Il monaco Venerio

Il santo protettore dei faristi

San Venerio eremita, nato attorno al 560 (quasi certamente nell’isola della Palmaria, di fronte a Porto Venere), è il patrono del Golfo della Spezia e (dal 1961) il protettore dei fanalisti.
E’ iscritto nel martirologio romano per il 13 settembre, ma i festeggiamenti in suo onore si protraggono per alcuni giorni.
L’associazione Pro Insula Tvro e la Marina Militare permettono per il breve periodo l’approdo all’isolotto del Tino (zona militare, interdetta per tutto il resto dell’anno), dove, sul luogo della basilica paleocristiana di Santa Maria, si trova la pieve dedicata al Santo. Molto suggestiva è la processione che, via mare, dal Molo spezzino porta le reliquie di Venerio al Tino, dove sostano qualche giorno, per essere poi trasportate attraverso il Golfo fino a San Terenzo, punta estrema della baia a mezzaluna di Lerici.

Da giovane, dimostrando una lucida intelligenza, Venerio studiò le scienze; poi, chiese di essere accolto nel monastero che era sull’isola. I religiosi apprezzarono subito le qualità dell’allievo e lo elessero a loro abate avviandolo al sacerdozio. All’epoca, intraprendere la carriera monastica non era avvenimento facile: virtù e impegno di San Venerio procurarono fama alla comunità, meta di continui pellegrinaggi e suppliche. La eccessiva popolarità distoglieva però Venerio dalla meditazione, ed egli preferì ritirarsi per un po’ in Corsica. Al ritorno, tuttavia, decise di lasciare la Palmaria per la più raccolta isola del Tino, dove visse da eremita (la sua morte sembra avvenuta nel 630, però non tutti gli storici sono concordi).
Molti principi e nobili si dimostrarono prodighi di donazioni nei riguardi dei monaci di San Venerio, i quali abitarono l’isola fino agli inizi del XV secolo. Nel 1452, il Papa Eugenio IV assegnò le proprietà ai padri Olivetani. Essi, poco dopo, si ritirarono sulla terraferma, in Santa Maria delle Grazie, per occuparsi di codici e pergamene.

Leggenda vuole che in una circostanza mettesse in fuga un mostruoso esemplare di pesce dragone che spaventava i marinai nel Mediterraneo. Gli si attribuisce l’allestimento di una rudimentale vela per il salvataggio di alcuni naufraghi da cui, pare, sia stata inventata la vela per il gozzo, tipica imbarcazione ligure. I fuochi che accendeva nelle notti di solitudine segnalavano la rotta e il pericolo della costa ligure ai naviganti e timonieri delle imbarcazioni.

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