I fari della libertà

Articolo di Alessandra Galetto
Foto di Andrija Carli
Fonte: www.espressonline.it

Il primo che si incontra arrivando dal confine italiano è anche il più antico e porta un nome suggestivo: quasi un presagio delle tante altre suggestioni di un itinerario che si snoda sulla scia delle luci intermittenti che nei secoli hanno segnato la rotta ai naviganti. Il faro di Savudrjia è infatti il più vecchio dell’Adriatico ancor oggi funzionante: costruito nel 1818, sta di vedetta a poca distanza dalla frontiera con la Slovenia, 56 chilometri da Trieste, 9 da Umag.

È, appunto, il primo degli 11 fari che imprevedibilmente si mostrano al viaggiatore che scende da nord a sud lungo la costa croata: di questi 11, alcuni si trovano sul litorale, altri appollaiati su isolotti disabitati. Spesso proprio questi sono i più affascinanti: isolati dalla terraferma e circondati da un mare verdissimo. E il guardiano che li governa è l’unica presenza umana su queste frastagliate zolle di terra dove è possibile trovare impensabili silenzi e assolute solitudini. Seguire l’itinerario inventato sulle tracce degli 11 fari croati fa davvero intravedere una dimensione diversa dell’esistenza. Una vacanza in un faro non significa tanto un’avventura alla Robinson, quanto un viaggio dell’anima. In questi rifugi dove non arriva altro frastuono che quello del mare in burrasca quando si alza la bora spazzatutto, non si va a caccia di esperienze mozzafiato. Ma della famosa isola che non c’è e che pure, caparbiamente, tutti portiamo chiusa dentro di noi, come sogno impossibile.

Davanti al primo degli 11 fari, quello di Savudrija appunto, ti ritrovi già in un mondo diverso, stordito dal profumo intensissimo della vegetazione mediterranea, mentre lo sguardo si perde tra le mille piccole spiagge separate da scogli e dirupi. Il faro di Savudrija se ne sta arroccato sull’omonimo promontorio, ma è comunque ben collegato con i vicini paesi abitati da un reticolo di strade: raggiungerlo è facile, con l’auto puoi arrivare fino al giardino recintato e c’è anche il posto per il parcheggio. Ha due appartamenti e ciascuno può ospitare quattro persone: i rifornimenti quotidiani sono assicurati, perché i collegamenti con i paesi vicini sono facili. Insomma, siamo ancora in una dimensione intermedia tra sogno e realtà: a portata di mano ci sono centri con negozi di ogni genere; la sera, quando comunque devi spegnere le luci (si tratta sempre di un faro funzionante), puoi tuffarti nella vita notturna dei ristorantini di Umag e magari anche in qualche pianobar; non manca neppure la discoteca. Il faro di Savudrija è un luogo indicato anche per chi ha interessi storico-artistici: Umag risale al tempo degli antichi romani e ha un pittoresco centro storico fatto di stradine strette che richiamano chiaramente l’impronta medievale. Perfetto, infine, per chi ama il windsurf. Per chi però vuole fare il naufrago è ancora troppo poco selvaggio.

Faro di Palagruza, sull’isola omonima, collocata in mezzo all’Adriatico, tra la costa italiana e quella croata. Palagruza è la più distante isola croata, 68 miglia a sud di Spalato e 26 miglia a sud dall’isola di Lastovo (lunga meno di un chilometro e mezzo, larga 300 metri, alta 90). Uno spuntone di roccia all’improvviso affiorante, coperto di vegetazione mediterranea, con il faro lassù, a 90 metri, nel punto più alto. E con tutto intorno un mare così pescoso da essere considerato il territorio più ricco di pesce di tutto l’Adriatico. Quest’isola è dichiarata riserva naturale per la ricchezza di specie animali e vegetali. Si capisce immediatamente che questa è proprio una di quelle isole che non ci sono: lì spersa in mezzo al mare aperto, che quando ci sbarchi provi subito l’emozione di isolamento dal mondo intero. Su questo isolotto c’è anche una zona archeologica con resti romani. Ma a stregare è il cosiddetto Oro di Sud, una spiaggetta dalle acque verdi e blu e dalla sabbia bianco dorata. A Palagruza ci sono due appartamenti che ospitano in totale otto persone: quando arrivo ci sono tre ragazzi norvegesi, capitati chissà come e che sembrano usciti da un libro d’avventura. In effetti per venire qui bisogna avere un po’ anche l’animo dei Robinson: non c’è nessuna possibilità di approvvigionamento vista la distanza dalla terraferma. I viveri un po’ bisogna portarseli da soli, un po’ bisogna fidarsi di Vujadin, il guardiano del faro. Che vive qui da 35 anni e ha gli occhi chiari come il mare e la pelle rugosa come tutti quelli che respirano questa aria impregnata dal profumo del sale e passano ore e ore al sole ogni giorno. Il viso del guardiano pare una pergamena: porta scritta la storia di una vita, racconta il passaggio delle navi, il transitare lento o veloce di barche che scandiscono il trascorrere delle ore. La prima sera a Palagruza Vujadin ha fatto il pane. Ha preso le scorte di farina, che per lui sono un bene preziosissimo, e ci ha fatto questo straordinario regalo.

