La carrozza del re

Articolo di Folco Quilici
Foto di Luca Tamagnini
Tratto da Asinara, Parco Nazionale – Ed. PhotoAtlante

La magnifica solitudine dell’Asinara, testimoniata dalle scogliere del perimetro costiero, ancor salva dall’imbastardimento di altre isole mutate in chiassosi e dissacranti luna park, mi ha suggerito questo tuffo nel tempo. Un elogio all’immobilità che concede di rivedere vicende ricche di eventi e personaggi e ci aiuta a immaginare le memorie di una natura che le ha raccolte in uno spazio temporale, tanto vasto e profondo da non essere percettibile da noi umani. Rifletto sedendo sul bordo d’uno dei graniti, immerso nell’acqua per metà e tagliato a scalini, a Punta Scorno. Chissà quando venne ricavato quest’approdo; forse, in tempi molto recenti rispetto agli eventi poco sopra evocati, sbarcarono qui gli addetti al grande faro, cento metri più in alto dal bordo dell’acqua. Oggi la sua luce s’accende e si spegne automaticamente e nessuno abita più le sue stanze, né s’affaccia alle sue finestre. Quando era ancora la “casa del faro”, a Punta Scorno sbarcavano rari visitatori. Per oltre un secolo l’isola fu vietata agli estranei, in quanto Colonia Penale e strettamente sorvegliata; in tempo di guerra, l’area attorno al faro era zona militare e quindi proibita. E tale era rimasta fino a tre anni dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, giorno in cui m’accadde di sbarcare qui. Compivo allora diciotto anni e iniziavo questo mio lavoro dopo aver scoperto i fondali marini di Sardegna, come realtà sconosciuta ai molti, quindi vicina e ideale da esplorare nel mio primo impegno nell’allora ancor vergine mondo subacqueo. Con tre amici e collaboratori e una piccola cinepresa, nell’estate del 1948, ci accampammo a Capo Testa, in Gallura, limite est del gran golfo dell’Asinara, al cui confine opposto è il faro di cui sto scrivendo, quando si presentò l’occasione che m avrebbe permesso di immergermi nelle acque dell’isola, allora proibita.
Anche a Capo Testa era stato costruito dalla Marina Italiana un enorme edificio sovrastato da un potente faro, unica costruzione in quel luogo allora selvaggio e isolato da noi scelto per innalzare in riva al mare un paio di tende e di lì scendere in acqua per filmare e fotografare. Al faro salivo spesso a causa della custodia subacquea della mia macchina da ripresa, di costruzione artigianale per non dire casereccia, che a ogni immersione lasciava filtrare gocce d’acqua nei punti in cui le lamiere dell’approssimativo scafandro non erano ben saldate. I marinai del faro, costretti da una vita solitaria ad “arrangiarsi”, possedevano una saldatrice, alla quale io ricorrevo per tappare le falle del mio scafandro primitivo. In un torrido giorno d’agosto, mentre tentavo di fondere stagno in una falla più grande del solito, nelle acque antistanti Capo Testa apparve un rimorchiatore battente bandiera della Marina Militare e addetto a rifornire le guarnigioni isolate. Al faro ci fu festa quella sera, vennero cucinate trance di murena alla brace e questo mi consentì di conoscere il Comandante del rimorchiatore e i suoi marinai. Ai loro occhi noi “subacquei” suscitavamo ancora curiosità ed io a quell’epoca ero tra i primi ad andare in giro per i fondali marini con una macchina da ripresa. A farla breve, quei marinai ci presero in simpatia, e raccontandoci la loro prossima sosta per scaricare i rifornimenti al faro di Punta Scorno all’Asinara ci proposero di seguirli per un immersione su quella punta protesa in alto mare che ci avrebbe dato molte soddisfazioni: “… vi riporteremo qui fra due giorni…” dissero.
Fu un’avventura nell’avventura. Giungemmo, sbarcammo al faro di Punta Scorno dove fu festa e un’altra cena a base di murena ai ferri (evidentemente un piatto fisso nei fari) e poiché in cielo giganteggiava una splendente luna piena, il guardiano ci invitò a seguirlo nel punto più alto del suo “castello”. Lassù ci raccontò di aver visto passare balene e capodogli in coppia e isolati e di aver visto anche passare cinque anni prima la flotta italiana quel 9 settembre e poco dopo di aver udito un pauroso boato che seguì l’attacco aereo tedesco alla Corazzata Roma: “s’alzò dal mare una colonna altissima di fumo giallo e pregai per i marinai morti”. Ne aveva visti non pochi fino allora, marinai, piloti d’aerei, soldati e civili, portati sulle rive da venti e correnti. Corpi senza vita, mutilati dai pesci ai quali aveva dato pietosa sepoltura.
Le improvvise varianti meteorologiche sono tipiche del Mar di Sardegna, dove i venti sono assai capricciosi. Dopo la notte di calma piatta e luna piena a Punta Scorno, le condizioni del mare s’incattivirono e a metà mattinata soffiò, improvviso, il maestrale. Il barcone dei rifornimenti fu costretto a salpar l’àncora in fretta. Emergemmo dal fondale dove stavamo filmando e dove le onde si ingrossavano sempre più. Prendemmo terra faticosamente e ci rendemmo subito conto di trovarci davanti al problema di dovercene andare di il al più presto. Il nostro ospite cortesemente ci informò senza mezzi termini che al faro non potevamo restare. L’unico mezzo che trovammo per andarcene fu un carro giunto nel primo pomeriggio, tirato da due cavalli che aveva scaricato al faro patate, frutta e formaggi, ovvero quanto produceva la Colonia Penale nei suoi terreni e pascoli. Fummo caricati con le nostre ingombranti attrezzature e durante una intera giornata attraversammo l’isola seguendo una strada polverosa, a saliscendi tortuoso dal nord al sud. “L’Asinara ha una lunghezza, in linea d’aria, di diciassette chilometri” ci informò il birrocciaio, per tenerci compagnia “…ma la strada che va da Punta Scorno a Fornelli dove vi imbarcherete è lunga trentotto chilometri…”.
Chilometri che ho ripercorso più volte quest’anno, con i mezzi comodi e veloci della Forestale e degli addetti al Parco, che sono riusciti a cancellare il ricordo della fatica di cinquant ‘anni prima, ma non l’apparizione all’epoca di una carrozza per così dire regale. “…È quella dove viaggia il Governatore…” mi disse l’uomo di scorta al carretto e aggiunse ridendo: “noi, il Direttore della Colonia, lo chiamiamo Sua Maestà il Re dell’Asinara”. Credo non tanto per i poteri conferitigli dal Ministero di Grazia e Giustizia, ma proprio per quella carrozza paradossalmente lussuosa. Allora attraversammo vasti territori deserti, interrotti da grandi edifici abitati. Tutte queste costruzioni ora sono vuote. L’isola, oggi miracolo, era un luogo di pena diviso per settori, uniti dal cordone ombelicale di quella tortuosa strada di terra. Sulle curve in salita accanto a una antica torre incrociammo uomini scortati da guardie armate; nello stesso punto, oggi, m’è venuta incontro gente allegra sulle jeep delle organizzazioni turistiche, uno dei tanti gruppi che quotidianamente vengono accompagnati a visitare l’Asinara.

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