Il faro di Capo Miseno

Articolo di Kayfa
Fonte: blog.libero.it/kayfakayfa

Ognuno di noi ha un luogo prediletto in cui appartarsi per ritrovarsi un attimo da solo con se stesso, con i propri pensieri, per dialogare con la propria anima. Che sia al chiuso o all’aperto non fa distinzione.  L’importante è che sia un posto in cui ci si sente a proprio agio, finalmente liberi! Personalmente, quando sento questo bisogno preferisco recarmi in spazi aperti perché mi piace divagare con lo sguardo all’orizzonte, seduto sulla sabbia o su un prato all’ombra di un albero frondoso; immerso nella quiete del silenzio, di tanto in tanto rotto dallo sciabordio delle onde che muoiono sulla spiaggia, dal grido dei gabbiani che planano felici nell’aria, dal frusciare delle foglie accarezzate dal vento, dallo scorrere dell’acqua che come una dolce musica si diffonde tutt’intorno,  o dal semplice rumore dei miei passi sul terreno. Magari condividendo questi momenti di quiete in compagnia di un buon libro quale valido supporto per la mente e lo spirito. Uno di questi luoghi è certamente il faro di Capo Miseno. Nel suo statico candore, il gigante di luce si erge sul fianco del promontorio di Capo Miseno, nel comune di Bacoli, per illuminare la via alle navi che di notte transitano in uno dei tratti di mare più affascinanti e misteriosi al mondo, il golfo di Pozzuoli. Ogniqualvolta giungo al faro, dopo essermi inerpicato con l’auto sull’erta dorsale della collina e aver attraversato lo stretto tunnel che trapassa l’anima della roccia, allorché parcheggio l’auto a ridosso del parapetto che separa le umane certezze dall’infinità del baratro marino, lo spettacolo che si offre ai miei occhi è di un’immensità e magnificenza tali che, credo, pochi altri luoghi al mondo possono offrire tanto piacere all’umana vista. Nell’immensità del mare, che come un tappeto dorato si estende all’infinito, Procida e Ischia sorgono dall’acqua  a salutare Capri che dorme l’eterna quiete del suo sogno d’amore, incurante delle navi e dei traghetti che silenziosamente solcano la superficie del mare, tagliandola in schiumose scie che rimarginano istantaneamente quasi nulla fosse avvenuto. In questi attimi di pura poesia, volgendo lo sguardo al viale, che, oltre il cancello,  conduce all’indifferenza nostalgica del faro che si innalza al cielo, mi sovviene quando, anni fa, ne intervistai il guardiano. Ricordo l’entusiasmo con cui mi recai all’incontro e la delusione che mi accompagnò quando andai via. Tutte le volte che da ragazzo, insieme agli amici, in motorino, mi recavo sul faro, trascorrevo lunghi istanti perso ad osservarne la granitica struttura imbiancata in calce, immaginandomi chissà quale vita avventurosa conducesse chi vi abitava, quali storie avrebbe avuto da raccontare. Quando anni dopo, utilizzando come carta di credito la mia prima raccolta di racconti, ricevuto il permesso dalla Capitaneria di Porto, potetti coronare il mio sogno e incontrarne il guardiano, mi resi conto quanto sia vero che la realizzazione di un desiderio spesso ne sancisce miseramente la fine! Per l’occasione un amico, amante della fotografia, si offrì di accompagnarmi, desideroso di fare scatti che diversamente mai più avrebbe  avuto modo di fare. Di quell’incontro non dimenticherò mai la chiarezza di ghiaccio degli occhi celesti del guardiano del faro; la formale freddezza con cui ci accolse; le sue parole misurate come se si riversassero dall’anima col contagocce. Ci fece accomodare a un tavolo sotto un pergolato di pampini da cui pendevano grappoli d’uva bianca. Lui sedeva a un lato del tavolo. A quello opposto la moglie timorosa fissava il registratore con cui inventariavo la conversazione. Bevendo il caffè l’uomo mi raccontò nei minimi dettagli della sua vita da