Vada, il faro

Il fanale risale al 1865

1278. Venne costruito il primo faro di mare, o Fanale, come oggi viene chiamato, doveva essere solo una segnalazione diurna.
1865. A 4,5 miglia (~ 8 km) dalla punta del Tesorino si costruisce su una scogliera riportata il Fanale delle secche con un traliccio metallico e due stanzette ad uso del fanalista.
1922. Entra in servizio l’accensione automatica del faro sulle secche e finisce la vigilanza di due fanalisti con turni di 15 giorni ciascuno.
1959. Il vecchio faro delle secche, a traliccio detto “La gabbia” viene sostituito dall’attuale in cemento, ma è gia automatico dal 1922 come scritto sopra.

3 giugno 1913. Scrive brevemente “Il Telegrafo”: “Il fanalista Roberto Vittori di cinquanta anni, mentre pescava su uno scoglio del fanale, cade battendo la testa. Soccorso dai familiari veniva trasbordato sulla torpediniera 98 S accorsa al comando del capitano Ardisson e trasportato all’ospedale di Livorno ove giungeva cadavere”.
Nel 1922 cessa la turnazione quindicinale del fanalista in uso dal 1865 ed entra in servizio l’accensione automatica del faro sulle secche, con azionamento meccanico sotto la sorveglianza di una torpediniera della Capitaneria di Livorno e di La Spezia per il regolare funzionamento.

Cronache dalle secche di Vada passate alla storia
1114, 6 agosto. Una forte tempesta obbliga la flotta pisana e le galee di Francia e Spagna, dirette verso le Baleari, infestate dai Mori a sostare por alcuni giorni a Vada.
1383. Si ripetono casi di peste proveniente dalle navi in porto e dai materiali sbarcati.
1244. Una burrasca getta sul lido di Vada alcune galee di Federico II imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, figlio di Costanza d’Altavilla, ultima discendente normanna al trono di Sicilia, e di Enrico VI, quindi nipote per parte paterna, dell’Imperatore Federico Barbarossa, insieme a galee pisane. Sempre a Vada, le navi vengono riparate, quindi secondo il Tronci esistevano dei cantieri.
1268. Il giovane Corradino di Svevia salpa dal porto nel vano tentativo di riconquistare il Regno di Napoli.
1271. Si ha notizia che vicino al porto di Vada c’era anche un ospedale ad uso dei marinai che vi approdavano.
1405. Una galea pisana, carica di vettovaglie, si rifugia nel porto di Vada per sfuggire a quattro navi genovesi protetta dal tiro delle bombarde; nella notte viene però raggiunta da un soldato a nuoto e incendiata.
1571, 1 ottobre. Don Giovanni d’Austria, vincitore della battaglia di Lepanto, approda nel porto di Vada atteso da Francesco I de’ Medici e dalla moglie Granduchessa Giovanna d’Austria sulla nave S. Stefano. Don Giovanni sale sulla S. Stefano e poi si sarebbero diretti a Rosignano, ma un cambiamento del tempo obbliga la flotta a riprendere il mare verso la Spagna dove era diretta.
1810. Un distaccamento di truppe di prima linea proveniente da Livorno viene a Vada per proteggere un convoglio di navi rifugiate nel porto.
1878, 27 aprile. Si incaglia sulle secche per una libecciata la nave americana Australia, diretta nelle Indie carica di vettovaglie. Tutto il carico viene a terra e raccolto con barrocci. Liquori, Cognac, vini finirono nelle cantine del paese. Il palombaro Pisani durante il recupero del piroscafo vide sul fondo a circa 10 m. pavimenti di mosaico e di marmo.
1913, 25 febbraio. Parte da Livorno di primo mattino diretto sulla nostra costa a caricare sabbia il veliero da carico “Calabria”, ma viene sospinto dal vento e dalla forza delle onde sulle «secche» di Vada. Qui si spezza l’albero ed il veliero prima si capovolge eppoi affonda. I tre occupanti, il capo-barca Ferruccio Gigli ed i marinai Fernando Banti e Alberto Bartoli riescono tuttavia a raggiungere a nuoto il fanale, aiutati e soccorsi dalla famiglia Vittori, che si occupa del funzionamento del faro.
1913, 3 maggio. Altro naufragio sulle secche. Vi è coinvolta una paranza, rimasta priva delle vele. Si trovano a bordo Francesco Savarese, Bruno Faccini, Renato Borella ed un bimbo di undici anni. Da Caletta, però, si assiste all’evento. Partono in quattro e precisamente Ernesto Simoncini, Gino Scatena, Duilio Franceschi e Renato Borella, a bordo di un «gozzo». Dopo sforzi sovrumani i soccorritori riescono nel loro intento. Raggiungono infatti la paranza alla deriva, che sta ormai per inabissarsi, e portano in salvo l’intero equipaggio.

