Il sentiero della Baronia

Articolo di Claudio Italiano
Fonte: spazioinwind.libero.it/gastroepato

Dalla piazzetta di S. Antonino, dopo aver inevitabilmente ammirato il panorama della baia omonima sottostante, ci si incammina verso nord-ovest, inboccando una viuzza che porta al vecchio faro della Marina Militare; da qui, è possibile, attraversando gli antichi uliveti, dati in gestione a un famoso Camping di cui taciamo il nome per ovvie ragioni, giungere fino ad uno strapiombo, delimitato da una scogliera a strapiombo sul mare, dove nidifica il gabbiano ed i falco pellegrino. Questi terreni appartenuti un tempo al Barone Baele, da lui si nomarono “Baronia” e tra questi antichi e maestosi uliveti, talora battuti e modellati dal vento di ponente, soleva calcavare sul suo destriero la bella e sfortuna Elena Baele, innamorata del figlio del suo campiere, che presa dalla delusione d’amore, spronò il suo cavallo in un folle volo dalla rupe, detta appunto “u’ sautu du cavaddu” (il salto del cavallo); nelle notti di novilunio i pescatori giurano di udire ancora il suo pianto provenire dagli scogli, giù in fondo; ma queste sono storie e leggende del nostro popolo.
Qui il viaggiatore ammira i cespugli di lentisco e canne ed intravede un sentiero tra esse che si reca fino all’estrema punta del promontorio, in una visione paradisiaca di abbraccio tra cielo e terra. Il sentiero si spinge ad oriente fino a “Punta Mazza”, tappa d’obbligo per l’escursione del naturalista e dello studioso di geologia che vi ammira le stratificazione delle rocce e studia la storia delle origini del Mediterraneo, leggendovi le righe segnate da conchiglie e fossili. Profumi di primavera, cieli tersi, tramonti da fiaba si intersecano in un intreccio di colori e di emozioni; da “Punta Mazza” si può accedere da terra alla splendida e solitaria spiaggetta di Rinella o più in là andare alle spiaggette di Cirucco o penetrare in barca alla famosa grotta di “Gamba di donna”, così detta da una stalattite calcarea che ricorda appunto la gamba di una donna, meta degli innamorati!
Tra i prati che seguono agli uliveti, dicevamo, è possibile ammirare alcune piante alofile e fra esse specie assai rare di orchidea selvatica, la“Opphys sphegodes”, endemica della Sicilia settentrionale, mentre intorno è tutto un coro festoso di usignoli, verzellini, capinere, tra lo sfrecciare di gabbiani e di conigli selvatici che trovano tra i dirupi e le scogliere il loro habitat naturale.
Chi è più fortunato può persino scorgere stormi numerosi di airone cinerino (se le industrie ce lo permetteranno ancora!); chi nidifica sulle rocce sottostanti è il gheppio (falco tinnuculus). A rendere ancora più romantico il paesaggio è il nostro caro e vecchio faro, un tempo abitato da un guardiano del faro e dalla sua famiglia, il sig. Currò, quando ancora non vi era una strada asfaltata che conduceva a Capo Milazzo ed il figlio del guardiano era notte e giorno in ascolto radio, pronto a dare soccorso alle imbarcazioni in difficoltà, sui 27 mHz! Oggi le abitazioni del faro sono disabitate ed esso è controllato da meccanismi elettrici, ma con il suo fascio luminoso, di notte, è come se continui ad abbracciare i pescatori ed a guidarli verso la Punta di Capo Milazzo, specie quelli dilettanti che si dedicano alla pesca dei totani, nel canale tra Milazzo e l’isola di Vulcano. Da qui, dietro il faro, a circa 200 metri, una scalinata di più di 300 scalini, ottima soluzione per chi vuole fare sport e trekking, conduce agevolmente il viandante verso la scogliera ed i laghetti salati, dove la vegetazione di gariga e steppa e di olea oleaster, cioè ulivo selvatico, lascia il posto a rocce calcaree grigio-perlacee.

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