Le sentinelle del mare

Articolo di Alberto Laggia
Fonte: www.famigliacristiana.it (n. 42 del 15 ottobre 2006)

Gli ultimi “faristi” d’Italia: soli e solitari, ma felici nei loro eremi antichi
Oggi i sistemi satellitari hanno quasi mandato in pensione le vecchie “lanterne”. Ma qualcuna resiste, governata con amore dai suoi coraggiosi abitanti.

Certo, una volta la loro vita era avventurosa sul serio e l’eremitaggio cui erano costretti creava un alone leggendario attorno alla loro professione: mesi di duro isolamento, circondati da mari in tempesta, e paurosi naufragi sventati sono eventi ormai improbabili. Il “guardiano del faro”, come veniva chiamato un tempo, oggi fa un po’ meno Capitani coraggiosi, e la torre con la lanterna in cima, che col suo fascio di luce amica offre la rotta sicura al marinaio, è quasi ridotta a una testimonianza di archeologia industriale dall’avvento del rilevamento satellitare, il Gps.

Eppure il mestiere del farista continua a mantenere intatto tutto il suo fascino. Basta entrare nella pancia di un faro e salire quella stretta scala a chiocciola fin su alla cupola, magari in un giorno in cui il maestrale urla rabbioso di fuori e fa impazzire il mare, che l’incantesimo si ripete come un tempo, come sempre.

La signora Ramsey, protagonista del romanzo di Virginia Woolf, Gita al faro, pone ai figli una domanda: «A chi piacerebbe essere confinato per un mese intero, e forse più, in tempo di burrasca, sopra una roccia grande quanto un campo da tennis? E non ricevere né lettere, né giornali, ma stare sempre a guardare gli stessi marosi? A chi piacerebbe?». Ad esempio, ai molti giovani che si rivolgono alla Marina militare italiana (che gestisce i circa 200 fari con guardiani, dislocati sulle nostre coste), per sapere come diventare faristi, sebbene concorsi d’assunzione non se ne facciano più da anni e l’automatizzazione sostituisca ormai massicciamente l’intervento umano. Piace sempre di più anche agli amanti del turismo alternativo, a tal punto che i tour operator in molti Paesi propongono pacchetti con soggiorni al faro. Di certo piace a uno come Luigi Critelli, 50 anni, genovese, appassionato di pesca e di mare, farista dal 1994, quando decise di lasciare la sua città e il suo lavoro di litografo presso l’Istituto idrografico della Marina militare di Genova per andare a fare il “guardiano” al faro di Capo Caccia.

Situato sulla costa nord-occidentale della Sardegna, il faro lo si riconosce subito in lontananza perché dal 1864, anno della sua costruzione, fa da naso sulla testa del “Gigante che dorme”, lo splendido promontorio che chiude a nord l’orizzonte di Alghero. Bianchissimo, una specie di monolite calcareo a strapiombo sul mare all’altezza di 186 metri, è uno dei fari più alti d’Italia e quello più esposto ad ovest, lontano dagli schiamazzi dei bagnanti e dei turisti che devono fermarsi davanti al cartello: “Vietato l’accesso” che delimita l’area del faro. Quassù, tra i cespugli di ginepro e rosmarino, Luigi Critelli si è ritirato con la moglie Maria Teresa e i due figli in quello che definisce “il faro dei fari”, per la sua straordinaria posizione panoramica e per la grande suggestione, e ti accoglie come fosse san Pietro con un: «Benvenuti in paradiso».

I piccoli rumori degli uccelli
«Mi è sempre piaciuta l’idea di abitare un faro e l’occasione m’è capitata 12 anni fa, quando lessi un bando della Marina per personale addetto ai fari. Tra le “reggenze” da coprire c’era anche Capo Caccia, che già conoscevo: decisi che quella doveva essere la mia destinazione. E così fu», racconta. «Non sono un misantropo e non è vero quello che si dice sui faristi che non amano la compagnia. Ho mille amici, ma mi piace anche la solitudine. Ho imparato a riconoscere i suoni del faro, e i più piccoli rumori degli uccelli che volano quassù».