Caratteristiche dichiarate dalla Marina Militare
Faro: sorgente di luce situata lungo la costa in posizione elevata in modo da permetterne un avvistamento notturno da notevole distanza; ogni faro emette un particolare tipo di luce, bianca o rossa se indica un pericolo, con periodi diversi; queste caratteristiche vengono riportate sulla carta nautica, oltre che sull’Elenco dei Fari e dei Segnali da nebbia, per facilitare il riconoscimento del punto cospicuo da parte dei navigatori. Il Faro di Vada è costituito da una torre cilindrica nera con fascia centrale rossa. Numerosi gli scogli affioranti, sotto costa; noti quelli chiamati “I Catini”, a Nord di Punta Catena. Prima di Vada, venendo da N, vi è il grande pontile industriale Solvada con un fanale in testata n. 1979.2 ed un secondo sul gomito esterno n.1979.

TIPO SEGNALAMENTO: Faro Ottica Fissa
LOCALITA’: Secche di Vada
N. ELENCO FARI: 1975
TIPO ALIMENTAZIONE: Fotovoltaico

Descrizione:
Davanti all’abitato di Vada, si incontra un pontile di 240 m circa (Vittorio Veneto) in muratura dove ormeggiano, di fianco, piccole navi da trasporto; subito a nord dello stesso esiste una scogliera curvilinea. Dalla radice di questa ultima si diparte con direzione WNW – NW un lungo pontile (Solvada) di 1.900 m circa . E’ un approdo privato adibito esclusivamente al traffico commerciale: è quindi vietato l’ormeggio, la sosta ed il transito alle imbarcazioni da diporto.
Pericoli: le secche di Vada (2,50 m), orlano il tratto di costa compresa tra le foci dei Fiumi Fine e Cecina e sono segnalate dal faro a lampi bianchi n°1975.
Orario di accesso: continuo.
Fari e fanali: 1975 (E 1384) – faro a lampi bianchi, grp.2, periodo 10 sec., portata 12 M segnalante le Secche di Vada; 1979 (E 1388.2) – faro a lampi bianchi, periodo 5 sec., portata 5 M sul gomito del pontile; 1979.2 (E 1388) – fanale isofase verde, periodo 2 sec., portata 4 M sulla testata del pontile; 1980 (E 1388.4) – fanale a luce fissa verde e rossa, 2 vert., portata 3 M, sul pontile V. Veneto; 1981 (E 1388.3) – fanale scintillante rosso, periodo 1 sec., portata 1 M sulla scogliera curvilinea; 1982 (E 1388.5) – fanale scintillante rosso, periodo 1 sec., portata 1 M sul moletto interno.
Fondo marino: sabbioso.
Fondali: da 1 a 4 m (pontile Veneto) e fino a 12 m (pontile Solvada)
Divieti: è vietato l’ormeggio alle imbarcazioni da diporto in corrispondenza del pontile V. Veneto e del pontile Solvada; è vietato l’accesso fatta eccezione per le emergenze; in tal caso contattare via radio VHF canale 16 e via telefono l’Ufficio Locamare Vada. Divieto di pesca.
Venti: prevalenti libecciate nel corso dell’anno.
Rade sicure più vicine: porticciolo di Cecina a Sud e Cala de’Medici a Nord.

