Il farista e l’ufficiale americano nel ’43

Articolo di Giovanni Pizzati

Il racconto di Cristina Palumbo Grandinetti, pubblicato negli articoli di questo sito, sullo stratagemma e il coraggio del padre Enrico che salvarono il faro, mi ha messo la voglia di far sapere di più sull’avventura narrata.
Il Faro di Marettimo, sovrastante Punta Libeccio, ha una lunga storia. Esso infatti, fu costruito su progetto del Genio della Real Marina di Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie, nell’anno 1853. Oggi dismesso, come altri pittoreschi fari italiani, per obsolescenza tecnica, è nella lista dei beni demaniali da alienare e i marettimari vogliono che rimanga in loro mani, per farne un luogo d’alta attrazione turistica che dia lavoro alla gente del posto. Aggiungo, pertanto, un episodio che la figlia non ha descritto, successo proprio in quel fatidico anno di guerra: il caotico 1943.

Come risaputo, la guerra è una brutta bestia che non guarda in faccia nessuno, né civili, né militari, né vecchi, né bambini, né ricchi, né poveri e spesso e volentieri miete vittime innocenti, infatti il farista di Marettimo di quel tempo, Enrico Palumbo Grandinetti, rischiò due volte la vita per il suo faro, per l’esplosione e anche perché…………

Prima che mettessero piede in Sicilia, gli yankees, essendo una nazione ricca d’oriundi, si piazzarono nelle retrovie in Sicilia, infiltrando insospettabili figli di siculo-americani che parlavano bene il nostro dialetto. Il faro dista circa 10 km dal centro abitato ed una sera di tempesta e vento del 1943, mentre il buon Enrico era di turno e si preparava ad aprire il “porta-pranzo” con la cena preparata dalla moglie in paese, qualcuno bussò insistentemente al portone del faro. Aprì e con sorpresa si presentò un marinaio sulla quarantina, vestito con abiti laceri e dimessi con la barba di qualche giorno. Disse che, con quel tempaccio, era caduto in mare da un peschereccio d’un porto vicino e che per fortuna, sì era salvato a nuoto sino alla spiaggia sottostante. Era molto stanco e provato e chiedeva ospitalità per quella notte. Il nostro farista, uomo gentile e altruista, lo accolse impietosito e anzi, gli offrì metà del suo frugale pasto. Si misero a parlare del più e del meno, della vita e della guerra. Il giovane fece pure qualche ingenua domanda su Marettimo e lui cortesemente rispose come se stesse dando delucidazioni ad un turista di passaggio. L’indomani lo sconosciuto salutò e ringraziò per l’ospitalità ricevuta. Nel mistero arrivò e nel mistero scomparve, a tal punto che il Palumbo qualche giorno dopo, cominciò a dubitare di se stesso. “Era realtà oppure ho sognato?” chiedeva a sè stesso. Mesi dopo arrivarono gli americani ben accolti per la fine del conflitto e per il bendiddio che portarono ad un popolo affamato.

Un giorno, il maresciallo della Guardia di Finanza, comandante di mio padre, che ricordo come un tipo meticoloso, fece rapporto a Trapani sul suddetto accaduto, e pertanto, Enrico fu condotto in quella città nel recinto degli americani, ove fu sottoposto ad interrogatorio. L’ ufficiale che si trovò di fronte, un tappetto d’un metro e cinquanta, dopo continue insistenze se lo conoscesse o meno e reiterate negazioni da parte dell’inquisito, si tolse il berretto e fu riconosciuto come il tizio che lui aveva rifocillato quella notte. L’americano lo abbraccio fraternamente, lo rimandò alla famiglia, e volle persino accompagnarlo al porto con un loro mezzo. Qui, c’erano alcuni pescherecci marettimari e gli equipaggi erano già in forte apprensione per questo fermo. Ma quando da lì a poco arrivò Enrico, fu un giubilo collettivo. I marinai, oltre ad imbarcare Enrico, caricarono a bordo un sacco pieno di viveri che l’americano aveva furtivamente lasciato. Ma Enrico sino all’ultimo momento era ignaro del dono. Ne venne fuori una gran festa che gli fecero gli amici marinai, perché si sapeva che in genere si tornava raramente da quegli interrogatori pertanto. Quindi la partenza fu immediata come una fuga verso casa. Nella sua generosità di sempre, Enrico ebbe il piacere di dividere quei viveri con quella gente.

A quei tempi non si scherzava e si rischiava l’internamento in campo di concentramento per una cosa del genere. Anche se oggi possiamo asserire che tale pena sarebbe stata impossibile. Gli americani erano nemici prima dello sbarco, ma dopo erano amici e alleati. Di conseguenza, dove sarebbe stato il tradimento o il collaborazionismo col nemico? Sicché, il maresciallo Bondì non venne più a passare le lunghe serate ospite a casa mia, perché il suo Comando di Compagnia decise di non tenerlo più per prudenza sull’isola, in quanto non correva più buon sangue tra lui ed Enrico. Quest’ultimo giurò che se lui fosse andato a languire ingiustamente in un campo di concentramento, il maresciallo sarebbe andato a concimare un metro di terra sopra di lui al cimitero.

Ecco come la guerra genera violenza su violenza, e i buoni diventano cattivi e vittime innocenti.