Terza tappa, il faro di Porer: dista 20 chilometri da Pola, poco più di 100 chilometri dal confine italiano. Pola è il maggior porto della contea istriana: costruita su sette colli oltre 3 mila anni fa, merita di essere visitata almeno per l’anfiteatro fatto costruire da Vespasiano: in posizione dominante sopra il porto, è il simbolo stesso della città. Il faro di Porer si trova sull’isoletta omonima, una roccia larga 80 metri, separata dalla costa da due chilometri e mezzo di mare. Di fronte sta la bella baia Premantura, e una serie di altre splendide insenature. Ci sono due appartamenti capaci di ospitare ciascuno quattro persone e sono spesso occupati: qui infatti il senso di isolamento dal mondo, unito alla bellezza cristallina del mare, si concilia con una certa facilità di comunicazioni con la terraferma. Insomma, il pane lo possono anche portare, c’è la corrente elettrica, l’acqua calda, una ricetrasmittente e perfino il televisore. Idem a Rt Zub: un faro costruito nel 1872 sulla penisola Lanterna, che dista 13 chilometri da Porec e da Novigrad. Il luogo è splendido: la penisola è situata tra due incantevoli baie con spiagge di roccia e ghiaia. Il colore del mare sfuma dal verde smeraldo al turchese. Però questo è un faro mondano: vicino a impianti turistici.

Ma ho di nuovo il desiderio di un’isola: mi aspetta quella di Lastovo. Nel mezzo della costa meridionale sorge il faro di Stuga, a cinque chilometri dal paese di Lastovo e a 15 dal porto di Ubli, dove arrivi quando ti lasci alle spalle la terraferma, partendo da Spalato o Dubrovnik e percorrendo le 55 miglia di questo braccio di mare pescosissimo. Tutta l’isola è poco abitata. Attività comune, ovviamente, la pesca, a cominciare dalle abbondanti aragoste. Lo scenario che offre questo faro è dei più suggestivi: situato a 70 metri sopra il livello del mare, si arriva seguendo un sentiero non asfaltato e all’improvviso ci si affaccia sull’orlo di una roccia tagliata a picco, dalla quale la vista è straordinaria. Immancabile anche una visita alla pineta centenaria, che con una bella passeggiata di un quarto d’ora è raggiungibile dal faro.

A 13 miglia a ovest dall’isola di Lastovo si trova l’isolotto disabitato di Susac, sei chilometri per due: un fazzoletto sul quale sorge il faro omonimo, tutto costruito in pietra, aspro fin nell’aspetto. Si trova nella parte sud occidentale: alto 100 metri, affacciato sul mare aperto. L’isola è proprio selvaggia e i rifornimenti sono difficili: a garantire la sopravvivenza ci pensa il mare, pescosissimo, e il latte fresco di pecora, perché sulla parte opposta dell’isola sopravvive un piccolo gregge.

Per chi vuole restare invece ancorato alla terraferma e vivere comunque l’emozione di dormire in un faro, ma senza abbandonare la civiltà, la soluzione probabilmente migliore è quella offerta da Sv. Petar: a 800 metri dalla bellissima località balneare di Makarska concilia il desiderio di acque incontaminate con la vicinanza di ristoranti, locali, centri sportivi e pure qualche divertimento notturno. Insomma, faro con tute le comodità.

Ben diversa la situazione a Sv. Andrija: costruito sulla punta più alta dell’isoletta omonima, lunga 800 metri e larga 80, è uno spuntone di roccia interamente coperta di pini per magia affiorante a 6 miglia da Dubrovnik. Quando si scende dalla barca (c’è una gru per l’approdo), ti aspetta un sentiero che conduce alla grande terrazza che si apre davanti al faro, dove si trova un appartamento con 8 letti. Spesso liberi. Ma questa, un’altra isola che non c’è, riserva, oltre al paesaggio, una sorpresa ancor più incredibile, quasi fosse un piccolo Eden sfuggito al peccato originale. Ha una riserva di uccelli canterini: la musica del loro canto è l’unico rumore che insieme a quello dell’onda marina scandisce il tempo in questo angolo fuori dal mondo.

I fari di Sv. Ivan na pucini e di Prisnjac non hanno molta storia né particolari suggestioni rispetto agli altri. Ma l’ultimo toccato nel nostro viaggio lascia letteralmente senza fiato. È quello di Veli Rat, sul promontorio nord occidentale dell’isola di Dugi Otok, a 35 chilometri da Zadar: circondato da una pineta centenaria che stordisce con i suoi forti aromi mediterranei, il faro si affaccia su una spiaggia di ghiaia dove il mare sfuma tra la trasparenza di un verde continuamente cangiante e il blu intensissimo di quello più profondo al largo. Ha due appartamenti, sette posti letto. Ma era così bello il luogo che ho passato quasi tutta la notte fuori, nel fresco umido di una notte serena, a guardare il riflesso delle luci intermittenti del faro che si specchiavano nell’acqua tranquilla. Difficile andarsene da qui, da un luogo dell’anima, è il pensiero continuo in attesa che arrivi l’alba, quando la luce del giorno rende più facili le rotte, anche quelle terrestri. Così, mi torna alla mente quel motivo che mi aveva guidato alla partenza e che forse me l’aveva suggerita. L’isola che non c’è, se la strada la trovi da sola, esiste davvero.

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