Quella tremenda nottata del 1933…
… ai remi erano Romolo Catarsi e Gigi Molino, essendo lo zio Gianni, per la tarda età, al limite delle sue forze e non più utile, mentre Bruno stava fisso a prua a far manovre sull’ancora, calandola e risalpandola, consentendo ai rematori pause di riposo per rifiatare e poter riprendere a remare verso il faro. La manovra dell’ancora fu fatta decine e decine di volte, le forze erano al limite di rottura.
Fu a buio pesto che riuscirono a guadagnare un sottovento relativo dietro i massi del faro, pur quasi sommersi dalle onde del mare. Scesero con immaginabile difficoltà guadagnando un migliore riparo dietro la base dell’incastellatura metallica. La scaletta retrattile che conduceva in alto verso la stanza di rifugio fu usata dai tre più giovani, mentre lo zio Gianni rimase giù sottovento ricoperto da vele a difesa del suo fisico. Mentre Gigi Molino recuperò nella stanza delle gallette e un paio di candele, Bruno, con una vela, stava coprendo a tratti la luce del faro per segnalare a qualcuno, a terra, che sul faro c’era gente. A un certo punto notarono che, lassù a Rosignano Marittimo, le luci pubbliche non si vedevano quasi più; voleva dire che era l’una di notte, perché a quell’ora, a quei tempi, nei paesi venivano spente le luci quasi totalmente. Intanto in paese si seppe che Autilio era andato a Piombino con la speranza, non appagata, di raggiungere il faro con un mezzo idoneo. Era ormai notte inoltrata e tanta gente di paese sostava ancora in piazza, accostati nei pressi dei “Sottoborghi” al riparo dal vento. Le donne piangevano, i più grandi commentavano con parole e mezze frasi che a noi ragazzi arrivavano misteriose, paurose. Parlavano dell’impossibilità di salvarsi, riportando episodi simili che facevano breccia nel pessimismo della gente, provocando silenzi rotti dalle invocazioni al cielo delle donne. La piazza appariva ancora più ampia e scura, fievolmente, come era, punteggiata dai radi lampioni dalla luce debole e giallastra, intravista attraverso gli spogli rami dei platani. E così la notte passò.
Anche laggiù al Fanale la notte era passata, quando alle sei del mattino videro avvicinarsi ed accostare quel rimorchiatore che Tito Neri da Livorno aveva affidato ad un ex-vadese: Giacomo Rasponi, conosciutissimo coraggioso uomo di mare e ex-fanalista, perché portasse loro quell’aiuto necessario. Con difficoltà si imbarcarono e, con a rimorchio la loro barca, su cui erano rimasti Romolo e Bruno, arrivarono a riva accolti dall’entusiasmo di chi rivede amici e parenti creduti perduti. Mi ha più volte raccontato, sorridendo, Gigi Molino, che il Rasponi aveva portato una bottiglia di anice. A loro tre, Romolo, Bruno e Gigi, non toccò nemmeno una goccia: se l’era scolata tutta lo zio Gianni… (Sintesi da:”Quaderni Vadesi” n.11 di Vinicio Bernini).

Vada: la costa e le sue secche
Le Secche di Vada sono una chicca per i sub in genere e in particolare per i pescatori in apnea, ma e’ necessario conoscerle bene per avere possibilita’ di catturare delle belle prede. Anche la costa prospiciente, intorno a Vada, puo’ riservare delle sorprese: l’importante e’ sapere dove andare e quali tecniche adottare in funzione di quello che si trova.
… Una delle localita’ subacquee piu’ interessanti della costa toscana e d’Italia e’ la zona di Vada, che offre al pescatore in apnea la possibilita’ di cimentarsi in svariate tecniche di pesca, soprattutto grazie alle sue secche. Collocate a profondita’ non troppo impegnative, si estendono per oltre 4 miglia fuori dalla costa, segnalate dal famoso Faro, e concedono l’opportunita’ di poter pescare su diversi tipi di fondale, come vedremo, su una superficie di circa 16 miglia quadrate…
… Usciti dal porto di Cecina, prendiamo direzione nord. Il primo luogo interessante che incontriamo lungo il tragitto e’ Punta di Capo Cavallo. Qui il fondale offre diverse opportunita’ di pesca, con profondita’ variabile da -2 a -10 metri, composto da blocchi di tufo, talvolta ricoperti di posidonia, intervallati da canali di sabbia, mentre la roccia, al contrario, e’ piuttosto rara. La visibilita’ generalmente non e’ perfetta, a causa della vicinanza della foce del fiume Cecina, che, secondo la stagione, o in seguito a piogge copiose, porta in mare abbondanti detriti.
Luogo ideale per pescare anche a pinne, per gli specialisti dell’aspetto e dell’agguato, questa zona offre la possibilita’ di numerose catture. In acqua molto bassa non e’ raro avvistare l’orata, anche se e’ un pesce molto difficile da sorprendere in quanto piuttosto diffidente, cosi’ come la spigola, che nelle ore mattutine o nel tardo pomeriggio si puo’ incontrare nei pressi dello sbocco a mare di un piccolo canale di acqua dolce adiacente l’ultimo stabilimento balneare situato proprio sulla punta.
I cefali, al contrario, sono presenti in buona quantita’, e danno modo, anche ai subacquei meno esperti, di effettuare qualche discreta cattura…
(Nino Piras)