Abituato alla grande città e al chiuso di un ufficio, adesso Luigi non sopporta più la metropoli e il suo caos. «Quando torno a Genova mi sento perso. Non riesco più a stare in un condominio e devo affacciarmi subito a una finestra per respirare. Il faro mi ha cambiato la vita». Le uniche mansioni che detesta sono le incombenze burocratiche di fine mese e la compilazione dei registri.

Un tempo, però, prima dell’automatizzazione dei fari, la vita delle “sentinelle del mare” era assai più severa. Dal trasporto dei viveri e del combustibile al faro, spesso eretto in posti quasi inaccessibili dove poteva arrivare a malapena un mulo o il cavo di una instabile teleferica, ai pesanti lavori al suo interno.

«Ricordo la fatica nel caricare con la manovella la vecchia “orologeria a peso motore”, che faceva girare il gruppo ottico e le pesanti lenti di Augustin-Jean Fresnel (il fisico francese che attorno al 1820 inventò questo ingegnoso sistema, ancora in uso, che ottiene un fascio di luce lunghissimo con potenze modeste: infatti, la lampadina attuale non supera i mille watt a 110 volt, ndr.). Ogni quattro ore c’era bisogno di una nuova ricarica e di notte ci si doveva turnare alla lanterna. La corrente elettrica è arrivata solo negli anni ’80, prima c’era un rumorosissimo gruppo elettrogeno che non ti faceva dormire di notte, e, ancor prima, era il gas ad acetilene che garantiva l’illuminazione», ricorda Bruno Colaci, figlio di farista e farista in pensione da quest’anno, ma ancora innamorato del suo ultimo luogo di lavoro: Capo Sandalo, dove è arrivato nel 1972.

Il “suo” faro si staglia come un obelisco di pietra rossastra su una roccia di oltre cento metri a picco sul mare blu cobalto. Siamo sul punto più occidentale e selvaggio dell’isola di San Pietro, di fronte alla punta sud-ovest della Sardegna, a 12 chilometri da Carloforte, l’unico paese dell’isola. Attorno al faro arrivano solo i gabbiani e nidifica il “falco della Regina”. «La vita non era semplice: fino al 1992 si viveva al faro con altri tre faristi e le loro famiglie, e la convivenza in un luogo così angusto non era sempre facile, gli inverni erano lunghi da passare, con l’unico diversivo della pesca»: parola di chi ha messo piede per la prima volta in una torre luminosa a quattro anni e non ne è più uscito.

Quando arriva il falco
Ora, a Capo Sandalo, a salire i 120 gradini dal piano terra alla lanterna del vecchio e malandato, ma forse il più romantico, faro d’Italia è Franco Bubba, 46 anni, un altro dipendente del ministero della Difesa, che un giorno di tre anni fa, stufo di disegnare carte nautiche e fari, ha voluto entrarci dentro davvero.

«Rispetto alla città, le comodità sono assai di meno, ma a Carloforte ci si saluta tutti. E poi fare il farista significa ritrovare il rapporto perduto con la natura: so quando arriva il falco e depone le uova il gabbiano. L’unica mia paura sono i fulmini che si abbattono sul faro», racconta. Bubba vive con una ventina di gatti e sul suo comodino non manca mai un libro di Patrick O’Brian, romanziere che dovette la sua fama a storie di mare, vascelli e battaglie navali.

Forse il faro non modifica più le rotte dei marinai in cerca di approdi sicuri, ma cambia ancora la vita a chi ci abita dentro, tra eclissi e lampi di luce.

Nelle foto sono visibili:
1) Franco Bubba davanti al faro di Capo Sandalo;
2) il faro visto dal mare;
3) Bubba e la moglie Rosangela;
4) un’immagine del faro di Capo Caccia;
5) Franco Bubba a Capo Sandalo;
6) il faro di Capo Caccia, uno dei più alti d’Italia.

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