l’Ellesponto per raggiungerla, guidato da una fiaccola che lei regge tra le mani per illuminargli la via. Ma una notte il vento spegne la fiamma e Leandro, senza più una guida, si perde tra i flutti, mentre Ero, disperata, lo segue. Ecco l’importanza della luce nella notte, la prima immagine del fuoco che guida nel buio della notte, vitale per chi solca il nero mare, elemento ancora sconosciuto.
Intorno al 1200 a.C. fanno la loro comparsa nel Mediterraneo i Fenici, gli abitanti di una zona costiera oggi divisa tra Libano, la Siria ed Israele, un popolo fino ad allora diviso in tribù, e che raggiunta un’unità nazionale comincia ad espandersi verso il mare portando avanti un proficuo commercio con tutte le altre popolazioni ed arrivando addirittura ad oltrepassare le Colonne d’Ercole, quel limite altre il quale nessuno aveva mai osato avventurarsi, convinti che al di là vortici marini e creature mostruose avrebbero inghiottito navi e uomini. In realtà nessuno conosce il nome di questo misterioso popolo di navigatori, furono i Greci a chiamarli “φoĩvιξ” (phoinikes), cioè “rossi di porpora” dal colore di quelle rosse stoffe, tinte con una strana conchiglia, che commerciavano, insieme ad olio, vino e legno di cedro.
La necessità di aumentare la possibilità di trasportare merci e anche persone comincia a trasformare la navigazione nel Mediterraneo, da diurna e costiera, in notturna, e non bastano le stelle per orientarsi, non sempre sono visibili e le conoscenze scarse, la prime bussole sono strumenti rudimentali, così si accendono i falò e all’ingresso dei primi porti sorgono strane impalcature che sollevano delle coffe o ceste, dentro le quali viene bruciato il combustibile. Per il momento non esiste ancora il concetto del faro, come struttura fissa, come costruzione architettonica.
E solo intorno al 300 a.C. che improvvisamente fanno la loro comparsa i due più famosi fari dell’antichità, il Colosso di Rodi ed il faro di Alessandria, i primi ed unici esempi di fari monumentali, considerati due delle meraviglie del mondo.
Del Colosso di Rodi, sull’omonima isola, non si conosce l’esatta ubicazione, l’iconografia classica lo rappresenta come una figura antropomorfa, il dio Elios che tiene un braciere in una mano, posta a cavallo dell’estremità di un porto circolare, con le navi che passano tra le sue gambe.
Costruito da Cario di Lindos nel 290 a.C. pare su una struttura metallica ricoperta di bronzo, era alto circa 32 metri, ma ebbe vita breve, crollò 80 anni dopo la sua costruzione a causa di un terremoto. Alcune notizie ci vengono fornite da Plinio il Vecchio, che visse molti secoli dopo, ma che può esserne venuto a conoscenza su alcuni dei molti libri letti nel corso della sua vita. Il faro di Alessandria, costruito sull’isolotto di Pharos, che diede il nome a tutti gli altri monumenti simili nei secoli a venire, fu eretto nel 280 a.C. da Sostrato di Cnido, era una costruzione rivestita in marmo bianco, alta 120 metri, e la sua luce poteva essere vista a 30 miglia di distanza. Questo faro ebbe vita lunga, ma travagliata, tormentato dai terremoti crollò definitivamente nel 1302.
Con l’impero romano nascono le prime torri in pietra, con un fuoco acceso sulla sommità, che si espandono non solo nel Mediteranno, ma dovunque arrivasse la conquista Romana. A La Coruña, in Spagna, si trova un faro le cui fondamenta risalgono al 110 secolo d.C., all’epoca dell’imperatore Traiano, Alla caduta dell’impero seguono i secoli bui del Medioevo, anche molte luci sul mare si spengono, e in quel periodo, soprattutto nel Nord Europa, sono i campanili dei monasteri a svolgere questa funzione.
Lungo le coste di un’Italia, divisa tra comuni e signorie, con le quattro grandi Repubbliche Marinare, sorge ancora qualche torre, soprattutto vicino ai porti dove si svolgono i commerci, torri che nei secoli subiranno sostanziali modifiche. L’epoca del Rinascimento e del Barocco vede sorgere grandi fari monumentali, veri e propri castelli in mezzo al mare, come quello di Le Cordouan, all’estuario della Gironda, in Francia, opera dell’architetto Louis de Foix iniziato nel 1584 e terminato nel 1611, e quello di Eddystone, in Inghilterra, costruito su uno scoglio all’ingresso del Canale della Manica nel 1696, distrutto nel 1703 e ricostruito più volte.
Fari bellissimi, ma poco adatti a svolgere il compito per cui erano stati costruiti. Solo a partire dalla fine del 1700 e nel 1800 i fari raggiungono la connotazione da noi oggi conosciuta. Anche la storia dell’illuminazione dei fari è lunga e travagliata, i combustibili cambiano nei secoli, dalle fascine di legna, al carbone, alle candele di spermaceti, quella materia grassa che si trova all’interno del cranio dei capodogli e che hanno la particolarità di non fare fumo, all’olio di balena e di oliva, a seconda delle latitudini, per poi, arrivare, dalla metà del 1 800, ai derivati dal petrolio ed infine all’elettricità.
Molti sono stati i sistemi usati per ampliare la luce e renderla sempre più visibile, mentre lungo le coste si accendevano le luci delle città, molti i nomi di scienziati che hanno messo a punto lanterne sempre più sofisticate, ma è stato Augustine Fresnel (1788-1827) con l’invenzione della sua lente rivoluzionaria, quella che porta il suo nome e ancora oggi viene usata in tutti i fari del mondo, a portare la luce dei fari ad una portata fino ad allora inimmaginabile.

Nelle immagini sono visibili:
1) la Lanterna di Genova
2) ingranaggio ad orologeria utilizzato per la rotazione delle lenti
3) la lanterna come doveva apparire all’epoca della sua costruzione
4) la Lanterna nel 1371
5) il faro di Eddystone da una stampa del 1600
6) la Lanterna verso la fine del 1800 vista da Sanpierdarena
7) gli specchi riflettenti all’interno del faro
8) il faro di Alessandria in un’incisione francesce del 1567
9) Angelo De Caro, guardiano della Lanterna
10) il faro di Le Cordouan
11) la chiesa di San Lorenzo e la Lanterna dall’atlante Pizigano del 1373

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