Giovanni Quintavalle fu uno degli ultimi guardiani del Faro di mare, chiamato anche, in passato la “vecchia gabbia di Vada” con turni di 15 giorni. Nel 1967 il signor Giovanni andò in pensione e venne sostituito dal figlio Bruno. E’ morto nel 1978.

“La gabbia di Vada” e l’ultimo fanalista
Il faro è costruito da uno scoglio artificiale al culmine delle secche di Vada e dista circa quattro miglia e mezzo dalla costa. L’attuale struttura in cemento, terminata nel 1959, sostituisce la vecchia “Gabbia di Vada” – cosi veniva definita quando la cabina di abitazione e l’impianto di segnalamento erano installati sopra un traliccio metallico.
Qui, fino verso il 1922 – data in cui ebbe inizio l’accensione automatica del faro – funzionò un servizio di vigilanza. Ogni turno era coperto da due fanalisti e prevedeva quindici giorni di permanenza al faro e quindici di riposo a terra. Uno degli ultimi guardiani fu Giovanni Quintavalle, vadese di origini marinare. Morto nel 1978, “Nanni” era amico di tutti i pescatori di Vada che ne ricordano le esperienze per molti aspetti simili alle loro. Come loro infatti fu un uomo di mare ed affrontò i sacrifici di una esistenza contesa ai disagi ed alla fortuna. La signora Gelsomina Quintavalle, moglie di Giovanni, dice che quando nacque suo figlio il marito era di servizio e i Catarsi andarono in barca a portargli la notizia. Quindi, insieme alle vicissitudini che comportò la carriera del fanalista, elenca i trasferimenti a Savona, a Genova, a Portofino ed a Portoazzurro dove anche la famiglia di volta in volta si stabili. A Vada Nanni tornò da pensionato e riprese a pescare con gli amici di un tempo: quegli stessi che salutava dalla finestra della cabina quando lo chiamavano passando nelle vicinanze del faro.
(Da: “Pescatori d’altri tempi” di C. Castaldi)

Bruno Quintavalle, l’ultimo fanalista
Anche lui di lunga esperienza, sia per aver appreso l’arte dal padre, sia per essere stato addetto ad altri fari, prima di occuparsi del Faro di Vada. Il signor Bruno vi restò con la sua famiglia fino al 1979 anno della chiusura del faro. (Da: “Quaderni Vadesi” n. 3)

Foto:
1) bella e rara immagine della “Gabbia”, primo fanale a traliccio in acciaio costruito sulla scogliera artificiale nel 1865 e sostituito nel 1959 (Arch. G. Lambardi)
2) il primo fanale a traliccio in acciaio costruito sulla scogliera artificiale nel 1865 (Arch. P. Pagnini)
3) 1920, gita al fanale
4) il faro negli anni ’50
5) bella immagine aerea del fanale da sud-ovest, dopo il montaggio del pannello solare per l’alimentazione fotovoltaica e la ripitturazione. La porta di accesso è sul lato opposto
6 e 7) il fanale oggi
8) Giovanni Quintavalle, padre dell’ultimo fanalista
9) Bruno Quintavalle

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