farista iniziata praticamente quand’era ragazzo, non appena terminato il servizio militare. Il primo faro che aveva avuto in custodia si trovava in un posto sperduto della Sardegna, distante più di dieci chilometri dal centro abitato, su una lingua di terra diluita nel mare circondata dal nulla. Spesso anziché recarsi in paese per fare la spesa, la mattina andava a caccia di lepri selvatiche che poi la moglie cucinava in ogni modo. Quando gli chiesi se, facendo quel lavoro, avesse mai avuto paura di morire e, se sì, dove e in quale occasione, rispose che fu nel porto di Napoli durante una mareggiata. Mi spiegò che essendo il molo Beverello protetto da lunghe mura che si aprono a ventaglio nel mare, quando c’è una mareggiata, l’acqua scavalca la protezione in cemento ricoprendo ogni cosa, finanche la cabina del farista che è situata all’estremità dell’ingresso del porto. Durante una di queste mareggiate, la potenza della tempesta fu tale che per ore la cabina fu squassata dall’acqua tanto che lui, chiusovi dentro, ad un certo punto fu costretto a chiamare aiuto perché davvero temette che la potenza dell’acqua distruggesse ogni cosa. La caduta del mito che cullavo avvenne quando, alla mia domanda se avesse qualche storia interessante da raccontarmi, rispose che certe cose si leggono solo nei romanzi o si vedono solo nei film. Che oggi la vita del farista non è più solitaria come quella di un tempo in cui la notte la trascorrevi in compagnia della lampada che rischiarava le tenebre per evitare di correre il rischio che la fiamma si spegnesse e tu non te ne accorgessi. L’avvento della tecnologia elettronica ha sostituito la manovalanza. Al giorno d’oggi le lampade dei fari non vanno più a olio ma a lampade elettriche e sono controllate da sofisticati strumenti computerizzati capaci di segnalare qualunque anomalia in tempo reale. Certo questo non lo autorizzava ad addormentarsi la notte. Ma la sua funzione si riduceva a controllare che tutto funzionasse regolarmente, anche se poi, di tanto in tanto, doveva mettersi nella barchetta ancorata giù allo scoglio per recarsi in mezzo al mare a sostituire una delle luci delle boe luminose che segnalavano le secche in abbondanza in quel tratto di mare. A distanza di anni, ripensandoci, è stato giusto che l’incontro col guardiano del faro di Capo Miseno mi destasse dal sogno: compito di un farista e del suo faro è proprio quello di rischiarare nelle tenebre la vista degli uomini affinché non si perdano nell’oscurità degli abissi, non solo del mare, ma anche dell’anima.

Il faro di Capo Miseno è uno di quei luoghi dove mi piace recarmi quando sento il bisogno di ritrovare la pace interiore. È un luogo per me davvero magico, un posto dove le durezze della vita svaniscono mentre osservo le scie delle navi stemperarsi sull’acqua. O, immerso nel silenzio, in compagnia del vento, m’inerpico faticosamente su per la stradina sterrata che conduce sulla cima della collina da dove lo sguardo domina la bellezza di un panorama inconfondibile. Respirando a pieni polmoni, osservando in lontananza le barche dei pescatori dondolare sull’acqua cullate da un invisibile mano, mentre gli uomini faticano a tirare su le reti parche di pesci,  in quel perdersi di emozioni di schiuma la mia anima ritrova se stessa. In quegli attimi, osservando le case del paese tinteggiate con colori pastello chiazzare di quiete lo scenario sotto di me, la mente divaga al punto che mi pare d’essere anch’io uno dei gabbiano che volteggiano felici nel cielo. Una creatura libera, capace di volare nell’aria in compagnia del silenzio, del mare e del vento; un uomo che per un attimo ha ritrovato la propria dimensione in un mondo fatto sempre meno a dimensione umana!

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